Caricamento in corso
×

ZI’ANTIOGU

Spread the love

Il suo mestiere, piccadori ‘e molas, gli consentiva di entrare con familiarità dappertutto. La mola per macinare il grano era, in quei tempi, in una società ad economia agro-pastorale, un elemento di primaria importanza in ogni casa. qualunque attività diversa dall’agricoltura era integrativa di questa – Il medico era tale solo perché doveva guarire i contadini; il parroco doveva benedire i campi; il banditore doveva informare i pastori dell’inizio e della fine del pascolo in comunella; le massaie dove si vendevano carne e latte freschi ed i beoni dov’era possibile inebriarsi col miglior nèttare dell’annata –

Il grano, prodotto basilare e basilare alimento per tutti, era usato anche come moneta. E col grano venivano retribuiti, con quantità diverse, secondo una scala di valori che comprendeva la quantità e qualità del lavoro sollecitato e svolto e la posizione nella scala sociale del prestatore d’opera.

La mola dunque, come una specie di lare domestico, era presente accanto ad ogni focolare. Solo qualche decennio più tardi verrà soppiantata dai mulini elettrici.

Zi’Antiogu era felice di questo suo lavoro. Era il solo a Serramanna che lo svolgesse con una certa maestria ed i serramannesi se ne contendevano le prestazioni. Si considerava un artista.

Entrava, il berretto di velluto nero in testa, l’immancabile sigaro, col fuoco dentro, in bocca, le guance di un bel colorito rosso, maggiormente evidenziato da una candida barba, gli occhi vivaci ma buoni, la battuta scherzosa da bravo sanlurese sempre pronta, l’alone di simpatia che lo accompagnava, salutava ed puntava dritto in cucina.

Aveva un aspetto giovanile nonostante l’ottantina – Si presumeva che fosse sull’ottantina. In realtà nessuno sapeva quanti anni avesse – Sapeva già che in tavola attendevano un moddizzosu fresco, una cannacca e sartizzuunampudda e cannonau. Posava i suoi martelli e martelletti come un officiante posa gli arredi sacri, toglieva il mozzicone di sigaro, già spento, dalla bocca sdentata, si assicurava col polpastrello che lo fosse, lo infilava nel taschino del corpetto e inaugurava la giornata col rituale murzu.

Su Murzu era sempre inframezzato da lunghe chiacchierate con i padroni di casa. Chiacchierate durante le quali talvolta, fra un bicchiere e l’altro, zi’Antiogu allentava un po’ l’ermetismo che solitamente proteggeva il suo passato e lasciava trapelare qualcosa che contribuiva a diradare la cortina di mistero che lo circondava.

Veniva da Sanluri. Nella seconda metà del secolo scorso dei furiosi tumulti funestarono questo paese. Tumulti in cui rimase ucciso nientemeno che il sindaco.

Le annate di carestia che lamentiamo oggi non sono una novità per la nostra isola. Il 1880-‘81 fu un anno di una siccità tale che rese i campi aridi al punto che gli agricoltori raccolsero appena il tanto sufficiente per la semina successiva. Poiché l’unica forza motrice a loro disposizione erano gli animali, i buoni villici dovettero ingegnarsi (questo può dare un’idea dell’esiguità del raccolto), per poter far fronte al duplice impegno della semina e del mantenimento delle bestie, a spezzare le fave onde poter seminare la parte gemmata e dare il resto a buoi e cavalli.

Il Monte Granatico non era, a quei tempi, quell’istituzione con finalità sociali che molti di noi possono ricordare. queste funzioni le assumerà solo intorno agli anni Venti del nostro secolo. Allora era inconcepibile con quella mentalità affaristica smodata, malattia endemica nel nostro Paese che, dopo un periodo di stasi apparente, dopo la seconda guerra mondiale, tornerà in forma più virulenta che mai. Agli agricoltori, ai contadini, ai coloni, che non erano in grado di offrire adeguate garanzie qualunque tipo d’aiuto era inesorabilmente negato.

Tutta l’area campidanese versava in condizioni disperate. A Sanluri, grosso borgo ai margini della Marmilla con qualche pretesa cittadina, il malcontento cominciò a rumoreggiare in piazza. Visi torvi ed accigliati circolavano per le strade. La gente si riuniva, si ammassava, discuteva della carestia e della malvagità degli amministratori; l’aria era elettrizzata e bastava un’inezia per provocare una deflagrazione. L’innesco venne fornito da una voce anonima che si levò dalla folla: “… dal sindaco! Andiamo dal sindaco!…”. Era fatta! Una moltitudine si mosse minacciosa e in un istante fu sotto casa del sindaco.

Questi, un pover’uomo, un certo Antioco Murru, omonimo del nostro zi’Antiogu, forse suo parente, certamente non colpevole delle calamità e delle ingiustizie toccate ai suoi amministrati, non trovò di meglio che barricarsi in casa. Non gli servì. Venne raggiunto e barbaramente trucidato: venne infilzato in un furconi, una di quelle pertiche di legno, lunghe e sottili, usate per rigirare le braci dentro il forno.

In questa vicenda probabilmente, anzi, potremmo anche dire, sicuramente, zi’Antiogu non aveva avuto alcuna parte ma, al momento si trovava in mezzo alla folla e anche lui venne indiziato. Per evitare imbarazzanti spiegazioni con i carabinieri reali, preferì cambiare aria.

Per sua fortuna l’Interpol era ancora di là da venire ed il raggio d’azione delle caserme locali era assai modesto. Una breve cavalcata fino a Serramanna bastò ad assicurargli l’impunità.

Questo rocambolesco arrivo rimase sempre avvolto nella leggenda e nelle sere invernali veniva raccontato vicino al caminetto con le più fantasiose varianti, mentre le fiamme proiettavano ombre gigantesche sui muri e col crepitio suggerivano ai bambini le scene allucinanti dei contadini che infilzavano il sindaco con una lunga pertica e zi’Antiogu che fuggiva a cavallo saltando le siepi e attraversando i maggesi, inseguito dai carabinieri reali. Le sue origini sanluresi venivano confermate però dallo stesso protagonista in casa del capitano dei barracelli.

Questa era una specie di stazione di confine. Un’infinità di gente entrava e usciva a tutte le ore: serramannesi, forestieri e persino continentali. Fu lì che un giorno zi’Antiogu incontrò un altro sanlurese: il medico condotto.

Il dottor Luigi Pittau era un professionista illustre. Si era specializzato a Parigi in oculistica ed era conosciuto e stimato, oltre che negli ambienti scientifici, dalla popolazione tutta, a Serramanna e dintorni. Alto, magro, dritto come una canna, elegante nel suo completo grigio di grisaglia, faceva più volte al giorno il giro del paese in bicicletta per le visite ai pazienti. I fermacalzoni alle caviglie e la pompetta infilata nella tasca interna della giacca, era una figura inconfondibile. Seguiva gli ammalati con una scrupolosità professionale di cui forse ora si è perso il ricordo. Di ognuno conosceva presente e passato, attività e tare palesi ed occulte, sue e di tutta la parentela. Frequentava la casa del capitano dei barracelli dove trovava le succosissime arance di Villacidro di cui era ghiotto. Prendeva i frutti con le sue manone dal cestino e, per quanto grandi fossero, scomparivano letteralmente, avvolte da quelle dita enormi. Aveva mani da contadino, ma soprattutto, da buon paesano, il suo cuore era sempre rimasto campagnolo. Parlando con lui, nonostante fosse rigorosamente astemio, l’argomento scivolava immancabilmente nelle vigne. E l’interlocutore aveva quasi l’impressione di veder riflesso nei suoi occhi il verde dei vitigni che amorosamente curava nelle campagne di Sanluri. Le sue assillanti preoccupazioni per il maltempo, per la peronospora o per l’oidio avevano dato vita a qualche aneddoto: e circolava in paese la storiella che a qualche vignaiolo che s’intratteneva con lui in ambulatorio parlando dei suoi malanni e di quelli della vigna, rapito da un’estasi bucolica, prescrivesse pozioni di poltiglia bordolese miste a spolverate di zolfo e di polvere di Caffaro.

“Est tempus de fai sa picchiada!”, ricordava al capitano dei barracelli riferendosi alla sua ipertensione che egli curava con un decotto giornaliero di foglie d’oliva e con un buon salasso a primavera. Entrando nel lungo cortile assolato un giorno incontrò zi’Antiogu. “Fustet est saddoresu, hap’intendiu!”, gli disse salutandolo, “Sissignori!”. “E dd’hat conottu a babbu miu?”, “Sissignori!”. Un’espressione di meraviglia si dipinse sul volto del medico. “Ita ddi naraiant de lomingiu?”, “Fai Contus!”. E nella voce di quei due sconosciuti si coglieva quel tremolio, come di due amici emigrati che si ritrovassero dopo tanti anni in terre lontane.

Nella casa del capitano dei barracelli zi’Antiogu era considerato uno di famiglia. Qui, da quando era approdato a Serramanna, trascorreva giorni festivi e feriali, quando il suo mestiere non lo chiamava altrove, rientrando nella sua casetta vedovile solo per dormire.

Vedovo e senza prole, dormiva solo, ma all’alba armeggiava già nel cortile della grande casa rustica del capitano dei barracelli, tra bestiame, carri, carretti e attrezzatura agricola varia, coordinando i lavori e coadiuvato dal figlio maggiore di quest’ultimo, su cui riversava tutto l’affetto che il Cielo gli aveva negato di poter dare a un figlio o a un nipote.

Giornate serene, il cui tempo era scandito dal placido alternarsi delle stagioni e dai momenti salienti della vita dei campi: la semina, la cura dell’agrumeto, la tosatura delle pecore, il raccolto… Momenti che culminavano immancabilmente in un colossale banchetto.

Terminato su murzu e scolato l’ultimo bicchiere, zi’Antiogu si avviava a sa dom’ ‘e sa mola seguito da una schiera di ragazzini e dava inizio al suo lavoro, che consisteva nel ripristino, con martello e scalpello, di una serie di rigature, consumate dall’uso, sulla macina, su cor’ ‘e sa mola, che consentivano una buona triturazione del grano, che scendeva da una specie d’imbuto, su maiolu, mentre l’asinello girava la stanga piano piano.

I ragazzini, che cercava di tener lontani per evitare che qualche scheggia della durissima pietra vulcanica li colpisse, seguivano ogni sua mossa. Uno in particolare ne voleva apprendere il mestiere.

Entusiasmato per le figure che maggiormente avevano colpito la sua fantasia di bambino, le cui uniche uscite erano quelle con la mamma ad ascoltare la messa o le prediche quaresimali, dichiarava senza mezzi termini di voler diventare predicadori o piccadori ‘e molas. Zi’Antiogu sorrideva a queste dichiarazioni di propositi irremovibili. Sorrideva e i suoi occhi s’illuminavano come quelli dei bambini di cui era circondato.

Il destino negherà poi a quel ragazzino d’intraprendere sia l’una che l’altra delle sospirate carriere. Il tempo, che tutto trasforma e lentamente macina, come la mola, uomini e cose, incessantemente, come un gigantesco caleidoscopio, ti presenta figure, situazioni e prospettive sempre diverse, vanificando disegni e propositi, anche tenaci: rendendoli ridicoli e puerili.

Anche quel ragazzino oggi certamente vedrà ridicoli e puerili i suoi sogni di allora, ma con una punta di amaro in bocca. E forse qualche sera invernale, accanto al caminetto, gli parrà di vedere nel riverbero il berretto di velluto nero e la barba bianchissima di un vecchietto dal passato nebuloso e dal sorriso di un bambino.

 Fonte


Spread the love

Commento all'articolo