Caricamento in corso
×

Chi erano i nuragici?

Spread the love

 

CHI ERANO I “NURAGICI”?

 

uid_121d4f02510.250.0 Chi erano i nuragici?“Nuragici”.

 

Noi li chiamiamo così. Loro sicuramente chiamavano se stessi in modo diverso, con un nome a noi ignoto. Forse, come diversissimi gruppi umani hanno fatto in passato (mostrando una ripetitiva e comune propensione all’autocelebrazione), usavano un’espressione come “uomini liberi”, oppure “uomini eletti”. In uno studio genetico ormai non più recentissimo (1998), L. L. Cavalli Sforza descrive un albero filogenetico in cui la Sardegna si separa dalle altre popolazioni già alla seconda divisione[1]. Questo implica già le grandi differenze che descriveremo meglio. Si tratta di un’isola, la Sardegna, di 24.000 km2, che dista circa 200 km sia dalle coste italiane che da quelle africane. È molto vicina alla Corsica, ma le due popolazioni isolane sono molto diverse dal punto di vista etnico e dal punto di vista delle vicende storiche in cui si sono formate.

Ma proprio la posizione geografica della Corsica può avere avuto un ruolo importante nel primo popolamento della Sardegna, in quanto, grazie alla posizione dell’arcipelago toscano, dalla penisola si può anche tuttora “navigare a vista”.

Chi furono i primi abitanti della Sardegna? Non furono quelli che chiamiamo “Nuragici”.

Probabilmente i primi abitanti furono uomini pre-neolitici.

Metodi comparativi, per chiarirsi le idee.

Parliamo di un periodo nel quale si valuta il numero globale degli abitanti di tutta l’Europa (allo stato di cacciatori raccoglitori) essere compreso tra i valori di 200.000 e 700.000 unità, prevalentemente raccolti nelle zone meridionali, essendo le settentrionali ancora piuttosto fredde. Si calcola che la transizione Neolitica attraverso l’Europa sia durata circa 4000 anni (con termine presunto attorno al 4.500 a.C.). La diffusione degli agricoltori fu molto lenta, eppure non uniforme; certamente favorì un incremento della popolazione, anche se non precisamente quantizzabile. Pur trattandosi di studi che vanno presi con beneficio d’inventario (in fin dei conti sono ipotesi ricostruttive), le cifre globali fornite sono sorprendentemente basse, per la popolazione Europea: poco più di 2 milioni d’individui nel 3.000 a.C.; circa 5 milioni nel 2.000 a.C.;circa10 milioni nel 1.000, con un incremento che parla di attività agricola sempre crescente[2].

Si deve ammettere che le stime sulle comunità di cacciatori sono più difficili da effettuare, per via dell’estrema scarsità di resti archeologici: il cacciatore è nomade, si sposta spesso e non costruisce ripari cospicui né duraturi. Talvolta, anzi, costruisce abitazioni temporanee multiple per le diverse stagioni dell’anno. Questo fatto è fuorviante e può condurre sia a sottostime che a soprastime, se i siti non sono stati studiati a sufficienza e correttamente interpretati. Malgrado ciò, rifacendosi agli avanzi di cacciagione rinvenuti, si è risaliti ad una densità di popolazione globale Inglese di circa 0,02 – 0,07 abitanti per kmq nel Paleolitico superiore[3].

Nella zona centro-settentrionale dell’isola sarda i più antichi insediamenti umani risalgono a circa 10.000 anni fa (precisamente: 9.120 ± 380)[4]. Questa, si noti, è la datazione più antica di popolamento accertato, in un’isola mediterranea.

Non è opportuno qui discutere in dettaglio i monumenti più caratteristici e numerosi dell’isola: i nuraghi, che mostrano alcuni richiami architettonici con strutture analoghe rinvenute in altre isole del mediterraneo o zone costiere di esso. Ma non si può non citarli.

Si ritiene oggi che i nuraghi siano stati edificati non prima del 1500 a.C. e poi per un periodo che alcuni portano fino all’Età del Ferro, mentre altri lo vorrebbero fare proseguire più oltre. Anche sul numero totale dei nuraghi esiste qualche divergenza: si suppone che essi fossero 6.000 – 7.000, distribuiti su tutta la vasta superficie isolana, seppure con densità variabili. Sembra credibile che da ciascun nuraghe se ne potesse vedere ad occhio nudo almeno un altro, per cui non è affatto improbabile che una delle diverse funzioni del nuraghe fosse lacomunicazione rapida attraverso il territorio[5]. La questione della funzione del nuraghe resta aperta, comunque, come anche molte altre.

Circa il numero totale della popolazione “Nuragica” molti saggi sono stati tentati e diverse sono le opinioni.

Sappiamo che esistono alcuni villaggi realmente Nuragici ed altri che – pur trovandosi intorno o presso i nuraghi – sono, senz’altro, posteriori e non devono quindi essere inclusi nel computo. Il numero d’abitanti ipotizzato per ciascun villaggio varia da 50 a 300 persone. Se dovessimo ipotizzare che tutti i Nuraghi conosciuti facessero capo ad un villaggio e che tutti i nuraghi ed i villaggi fossero stati contemporanei, otterremo un’ipotetica popolazione totale variabile da 300.000 a 1.200.000 unità, il che è sicuramente irrealistico ed eccessivo per l’epoca e per la sede…

Ora, noi sappiamo con certezza che alcuni nuraghi non avevano un proprio villaggio satellite, essendo essi stessi edificati per assolvere alcune particolari funzioni specifiche di controllo del territorio e di comunicazione con la sede più importante e “centrale”. Quest’ultima – invece sì – facente capo ad un villaggio.

Un esempio a caso: Orosei.

Una situazione del genere si riscontra (ad esempio) nel territorio di Orosei ed è relativa al grande nuraghe “centrale” più importante (Nuraghe Sa Linnarta – Osana), sito su un altopiano declinante verso il mare con ampia vista sulla costa e non lontano dal passo (Iann ‘e Pruna) che conduce verso la valle del rio Berchida e poi Capo Comino e Siniscola. Dal sito del Linnarta si possono facilmente vedere ad occhio nudo gli altri nuraghi minori della zona, in particolare il Rampinu (sul bordo dell’altopiano, poco più a sud), il Panatta (sulle pendici impervie del Monte Tuttavista, ma già al di là del fiume Cedrino) e almeno lazona in cui si trovano il nuraghe Gulunie (detto anche Osala, perché sito sulla scogliera a picco sull’omonima spiaggia. Dal Linnarta si gode ottima visibilità che si estende anche sulla costa settentrionale, Marina Grande, Foce del Cedrino, Santa Maria, Fuile ‘e Mare, ed il territorio interno retrostante) ed il nuraghe ‘e Portu (anch’esso prospiciente il mare).

In questo caso quindi, avremmo (anche ammettendo che detti cinque nuraghi – molto differenti tra loro per tipologie e per dimensioni – siano stati coevi ed usati contemporaneamente) un solo villaggio (di circa 200, forse anche 300 persone), a fronte di cinque nuraghi.

Pertanto, già sappiamo di dovere ridurre di molto le nostre precedenti stime ipotetiche.

Se poi consideriamo che tutti i nuraghi in genere, oltre a non essere coevi, non sono stati tutti in funzione contemporaneamente (e molto probabilmente possedevano scopi e funzioni differenti, come morfologia, dimensioni e localizzazioni lasciano facilmente ipotizzare, seppure non in modo conclusivo), possiamo legittimamente abbattere ulteriormente le cifre, fino ad un più realistico totale di 50.000 – 200.000 persone, includenti uomini, donne, vecchi e bambini…

Ma esistono i già citati studi che si basano sulla presunta densità di popolazione di popolazioni di cacciatori-raccoglitori e dell’incremento dovuto all’inizio dell’allevamento e della coltivazione[6], che parlano di una densità stimata variabile da 1 a 5 abitanti per kmq.Per quanto concerne la Germania, ad esempio, la media riscontrata è di solo 2 abitanti per km2, in zone definite come molto adatte all’agricoltura. (Aldenhoven Platte, periodo della Cultura della ceramica lineare, Bandkeramik).Applicando questa media eccezionalmente alta a tutta l’estensione dell’Europa si ottengono numeri che sono evidentemente errati e smentiti dagli scavi, perché il resto dell’Europa non presentava affatto condizioni altrettanto favorevoli all’agricoltura ed all’allevamento.

Anche la Sardegna, per le sue scarse precipitazioni, per il forte stress termico-idrico estivo e per le sue caratteristiche orografiche, va esclusa dalle zone considerate favorevoli ad un raggiungimento di densità così elevate in quell’epoca.

Il Bronzo: il periodo dei “Nuraghi”.

Nel periodo del Bronzo iniziale, la popolazione umana non era molto numerosa in Europa.

In Inghilterra si ipotizzano 0,5 abitanti/Kmq, equivalenti a 20,000 -100.000 (Brothwell 1972, 79); in Polonia e Germania, circa 0,86 ab/Kmq, il che per la Pomerania equivarrebbe a 30.000 (Ostoja-Zagòrski, 1982),e per la zona del Lausitz (79.443 Km2) a 97.000-195.000 (Buck, 1997).

Lazona nord Italiana delle Terramare conterebbe da 18.000 (Bronzo Medio 2) a 29.000 (BM 3), fino a 31.000 nel Bronzo Tardo.

In genere si concede che la densità sia andata aumentando rapidamente tra il Bronzo Antico ed il Bronzo finale. In certe regioni (Slovacchia), nella parte iniziale del Bronzo Finale si sarebbe passati da una densità di 0,43 a 1,16 /Kmq[7].

Anche utilizzando mediedi 2 ab/Kmq, (sicuramente errate per eccesso, se applicate alla Sardegna) si otterrebbe, per la Sardegna “nuragica” unacifra totale di soli 48.000 abitanti, che appare comunque molto più realistico di altri numeri proposti in precedenza altrove.

Questo numero, per quanto ridotto, rappresenterebbe egualmente un notevole incremento rispetto alla popolazione sarda precedente[8]. Ciò sarebbe dovuto al successo economico, sociale, alimentare, sanitario ed in ultima analisi demografico globale dei “Nuragici”. Il rilevante miglioramento da essi ottenuto nelle loro condizioni di vita ha definitivamente scongiurato l’estinzione della popolazione.

Si tratta, però, come si vede, di numeri oggettivamente esigui, per un territorio così vasto. Ecco, allora, checontrollo visivo del territorio non può in alcun modo significare, in queste condizioni, anche controllo militarein senso stretto. Stiamo senz’altro parlando – ricordiamolo – d’epoche in cui i grandi numeri non erano mai grandi nel senso attuale del termine.

Si deve considerare, ad esempio, che nel 2300 a.C. l’esercito del temutissimo Sargon d’Akkad rappresentava per dimensioni il massimo sforzo possibile ad una nazione, tanto da potere essere utilizzato solo per brevi periodi all’anno[9]. Contava solo 5.400 uomini! E rimase comunque un’eccezione mostruosa, in un mondo in cui la regola era e restò fatta di eserciti molto, molto più piccoli, ancora per lunghi secoli… Fino all’età del Ferro ed alle armate di 100.000 uomini dei Faraoni. Comparativamente, quindi, i riferiti numeri ridotti della popolazione globale sull’isola sarda, non devono stupire più di tanto: pur costituendo un’ipotesi, essi sono giustificati da assunti ragionevoli.

Questo potrebbe anche spiegare perché – anche a fronte di prove archeologiche (indirette)[10] dell’esistenza di una navigazione “Nuragica” – i Fenici siano egualmente riusciti, nell’ 800 – 900 a.C. circa a colonizzare le coste della Sardegna, stabilendo fondaci per la propria più efficiente navigazione commerciale. Naturalmente, la cosa sembra del tutto impossibile a chi ipotizzi numeri molto più grandi di guerrieri nuragici armati fino ai denti e detentori di una flotta estremamente aggressiva e padrona del Mediterraneo[11].

Le successive vicende dell’isola sono un po’ meno importanti, ai fini di una definizione di ciò che descriviamo come “nuragico”, ma vale la pena di riassumere brevemente i fatti essenziali.

La colonizzazione fenicia ebbe modo di proseguire, dopo qualche alterna fortuna di cui possediamo memoria, ad opera di una colonia fenicia in Tunisia: Cartagine. In seguito all’instaurarsi del predominio romano nel Mediterraneo, caduta Cartagine, la Sardegna fu romanizzata in modo completo (anche se la presenza romana nell’interno sarà stata certamente più “morbida” che non nei siti che oggi chiameremmo strategici), cosa attestata dal fatto che le varie versioni della Lingua Sarda sono in realtà tutte romanze. Se una parte della Sardegna potesse vantarsi a ragione di non essere mai stata conquistata e di avere conservato il proprio precedente idioma, avremmo oggi almeno un dialetto sardo non romanzo[12]. Già dal 1941 la Sardegna è stata oggetto di studi su differenziazione linguistica e differenziazione dei cognomi. I dialetti dell’isola sono risultati essere tutti romanzi, ma contenenti termini che provengono da un substrato pre-indoeuropeo, d’origine sconosciuta[13]. Al momento è legittimo pensare che la prima lingua indoeuropea mai parlata in Sardegna sia stata quella Latina. Si dovrebbe supporre pertanto che gli immigrati Neolitici parlassero anch’essi una lingua non indoeuropea, come i Paleolitici, oppure (ma meno probabilmente) che fossero così poco numerosi da non potere imporre la propria lingua indoeuropea.

Vandali, Bizantini e Saraceni seguirono alla caduta dell’Impero Romano. Una qualche forma di “dominazione” araba (più che altro scorrerie costiere) continuò fino al X secolo.

Quindi l’isola si trovò soggetta al controllo di Pisa, seguito da quello di Catalogna ed Aragona ed infine fu sotto il Regno di Savoia. Queste ultime dominazioni hanno lasciato proprie colonie in zone limitate dell’isola, in cui sono anche oggi presenti le loro tracce linguistiche. Un’area di lingua Catalana nel nord-ovest ha centro in Alghero; una di lingua ligure-piemontese nel sud-ovest è identificabile in S. Pietro e S. Antioco; nel nord-est esiste una colonia toscana.

Le tracce genetiche che tutti questi invasori hanno lasciato, sono però limitate, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare. Si realizza cioè un quadro composito – sì – di popolazione, ma non così evidente come quello che ci si attenderebbe da un flusso genico imponente, caratteristico di un apporto abbondante di geni da parte di colonizzatori che si mescolano o addirittura si sostituiscono alla popolazione originale: anzi, tutto il contrario[14]

La causa più importante, a giustificazione della considerevole differenza tra i Sardi e le altre popolazioni (europee o africane) è la deriva genetica, perché numerosi geni presentano frequenze molto differenti dalle medie di diverse regioni europee o africane[15]. Un tipo particolare di deriva genetica è dato dal fenomeno detto “collo di bottiglia”, che si ha quando il numero d’individui facenti parte di una popolazione viene ridotto drasticamente da forze atipiche nella selezione naturale (caccia, persecuzioni, guerre). Solitamente comporta una critica riduzione della variabilità genetica, e tende ad eliminare alcuni alleli[16] totalmente, ma soprattutto a far sì che altri, rari, vengano rappresentati stranamente in eccesso rispetto al normale nel pool genetico.

Alcuni esempi possono essere utili (anche se troppo tecnici per essere trattai estesamente).

In Sardegna si riscontra:

1) la più bassa frequenza del gene RH negativo (il 20%), rispetto alle altre regioni del Mediterraneo. 2) Si ha anche la più elevata frequenza mondiale del gene MNS*M (78%).

3) Il gene HLA*18 presenta la frequenza più elevata nel mondo.

4) In Sardegna esiste inoltre un’alta frequenza di una particolare variante molecolare della Beta Talassemia39), che ovunque altrove è rara.

Esistono molti altri esempi, che dimostrano come la popolazione Sarda (di ieri, ma anche d’oggi) sia una popolazione diversa geneticamente. Forse anche il tipico “occhio sardo” ne è una prova a livello fenotipico (esteriore): in breve potrebbe essere il risultato di quella che Cavalli-Sforza definì “selezionesessuale” di un tratto fisico che è particolarmente gradito in un gruppo umano.

A chi assomigliano di più – dunque – i Sardi d’oggi?

Studi genetici, che risalgono già al 1975[17] e che sono stati man mano aggiornati nel tempo, dimostrano che i nordafricani non hanno contribuito in modo rilevante al pool genetico sardo. Italia e Grecia sono probabilmente state le sedi d’origine dei primi occupanti, che risalgono al Neolitico o pre-neolitico.E’ vero che gli uomini neolitici provenivano in ultima analisi dal Medio Oriente e dall’attuale Turchia, ma è altrettanto probabile che il loro genotipo si sia diluito con quello delle popolazioni mesolitiche locali, nell’attraversamento lento della Grecia e dell’Italia meridionale.

I moderni Libanesi sono i più diretti discendenti dei Fenici, di cui troviamo oggi il piccolo apporto – oltre che in molti punti del Mediterraneo – prevalentemente nel sud dell’Isola Sarda[18].

È interessante notare che non sono ancora state studiate le somiglianze genetiche che qualche autore ha rilevato tra Sardegna ed alcune zone del Caucaso (zona ancora poco studiata dal punto di vista genetico)[19].

Riassumendo quanto sopra, i protosardi del tardo paleolitico con idioma non indoeuropeo furono così poco numerosi che su di essi ha agito in modo considerevole la deriva genetica; gli immigrati del Neolitico (anche loro non indoeuropeo parlanti) apportarono senz’altro nuovi geni, ma erano con ogni probabilità poco numerosi anch’essi, per cui anche su di loro ha agito la deriva. Su ambedue (più certamente sui secondi) dobbiamo tenere presente anche il cosiddetto “effetto dei fondatori”[20].

Solo più tardi, proprio con il piccolo miracolo economico e demografico dei “nuragici” si giunge a quella densità di popolazione sufficiente a fermare la deriva genetica e mantenere le frequenze geniche pressappoco ai livelli attuali.

Oggi.

Al momento, la popolazione sarda attuale – pur portando ancora in sé ben riconoscibili quei geni che la imparentano in modo indissolubile con i suoi antenati dell’età del Bronzo – è tuttavia esposta ad un fenomeno di amalgama globale, che tende a cancellare tutto ciò che è retaggio dei tempi antichi: tradizioni, lingua, ricordi e genoma. E’ un fenomeno planetario: se ne può prendere coscienza, ma è di fatto inarrestabile. Un buon esempio di ciò è la scomparsa dei linguaggi.

Oggi sopravvivono circa 6.000 lingue delle circa 15.000 che si parlavano ancora solo 500 anni fa. Anche se le prime a sparire saranno i circa mille dialetti aborigeni, che il governo australiano ha recentemente deciso di difendere introducendone lo studio nelle scuole, il futuro di molte altre lingue appare nero: se ne prevede la scomparsa entro la fine del secolo.

Queste considerazioni riassuntive, potranno essere in definitiva più o meno comprensibili e forse poco condivisibili da parte di alcuni, ma è quanto di più verosimile si può dire allo stato attuale sull’entità della popolazione protosarda. Una popolazione che non ha certo bisogno d’invenzioni o di pura fantasia per entrare di diritto nella Storia dell’Uomo e del Mediterraneo in particolare, con l’avere fondato la Prima Grande Civiltà del Mediterraneo Occidentale, alla quale molto devono tutte le successive…

E’ una popolazione di cui obiettivamente sappiamo ancora pochissimo.

Con un nome di nostra invenzione li definiamo “Nuragici”, ispirandoci al nome che noi oggi diamo ai resti delle loro Torri monumentali per le quali – con ogni probabilità – essi avevano un loro nome comune diverso, non indoeuropeo, di cui forse non conosceremo mai il suono.

 

 

 


[1] Dopo avere eliminato molte popolazioni poco studiate, l’analisi dell’albero filogenetico è stata condotta su 26 popolazioni, con un 26,4 % di dati mancanti ed un numero medio di geni pari ad 88.

[2] Mc Evedy, C. e Jones, R. “Atlas of World Population History” – 1978 – Penguin Books, New York.

[3] Clark, J.G.D. “Starr Carr: A case study in Bioarchaeology”- 1972 – Menlo Park, Calif., Vol X, pp. 1-42.

[4] Spoor, C.F. e Sondaar, P.Y. (1986) Human fossils from the endemic island fauna of Sardinia, in “Journal of Human Evolution”, 15, pp 399-408.

[5] Con fumo, fuoco (utile di notte), oppure segnali con panni (colorati e no) o riflessione dei raggi solari su superfici lisce, ad esempio di bronzo.

[6] Ammerman, A.J. e Cavalli Sforza, L.L. “La Transizione Neolitica e la Genetica di Popolazioni in Europa” – 1986 – Boringhieri, Torino.

[7] A.F. Harding “Europeans Societies in the Bronze Age” – 2000 – Cambridge Univ. Press.

[8] Si calcola in 700 – 1800 individui il numero complessivo d’esseri umani presenti in Sardegna nel periodo del tardo Paleolitico. Numeri che rispondono alla definizione di “collo di bottiglia” e per i quali l’estinzione è una possibilità reale.

[9] Lo sguarnimento dei confini nazionali rappresentava un rischio molto minore e certo di quanto non fossero invece l’abbandono del lavoro dei campi, l’allevamento e l’interruzione degli altri mestieri artigianali.

[10] Si tratta della presenza accertata, su coste spagnole ad esempio, di ceramica “nuragica” d’uso quotidiano e senza valore (quindi non oggetto di scambio commerciale), ma realizzata con impasto di terre locali. Un altro motivo logico per credere ad una navigazione “nuragica” risiede nel fatto che la distribuzione geografica stessa del Megalitismo ne dimostra la chiara vocazione marinara.

[11] Costoro ricorrono agli espedienti più vari: c’è chi scotomizza del tutto il problema, negando l’esistenza dei Fenici, e chi li sostituisce con gli indomiti e numerosissimi Shardana, talvolta identificati con i Nuragici, talaltra no. Per non parlare degli “Atlantido-Nazionalisti”.

[12] M. Pittau

[13] Wagner, M.L. (1941), Historische lautlehre des Sardischen, Max Niemeyer, Halle (Saale).

[14] Uno dei più credibili motivi (di riduzione del flusso genico) è la presenza ormai nota agli stessi invasori, perché di vecchia data, della Malaria. Anche altre malattie, quali la peste in più riprese, hanno contribuito: gli invasori arrivavano sull’isola perché costrettivi, come i condannati ad metalla (di fatto una condanna a morte) o all’esilio, oppure erano militari; se sopravvivevano ripartivano quanto prima possibile, oppure morivano, prima di potersi riprodurre e lasciare il proprio patrimonio genetico sull’isola.

[15] La Deriva Genetica è l’effetto del caso (esempio del lancio della moneta) sul pool genetico di una popolazione ed è tanto più evidente quanto più piccola è la popolazione. In media, le monete danno testa o croce con eguale probabilità. Però pochi lanci consecutivi con poca probabilità daranno un numero eguale di teste e croci. I numeri non saranno probabilmente uguali neanche per un numero di lanci consecutivi molto alto, ma la discrepanza nel numero sarà molto piccola (in termini percentuali). Per esempio: dieci lanci danno almeno 70% teste circa una volte ogni sei tentativi, ma la probabilità di cento lanci consecutivi che danno almeno il 70% di testa è solo una su 25.000 circa.

[16] L’allele (per occhi azzurri, neri, castani, marroni) è ogni variante di sequenza di un gene. Il genotipo di un individuo, relativamente ad un gene, è il corredo d’alleli che egli si trova a possedere.

[17] Piazza, A. Sgaramella-Zonta, L. Gluckman, P. Cavalli-Sforza, L.L. (1975) Fifth histocompatibility workshop gene-frequency data phylogenetic analysis, in “Tissue Antigens”, 5, pp. 445-63.

[18] P. Zalloua e R. Hosri: “Phoenician Footprints in the Mediterranean Basin”- 2009 – Studio genetico in collaborazione con il Genographic Project della National GeographicSociety ed IBM.

[19] Piazza, A. Cappello, N. Olivetti, E. e Rendine, S. (1988), The Basques in Europe: a genetic analysis, in “Munibe (Antropologia-Arqueologia)” 6, pp. 168-76.

[20] È l’effetto dovuto all’instaurazione di una nuova popolazione da parte di un piccolo numero di individui, che portano con sé solo una piccola parte della variabilità genetica della popolazione originale. La nuova popolazione può quindi differenziarsi dalla popolazione originale sia geneticamente, sia fenotipicamente e in particolare può avvenire la fissazione di alleli rari, portati da uno o più individui, con l’effetto di far permanere determinati alleli nella popolazione. In casi estremi si pensa che l’effetto fondatore possa portare alla speciazione e alla successiva evoluzione di nuove specie. La nuova popolazione è spesso molto piccola, e quindi mostra 1) una maggiore sensibilità alla deriva genetica, 2) un aumento degli accoppiamenti fra consanguinei, e 3) una scarsa variabilità genetica. È stato descritto per la prima volta da Ernst Mayr in “L’evoluzione delle specie animali” nel 1963.

Fonte web


Spread the love

Commento all'articolo