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Sa koga ( dal sum. ku-ga ‘puro- splendente’)

“Seu ua koga, mi tzerriantu puru Deina e fatzu luxi ispirittuali…mi tzerrianta po sanai sa genti. Scetti ka, po da sanai, deppu ciccai is duennas e mi toccad –a- a ‘ndi kalai in kalatzonis…”
(Sono una guaritrice e brillo di luce spirituale, la gente mi chiama anche “deina” è il nome che danno a noi “illuminate”, mi chiamano per curare la gente, e per farlo sono obbligata a cercare gli spiriti della guarigione e per trovarli devo farlo andando in stato alterato, in trance).
“Ho incontrato Kal-Kal stamane, davanti alla porta del tempio, non voleva farmi entrare ma io l’ho spinto via con tutte le mie forze e sono penetrata, e ho incontrato Gulurushe, ed egli mi ha permesso di accedere ai luoghi dello spirito, e per suo mezzo ho strappato le argie dal cuore di Nimbar…ed egli è guarito, alla fine.” 
La succitata è una delle tante leggende non scritte sulle streghe sarde, nella fattispecie, le cogas. In realtà la tradizione popolare sarda ha narrato tantissimo sulle streghe tanto da arrivare a considerare almeno 6 tipi diversi di streghe: cogas, surbiles, surtòras, strias, janas e bruscias sono le più conosciute; possiamo affermare con sicurezza che le differenze tra queste sono molto labili e determinate da delle variazioni linguistico/dialettali che alla fine dei conti tendono a confondersi /fondersi in un’unica realtà. Piaccia o no la realtà di cui si parla è il relitto culturale e spirituale di antiche strutture sciamaniche sulle quali la società rurale (ma non solo) del passato precristiano era fondata.

Sa coga, è il nome dato alle streghe ed è molto diffuso nel Campidano di Cagliari, e si intende proprio una strega oppure una maga. 
Invece il termine Janas è più diffuso in Ogliastra, nel Logudoro e nel nord Sardegna. E’ sempre una strega ma che a tratti si confonde con la fata. Eccetto che per alcuni luoghi, nei quali permane la credenza della sua immagine vampiresca. 
Quest’ultime sono le più famose anche perché danno nome e identità alle piccole o grandi grotte ipogee, scavate nella roccia, della cultura di Ozieri, famose per la loro particolare porticina d’ingresso, talvolta ornata con delle Y o ‘protomi taurine’ e conosciute come “Domus de Janas.” 
Questo nomignolo inquietante, probabilmente utilizzato come deterrente dagli anziani, aveva il pregevole scopo di incutere timore e tenere i ragazzi, e la gente in generale, il più lontano possibile da quelle colline brulicanti di straordinari sepolcri.

La maledizione che affligge i suddetti, veri e propri sacri templi dei rituali della morte e della rigenerazione, è la credenza errata, falsa, purtroppo ancora in vigore dell’esistenza al loro interno di tesori fatti di metalli preziosi, oro ecc…
Ancor oggi, ottusi tombaroli hanno l’ardire di violentare questi bellissimi sepolcri alla ricerca di tesori (i famosi “scusorgius”) inesistenti, che, è proprio il caso di dirlo, non sono mai esistiti, mai si son trovati e mai si troveranno. Perché le Domus de Janas non custodivano nessun tesoro materiale, a parte l’enorme valore intrinseco del monumento archeologico in se, ma unicamente il retaggio, il segno di preziosissime antichissime pratiche spirituali e qualche resto organico decomposto.

Nella foto, non di eccelsa qualità a dire il vero, perchè scattata con il telefonino, è visibile tuttavia l’interno della bellissima Domus De Janas di Oniferi (Nu), della Necropoli neolitica di Sas Concas, denominata “domus del capovolto” che vi invitiamo, appena vi sarà possibile, a visitare.

(mlqrt)


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