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Is Animeddas, il viandante di Castello

Is Animeddas, il viandante di Castello
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Il trentuno di ottobre, il velo che separa il mondo dei vivi da quello dei morti si assottiglia, e per un istante le due dimensioni quasi si toccano. In Sardegna, le anime di

Is Animeddas tornano a camminare tra i vivi, sospinte dal ricordo, dal rimpianto o dal desiderio di essere viste ancora una volta. Si presentano all’essere umano con terrore e amore insieme, e ciò che accade dopo dipende dall’anima del malcapitato che le incontra. Per qualcuno sono presagio di salvezza, per altri il preludio alla dannazione.

Il viandante di Castello

La pioggia cadeva fitta come un telo. Marco attraversò la piazza con il colletto tirato su e le scarpe che scivolavano sul selciato. Sotto il portico della chiesa l’eco dell’acqua sembrava un respiro. Uscì allo scoperto per pochi metri e arrivò al portone fradicio dalla testa ai piedi. Si fermò a riprendere fiato. Il temporale si stava allontanando, ma i tuoni, lontani, avevano ancora il passo di chi non vuole finire.

Un lampo senza rumore squarciò l’aria. Non fu luce bianca, fu rosso. La Torre dell’Elefante si accese come un carbone, dal basamento all’arco. Marco sentì irrigidirsi la schiena. Non voleva darsene spiegazione. Non questa. Non stanotte. Cercò rifugio nelle parole che si dice chi rimane solo in un posto antico: sono storie, sono leggende, basta.

Il ricordo lo prese di mira senza preavviso. Anni prima il capo scout aveva raccontato del viandante che, durante un temporale, salì fino al Castello cercando la locanda. Il padrone del mulo lo attendeva. L’uomo non arrivò mai. Lo trovarono impiccato alla Torre, tra il vento di scirocco e la pietra fredda. Marco scacciò quell’immagine. Si strinse meglio la giacca e guardò la piazza. L’energia elettrica era saltata in mezza città. Le finestre cieche, i lampioni spenti, solo il rosso della Torre.

Si mosse lungo la scalinata che scende verso Via La Marmora. L’acqua correva come sangue in fuga. I gradini lucidi, la pietra viva sotto le suole. Un odore d’urina e aceto risaliva dai vicoli bassi, mescolato a umido e ruggine. Da qualche parte, dietro le mura, un suono tagliò la pioggia. Un raglio lungo, potente. Non un lamento, un richiamo.

Un asino, qui? A quest’ora? A Cagliari?

Il raglio tornò più vicino, come se qualcuno lo spingesse davanti a lui. Marco accelerò, deciso a lasciarsi alle spalle la Torre, il rosso, i pensieri. Una macchia di luce tremante comparve in fondo alla via, piccola, calda, come un fuoco dimenticato. Avanzò. La luce veniva da una lanterna appesa sopra una porta di legno, malata di tarli e pioggia. Il vetro era unto. Nel silenzio tra un rovescio e l’altro, la lanterna sfrigolava.

Spinse la porta. L’odore lo colpì per primo. Vino acido, fumo stanco, lana bagnata. Nessun ronzio di frigoriferi, nessuna musica, nessuna macchina del caffè. Tavoli rachitici, sedie zoppe, una riga bianca di sale umido lungo la parete. Gli sguardi si voltarono in un taglio unico e rimasero addosso a lui. Vestiti scuri, cappelli slabbrati, camicie senza colletto. Facce consumate, una barba nerissima come fuliggine.

Salì al banco. Avrebbe chiesto un bicchiere d’acqua, o niente, solo un riparo. La gola era secca.

Una voce gli arrivò dal fondo. Un monosillabo. Un suono strascicato, più che parole: beni beniu (benvenuto).

Buonasera, disse Marco, sono entrato per la pioggia.

La voce si avvicinò e si fece odore. Un alito carico, vino e cipolla. Tu non sei il pastore che doveva comprare il mio mulo.

No, disse Marco, e lo disse piano, come se quello potesse bastare. Io non c’entro col mulo, è solo un temporale e…

Hai fatto venire me fin qui, con quest’acqua, e adesso fai lo sciocco. La mano dell’uomo prese il colletto di Marco. Le dita erano forti e callose. La giacca sapeva di strada bagnata. Devi comprare, disse, con una calma che non era calma.

“Non devo comprare niente. Non so chi cerchi. Forse hai sbagliato persona.”

“E chi dovrebbe farlo, allora?”

Le parole uscirono sbagliate, spezzate. “Non lo so.”

Due uomini si alzarono senza rumore dai lati della sala. Uno gli serrò il braccio destro, uno il sinistro. Marco provò a liberarsi, ma erano più alti, e abituati alla fatica. Una corda apparve come se fosse stata sempre lì. Sentì la fibra grezza sfiorargli il collo e poi stringere. La lanterna vicino alla porta tremò in una folata e il vetro tintinnò.

No, disse Marco, e fu un soffio. Non può succedere.

La porta si aprì, l’aria di fuori era nera. La pioggia si era fatta fine, la strada brillava come olio. Lo trascinarono sotto la Torre dell’Elefante. Il rosso sulla pietra era svanito, ma l’ombra rimaneva rossa nella memoria. Via La Marmora era un corridoio senza fuga.

Che anno è, chiese Marco, e non sapeva perché lo stesse chiedendo.

Risero. Una risata corta, ruvida. Uno disse: mille ottocento cinquantasette.

La risposta gli cadde addosso come un secchio gelato. Non ebbe tempo di pensarci, neanche di rifiutarla. Sotto l’arco, la pietra odorava di alghe morte. Uno dei due gettò la corda sulla trave. La tirò, la provò, la lasciò ricadere. Le mani lavoravano veloci, era un sapere antico. Marco sentì la fibra serrarsi e capì che non c’era più tempo.

Cercò di mettere ordine nella testa. È un incubo. È un blackout. È una sceneggiata. È una bravata. È… Solo parole. Il corpo le scartava una a una.

Lo issarono. Per un momento il mondo fu chiaro, poi stretto. La gola si chiuse con una presa fredda. I piedi cercarono il suolo e non lo trovarono. Un rumore sottile, come di foglia che si spezza, gli si piantò nelle orecchie. Provò a respirare con il naso. L’aria era poca.

Intorno, la torre sembrava avere echi che non appartenevano a quella notte. Passi di guardie che non c’erano più. Sussurri in una lingua antica, del passato. Figure ai margini del campo visivo, come macchie di umido che prendono forma. Le facce degli uomini, in basso, si fecero lontane, poi piatte, poi maschere. Una donna comparve per un battito tra due colonne. Aveva un fazzoletto nero annodato sulla nuca e stringeva un grano di rosario. Guardò in alto e non distolse gli occhi. Marco pensò: aiutami. La donna abbassò il capo, e con le dita passava a uno a uno i grani di un rosario, come a contare.

La torre tremò nel vento. Il rosso che aveva visto poco prima tornò per un istante, ma solo dentro le palpebre. C’era un suono oltre la pioggia, profondo, che poteva essere un ululato o un ferro sfregato su pietra. Il tempo prese a dilatarsi, poi a cedere, poi a sovrapporsi. Marco vide se stesso attraversare la piazza un minuto prima. Si vide piccolo e bagnato. Vide anche un uomo con un cappello di feltro che saliva le scale molti anni prima di lui, deciso, affamato, con un sacco a spalla. Il sacco conteneva corde e una capezza da mulo. Il temporale era un altro, ma uguale.

Sei prigioniero del passato, disse una voce, così vicina che gli parve nella gola. Non sapeva da quale bocca fosse uscita. Forse dalla torre. Forse da dentro.

Provò a pensare a una via. Al portone della chiesa. A un nome da chiamare. A un numero da comporre. Alle mani di sua madre su un nodo di cravatta, anni prima, la prima volta che gli insegnò a stringerlo e poi a scioglierlo. Non riusciva più a ricordare come si scioglie. Le dita non arrivavano, il nodo non era lo stesso, la corda era più dura.

Sotto, qualcuno fischiò un motivo breve, tre note. Un cane rispose da un cortile. L’aria puzzava di aceto più di prima. Forse era la paura a renderlo più forte. Marco guardò in fondo, dove il buio si apriva sulla città. Il mare non si vedeva ma c’era. Lo sentiva nel rumore. C’era anche il salmastro, e c’era il ferro di un cancello, e c’era un vento leggero che in un’altra notte avrebbe portato sollievo.

bastioni-cagliari-300x200 Is Animeddas, il viandante di Castello

Il tempo fece un ultimo scarto. Un fotogramma netto: la corda, la trave, il rosso negli occhi, la donna col rosario che smette di contare. Il corpo cedette a una gravità più antica. Il silenzio arrivò a ondate, poi a lastre.

Rimase la Torre dell’Elefante. Rimasero gli echi. Rimase un posto in cui i passi suonano fuori misura nelle notti di pioggia. Quando l’alba, più tardi, scivolò sulle pietre, nessuno sapeva niente dell’uomo entrato in una porta con la lanterna. La lanterna non c’era. La porta non c’era. Il locale non esisteva più. O non ancora.

Negli anni, la storia tornò a farsi sentire nelle sere senza elettricità, tra ottobre e novembre, quando il velo si fa sottile e le anime chiedono pane, vino, memoria. Qualcuno giura di aver udito un raglio a ridosso delle mura. C’è chi parla di una donna che conta senza parlare, ferma all’imboccatura dell’arco. C’è chi evita la piazza se piove. C’è chi invece sale apposta, per sentire se il rosso della Torre è davvero luce, o se appartiene a un altro modo di vedere… o sentire.

Di Marco rimase un nome sussurrato, un soprabito senza tasche, un dubbio: se di notte, tra Castello e il vento, il presente non sia altro che una corda tesa tra due momenti. E se a scegliere su quale lato cadere non sia la volontà, ma la torre stessa. In certe notti il passo risuona ancora. Qualcuno si volta. Un altro accelera. Una persona entra in una porta che non c’è, sperando in una stanza calda. Qualcuno sente una voce che dice: “beni beniu”. E ricomincia.


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Rita Pinna, nata a Cagliari, abbraccia la sua indipendenza alla maggiore età. Scrive romanzi di avventura ambientati nella sua Sardegna, dipingendo quadri vividi della società e delle meraviglie locali. Consapevole dei problemi sociali, Rita abbraccia il cambiamento radicale, spostando la sua penna verso il genere thriller. I suoi romanzi affrontano con coraggio le storie di donne maltrattate e abusate, contribuendo a dare voce a chi spesso resta in silenzio.

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