Mi capita raramente di non indovinare chi sia l’assassino entro la metà del libro. Stavolta, invece, niente da fare: Silvana Meloni mi ha spiazzata. Era svedese è un giallo coinvolgente, scritto con intelligenza e ritmo, capace di tenerti incollato fino all’ultima pagina senza mai svelare troppo.
Solo dopo averlo terminato ho scoperto che è il sequel di un altro romanzo. Poco male: recupererò presto anche quello!
L’indagine ruota attorno all’aggressione brutale subita da Viola Larsson, una ragazza svedese che vive in Ogliastra, nel 2026. Il caso viene affidato al commissario Salvatore Mudu e all’ispettrice Virginia Pistis del commissariato di Lanusei. Ed è proprio Virginia, insieme ai coprotagonisti, a colpirmi di più: personaggi umani, credibili, profondamente leali. Il loro senso del dovere e il cameratismo che li unisce donano spessore alla trama, rendendola ancora più avvincente.
L’inchiesta si muove su binari complessi: tradizione e innovazione si scontrano, e sullo sfondo emergono temi attualissimi come il riciclaggio di denaro, le scommesse online, l’estorsione. Ma quello che più sorprende è il movente: inatteso, ancestrale, perfettamente coerente con l’anima della storia.
Non voglio spoilerare, quindi mi fermo qui.
Solo una cosa: consigliatissimo!
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