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Il giorno dei Boes e Merdules

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Febbraio è quel mese strano in cui le maschere tornano a invadere le strade. Il Carnevale, sì, ma anche qualcosa di più. Perché dietro coriandoli e travestimenti c’è sempre una domanda che prima o poi ci prende alla gola: chi siamo davvero, quando nessuno ci guarda?

La maschera non è solo festa, non è solo gioco. È un oggetto narrativo potentissimo. Serve a nascondere, certo, ma anche a rivelare. Racconta le nostre identità, le loro crepe, le finzioni che costruiamo per stare al mondo. Quelle che scegliamo. E quelle che ci vengono appiccicate addosso.

Non è un caso se proprio su questo terreno si muove uno dei romanzi più spiazzanti della nostra letteratura: Uno, nessuno e centomila di Pirandello, che quest’anno compie cent’anni. Un libro che non smette di fare male, perché dice la verità senza anestesia.

Vitangelo Moscarda scopre, quasi per caso, che l’immagine che ha di sé non coincide con quella che gli altri vedono. E da lì crolla tutto. Ogni persona che incontra gli restituisce un volto diverso, spesso incompatibile con gli altri. Non esiste un “io” stabile, rassicurante. Esistono centomila versioni, tutte vere e tutte false allo stesso tempo.

La maschera, allora, smette di essere un semplice costume. Diventa il ruolo che recitiamo ogni giorno: in famiglia, nel lavoro, nelle relazioni. Diventa lo sguardo degli altri che ci definisce, ci stringe, ci costringe. E a volte ci salva. Altre volte ci soffoca.

Forse è anche per questo che le storie sulle maschere non passano mai di moda. Perché, in fondo, tutti ne indossiamo almeno una. E raccontarle è un modo per provare, almeno per un attimo, a toglierla.

 

 

Il giorno dei Boes e Merdules

C’è un momento, in certi paesi della Barbagia, in cui l’aria cambia. Non lo vedi subito, non lo senti con le orecchie. È qualcosa che passa sotto la pelle, come quando sai che sta per arrivare un temporale ma il cielo è ancora chiaro. Le strade sembrano le stesse, le case pure, ma le pietre osservano. E ricordano.

È il giorno in cui tornano i Boes e i Merdules.

Li chiamano maschere, ma è una parola comoda, di quelle che usiamo per non spaventarci troppo. Perché i Boes e i Merdules non si indossano. Ti prendono. Ti attraversano. Ti chiedono qualcosa in cambio.

La prima volta che li vidi ero bambina. Me lo ricordo come si ricordano i sogni brutti: a pezzi, con immagini troppo grandi per la testa che avevo allora. Mio padre mi teneva la mano forte, troppo forte forse, e io sentivo il freddo del ferro dei campanacci prima ancora di sentirne il suono. Arrivarono così, senza avvertire, come una mandria che non chiede permesso. I Boes davanti, enormi, con quelle maschere nere, animali, gli occhi vuoti che non erano occhi ma buchi da cui usciva qualcosa di più antico dello sguardo. Dietro, i Merdules, piegati, tesi, in lotta continua. Una danza che non era festa, era resistenza.

Capii subito che non stavano recitando.

I Boes non fanno finta di essere bestie. Lo sono. Non nel senso che piace ai turisti, quello pittoresco, fotografabile. Sono l’istinto, la forza cieca, la natura che non chiede scusa. Rappresentano ciò che non vuole essere addomesticato. Il respiro corto, la testa che carica, il peso che avanza. E i campanacci, Dio mio i campanacci. Non suonano a ritmo. Non accompagnano. Ti disorientano. Ti entrano nel petto e lo scuotono finché il tuo cuore non capisce più se deve battere o scappare.

I Merdules, invece, sono l’uomo. O meglio: l’uomo che tenta di controllare. Tengono le corde, cercano di guidare, cadono, si rialzano. Si piegano sotto il peso dei Boes, vengono trascinati, umiliati, ridicolizzati. Ma non mollano. È una lotta eterna, che non ha vincitori. E forse non dovrebbe averli.

Crescendo ho capito che quella scena, ripetuta ogni anno, è una delle rappresentazioni più oneste che abbiamo di noi stessi. Altro che maschere veneziane, altro che coriandoli. Qui non si celebra la leggerezza. Qui si mette in scena il conflitto.

Perché ognuno di noi ha un Boe dentro. E ognuno di noi, se vuole sopravvivere, deve fare anche il Merdules.

Il Boe è quello che spinge quando non dovremmo, che urla quando sarebbe meglio tacere, che distrugge per non sentire dolore. È la rabbia che ci salva e ci rovina. È il corpo che ricorda prima della mente. È ciò che siamo stati quando non c’erano regole, né morale, né sguardi addosso.

Il Merdules è quello che impara a stare in piedi. Che trattiene, che prova a dare un nome alle cose, che dice “no” quando il Boe vorrebbe dire “ora”. È la parte che media, che si spezza, che sanguina in silenzio. È la civiltà, se vogliamo chiamarla così. Ma non quella pulita, educata. Quella faticosa, sporca, conquistata a colpi di cadute.

Quando i Boes e i Merdules sfilano, non raccontano una storia antica. Raccontano una storia attuale, che si ripete ogni giorno nelle case, nei rapporti, nei corpi. Raccontano il potere e la sottomissione, ma anche il bisogno reciproco. Perché senza il Boe il Merdules non avrebbe senso. E senza il Merdules il Boe distruggerebbe tutto, anche se stesso.

C’è un momento, durante la rappresentazione, in cui tutto sembra fermarsi. Un Boe si arresta, scuote la testa, i campanacci tacciono per un istante. Il Merdules tira la corda, ma non comanda davvero. In quell’attimo sospeso capisci che non c’è equilibrio. Solo tregua. E la tregua, si sa, è fragile.

Le maschere sono nere, scure, pesanti. Non permettono espressioni. E questo è forse il punto più importante. Chi le indossa rinuncia al volto. Rinuncia all’identità individuale. Diventa archetipo. Diventa ruolo. Diventa qualcosa che non puoi più giudicare come “buono” o “cattivo”. Esiste e basta.

E in questo c’è una verità che fa paura: quando perdi il volto, perdi anche l’alibi. Non puoi più dire “non sono io”. Sei ciò che rappresenti. Sei ciò che fai.

Forse è per questo che queste maschere resistono da secoli. Perché non sono decorative. Non sono addomesticate. Non sono state svuotate. Ogni volta che tornano, ci costringono a guardarci senza filtri. A riconoscere che sotto i vestiti civili, sotto i profili social, sotto le parole misurate, c’è ancora quella lotta. E non è finita.

Ho visto uomini piangere guardando i Boes. Come se qualcosa di atavico, sepolto nelle ossa, fosse stato improvvisamente chiamato in causa.Ho visto bambini spaventati e attratti insieme. Ho visto donne osservare in silenzio, con quello sguardo che dice “so di cosa stiamo parlando”. Perché le maschere parlano a tutti, ma ognuno sente qualcosa di diverso.

Quando la sfilata finisce, resta un vuoto. Le strade tornano normali, i campanacci smettono di vibrare nell’aria, eppure qualcosa rimane appiccicato addosso. Una domanda forse. O una consapevolezza che non puoi più ignorare.

Chi stai tenendo a bada?
Chi stai lasciando correre troppo?
Chi sei, quando nessuno ti guarda?

Le maschere dei Boes e dei Merdules non servono a nascondersi. Servono a ricordare. Che siamo fatti di forze opposte. Che la civiltà non è un punto di arrivo, ma una trattativa continua. Che il controllo assoluto è un’illusione. E che reprimere il Boe non lo elimina: lo rende solo più pericoloso.

Forse dovremmo ascoltarle di più, queste maschere. Non per imitarle, ma per riconoscerle. Per dare un nome a ciò che ci muove. Per smettere di fingere che siamo una cosa sola.

Perché, come insegna questa danza antica, non siamo mai uno soltanto. Siamo sempre in due. E a volte, la vera maturità sta nel non spezzare la corda. Ma nemmeno nel tirarla fino a soffocare.

Quando chiudo gli occhi e ripenso a quella prima volta, sento ancora il suono scomposto dei campanacci. E capisco che non mi hanno mai lasciata davvero. Vivono lì, in fondo, pronti a tornare ogni volta che provo a dimenticare che anche io, sotto la pelle, porto una maschera che respira.

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