“ANOMALIA NURAGICA”
ALCUNI BRANI DI INVITO ALLA LETTURA
“ Tisi nera”, così veniva chiamata la terribile malattia che aveva colpito suo padre. Colpi di tosse ossessiva riecheggiavano durante le notti fra le vie di Ingurtosu, impedendo il sonno a molti abitanti. Quel male aveva già colpito tante persone che lavoravano nella miniera piombo-zincifera e le aveva portate tutte al camposanto. Se n’erano andate sputando sangue misto a quella poltiglia nerastra che avevano respirato nelle gallerie, durante tutta la loro vita. Pippineddu Pintus aveva solo 11 anni e sapeva che ora tutte le responsabilità familiari si trovavano sulle sue spalle, quelle delle sorelle e della madre. La sua famiglia poteva ritenersi fortunata rispetto a tante altre, almeno possedeva un’abitazione confortevole.
Nel centro di Ingurtosu avevano sede gli uffici della società ma il paese era stato costruito anche a beneficio dei minatori diventando un grosso centro minerario della zona; contava già circa 4000 abitanti di cui più della metà impegnati nell’estrazione o nella selezione del minerale.
All’inizio degli anni ’90 esistevano due tipologie di popolazione sarda: quella metropolitana parzialmente occidentalizzata, orientata verso un effimero benessere materiale che i sardi, per la loro cultura, stentavano a metabolizzare e quella rurale più umana e vivibile. Illustravamo, agli scolari cittadini, lo svolgersi della vita di una fattoria, la cura degli animali, la pulizia dei ricoveri, la raccolta delle uova, la mungitura del latte, il pascolo dei grandi ruminati e delle pecore. Nelle giornate che i bambini trascorrevano con noi, imparavano gli elementi dell’agricoltura, la cura degli alberi e il rispetto della natura in genere. Ci sembrava giusto che i bambini conoscessero le cose della vita, anche quelle poco piacevoli; dovevano sapere che nella vita era contemplata anche la morte, che il termine dell’una consentiva il rifiorire dell’altra.
A volte era difficile fornire queste informazioni senza suscitare sentimenti di rigetto negli animi più sensibili, pertanto si cercava di farlo con il massimo tatto possibile. Nonostante alcune verità sgradite, insegnavamo ai bambini l’amore per la natura nel suo complesso e la gratitudine dovuta al mondo animale e vegetale. Mariedda, nonostante avesse solo otto anni, conosceva tutte queste cose, quando non andava a scuola si univa agli scolaretti cittadini ed elargiva loro preziose spiegazioni che dette da una bambina avevano un impatto diverso.
La Sardegna è un immenso museo a cielo aperto, nel sottosuolo si celano ancora innumerevoli resti che raccontano la storia del mondo intero. Quest’ultima affermazione è sempre stata glissata dagli archeologi ufficiali che si sono rifiutati di leggere correttamente i messaggi celati nei ritrovamenti isolani: forse la verità spaventa ancora oggi come nel medioevo e la scienza moltiplica gli sforzi per trovare affinità in elementi e ritrovamenti incompatibili fra loro. Le spiegazioni dell’archeologia sono quelle consuete che vedono nei protosardi, privi di tecnologie e oberati da un duro lavoro quotidiano per la sopravvivenza, i costruttori dei nuraghi nonché intagliatori e trasportatori di grossi massi granitici. L’estenuante difesa di queste tesi, probabilmente è finalizzata proprio ad evitare che si portino a conoscenza verità scomode possibili diffusioni di panico, in grado di vanificare tutta l’abile mistificazione nella costruzione artefatta della storia umana.
il compito che ci fu affidato consisteva nello studio e catalogazione di questi segni. Non eravamo certo i primi a fare questo lavoro ma eravamo gli unici a saper leggere con una prospettiva diversa perché noi, rispetto a tutti gli altri, sapevamo cosa cercare.
Arrampicandosi per un pendio non troppo aspro, nelle vicinanze della chiesetta campestre di Santo Stefano, si entra in un mondo magico dove il tempo pare essersi fermato, caratteristica comune a tantissimi luoghi della Sardegna. Una gigantesca roccia granitica la cui imponenza è di notevole impatto visivo, si erge di fronte all’antica chiesetta. Questo gigantesco macigno di circa 10 metri di lunghezza e circa 3 di altezza nel punto più elevato, possiede dei segni molto particolari e assolutamente unici in tutta l’isola. Appropinquandosi a questi luoghi sembra di immergersi nel lontano passato, si respira il vento dei secoli, si avverte la presenza di un’aura magica che avvolge questi graniti, un’aura che emette l’energia vitale della Terra. E’ una sensazione che spesso, nelle persone sensibili, si evidenzia con l’ elettrizzazione della peluria del corpo che si carica di un’elettricità statica dispersa nell’aria, come durante un temporale.
Rosa convenne che fosse il caso di effettuare un controllo e scendemmo dall’auto. Furittu saltò giù immediatamente, non dimenticai di portare con me la torcia elettrica e la cartina topografica. Incominciammo a salire lentamente evitando di parlare e fare rumore per non rivelare la nostra presenza, cercavamo di captare eventuali suoni o rumori provenienti dall’alto. Percorremmo un buon tratto in salita superando alcuni punti piuttosto difficili al buio con il solo aiuto della luce lunare, accendemmo saltuariamente la pila puntandola verso terra. Ci fermammo per fare il punto sulla cartina orientandoci con la posizione della pietra miliare da cui eravamo partiti. Desideravo individuare l’ubicazione dei monumenti nuragici per verificare se il gruppo di luci sul monte si trovasse in quella direzione. Seduti sulle pietre, controllavamo l’ago della bussola posizionata sulla carta quando udimmo in lontananza un rumore che velocemente si avvicinava: un calpestio, il suono di passi veloci frammisto a quello prodotto dallo scrocchiare di rami e fogliame secco sul terreno. Qualcuno correva verso di noi, ad intervalli si udiva un tonfo poi il suono si tramutava in un lungo strascicare insieme a qualche lamento, subito dopo la corsa riprendeva più veloce di prima. Chi correva, scendeva lungo un pendio scosceso e di frequente perdeva l’equilibrio cadendo sul terreno. Furittu tese le orecchie e incominciò ad allertarsi ringhiando, rivolto verso la parte da cui provenivano i passi.
Abbiamo convenuto insieme che anche il morso di una volpe o altro animale idrofobo o comunque ammalato, forse avvenuto giorni prima della morte, avrebbe potuto causare una forma di squilibrio mentale. Insomma, gli ho fatto capire che non mi sarebbe dispiaciuto se fosse stata effettuata l’autopsia e la perizia necroscopica »« Ed è stata fatta ? »« E’ stata fatta ma non ha portato a niente, il povero tziu Boiccu era sano come un pesce »« Almeno ci siamo tolti il dubbio »« Certo, ho avuto un lungo colloquio con il magistrato e mi ha chiesto cosa ci facesse un uomo di quell’età solo, lontano dal paese e a quell’ora di notte. Ha persino pensato che potesse essere lui il burlone autore dei cerchi del grano apparsi due settimane fa nelle campagne circostanti il lago »« Cerchi nel grano ? »« Si, quelli che in Inghilterra chiamano Crop Circles, si pensa che vengano fatti la notte nei campi di grano da persone in vena di scherzi. »« Ahh, ecco, io li conosco con quel nome ma non immaginavo che esistessero anche qui »« Che ci vuol fare ? Gente allegra con voglia di divertirsi alle spalle degli altri ne esiste dovunque poi la televisione diffonde queste mode, comunque il contadino proprietario del campo ha pensato bene di arare la zona interessata per evitare le visite dei curiosi.
« Nell’elenco dei luoghi dove dovremo effettuare un sopralluogo, sono comprese anche queste zone, sede del un gigantesco insediamento nuragico di Seruci, forse il più grande della Sardegna, il territorio comprende anche zone minerarie con un passato di notevoli attività estrattive. »« Mi sembrava di ricordarne i nomi, stando così le cose potremmo spostarci subito, tralasciando momentaneamente questo luogo »« Non vedo il motivo di tanta fretta, non mi hai detto tutto »« E’ vero, mi incuriosisce la faccenda dei due crop circles apparsi quasi contemporaneamente in punti così distanti, mi piacerebbe indagare sull’enigma di cui la base cerca risposte. Se lasciamo raffreddare la pista o se piovesse perderemo tracce importanti, l’articolo è di oggi quindi la scoperta risale, al massimo, a due giorni fa. Potremmo essere sul posto già domani sera. »
« Benvenuto a “villa Idina“ la casa che lord Brassey, amministratore delle miniere, fece costruire per sua moglie lady Idina. » La voce di Rosa mi risvegliò dalla catalessi contemplativa in cui ero caduto.« Ma è stupefacente ! » risposi con le prime parole banali che mi vennero in mente e che certamente non riuscivano ad esprimere le mie sensazioni« Quella sabbia, quelle dune, il mare: sembra di ammirare il deserto del Sahara »« Ma è un deserto! Un pezzo di deserto nel cuore della Sardegna o almeno gli somiglia molto: una spiaggia ambrata che ha caratteristiche simili a certe zone del Mar Rosso se non fosse per le montagne e la macchia mediterranea. È la spiaggia di Arbus chiamata “Piscinas“ caratterizzata da immense dune di sabbia che penetrano verso l’interno per alcuni chilometri e proseguono in lunghezza per più di 7.
Improvvisamente l’attenzione del cane fu disturbata da qualcosa di indefinito, staccandosi da me allungò il muso in avanti, sollevò una zampa anteriore e tese le orecchie assumendo la posizione allertata tipica dei cani. Girò il muso in diverse direzioni annusando l’aria quindi si fermò come se avesse individuato l’oggetto della sua ricerca; Furittu , oltre che un fido compagno costituiva anche una preziosa risorsa d’indagine. Ci voltammo nella stessa direzione, cercando di individuare cosa avesse attirato la sua attenzione, a nostra volta aguzzammo vista e udito. La leggera brezza proveniente di lato trasportava un suono velato dallo stormire delle foglie: un canto melanconico accompagnato dalla musica di un organo andava aumentando lentamente.
Non mi persi in inutili preamboli« Vorremmo che ci raccontasse quanto le è accaduto, non siamo della polizia ma indaghiamo su strani fatti accaduti da queste parti e vorremmo aiutarla ad uscire da questa incresciosa situazione »gli dissi appena ci trovammo al suo cospetto. Non si smosse, nè sollevò lo sguardo ma i singhiozzi ripresero con più forza di prima finchè Furittu si appropinquò a lui e prese a leccargli la mano. I cani spesso possiedono una sensibilità capace di lenire ogni dolore, sanno trasmettere serenità sopratutto nei mali profondamente celati nell’animo. Finalmente l’uomo mosse il braccio e cominciò ad accarezzare la testolina di Furittu che prese a scodinzolare, anche il pianto diminuì ed entrambi stettero in silenzio per qualche minuto come se si scambiassero un silente messaggio di reciproca fiducia. Tutti gli animali domestici hanno la capacità di infondere tranquillità e sicurezza nelle persone, curano lo spirito e il corpo con messaggi d’amore subliminale, non a caso la medicina ha promosso lo studio di questa proprietà a cui viene data grande importanza: viene chiamata “Pet terapy“.
In breve trovai ciò che cercavo: uno dei tubetti che portavano il liquido dei freni alle ruote presentava un minuscolo taglio trasversale molto regolare, faceva pensare che fosse stato fatto con un coltello ma non potevo escludere del tutto che una pietra tagliente ne fosse stata la causa. Tornai su e misi Rosa al corrente della scoperta, il minuscolo taglio aveva svuotato lentamente la vaschetta dei freni permettendogli di funzionare per un pò finche il liquido non fu esaurito. Conscio del fatto che bisognava fare chiarezza, in preda a ad una rabbia incontrollata, inforcai nuovamente lo zaino e mi avviai verso la salita invitandola a seguirmi « Dobbiamo risalire a dare l’allarme » le dissi.« Fermati ! » mi rispose, « non possiamo ! »La guardai contrariato, aggrottando la fronte con espressione interrogativa.« Potremmo passare un brutto guaio e rimediare anche l’arresto »
Nel complesso, completamente in rovina, emergevano diversi locali contenenti ancora vecchi macchinari arruginiti, tramogge, nastri trasportatori e, sopratutto all’esterno, i vagoncini del trenino che trasportava il minerale estratto verso la laveria più a valle; un sistema che sfruttava la pendenza del terreno per il trasporto fino al mare dove attendevano le navi da carico, le famose bilancelle carlofortine. La motrice dei vagoncini su rotaia era costituita dalle braccia degli operai. Arrivammo a monte della laveria Brassey sul Naracauli, faticoso luogo di lavoro di donne e bambini.Rosa aveva già veduto tutto questo anni addietro ma la sua espressione sgomenta lasciava intravedere tutta la consapevolezza della sofferenza patita dagli operai delle miniere e dalle donne. Dopo una lunga camminata prima dell’alba per raggiungere il posto di lavoro, le donne si ritrovavano a frantumare il minerale estratto, con le mazze e i martelli, a selezionare la parte più ricca degli elementi ricercati, caricare i carrelli e poi spingerli a mano verso il mare,
Rosa mi spiegò che quelle mura un tempo facevano parte del complesso minerario, venivano utilizzate come deposito e ricovero degli animali che trainavano i carrelli carichi di minerale verso il mare. Un imprenditore lungimirante le aveva ristrutturate tirando su l’unico albergo della zona, meta di turisti provenienti da ogni parte del mondo.Ci dirigemmo verso l’edificio più lontano dal mare che comprendeva la reception, il bar e alcune camere, attraversammo un vero e proprio tunnel ad archi costituito da vecchi mattoni e mura in pietra di scisto, un ambiente elegante e ben strutturato. I locali interni illuminati con applique sui muri scuri, davano l’impressione di un sobrio comfort molto accogliente. Gli arredi emanavano profumo di cose antiche e i pavimenti in vecchio cotto, a cui era stata destinata un’accurata manutenzione, si amalgamavano con il resto della struttura in un connubio perfetto. Chi aveva progettato tutto questo possedeva, indubbiamente, un inusitato buon gusto.
« Finalmente una buona notizia » dissi. Stavo per formulare un altra domanda da colloquio formale quando Rosa, nell’elargirmi un calcio allo stinco da sotto il tavolo, mi interruppe proponendo una delle sue domande dirette che non lasciavano spazio ai convenevoli« Mi dica una cosa, una curiosità da escursionista: le montagne qui attorno nascondono, per caso, monumenti megalitici poco conosciuti, attività particolari riconducibili a sette esoteriche o comunità che fanno capo ad un certo Montis ? »« Montis ? Mai sentito » disse lui con un certo disappunto che non mi sfuggì. Cominciò a guardarci con sospetto, la nostra richiesta non ricadeva propriamente nelle normali informazioni turistiche, era evidente che le nostre ricerche non gli sembrarono casuali ma orientate verso un obiettivo preciso.« A dire la verità, Montis è un cognome comune da queste parti, per il resto non mi risulta la presenza di sette o associazioni misteriose
« Certo, chi ha fatto questo si è dimostrato molto astuto, un simile dispositivo non lascia tracce e rende difficile scoprire la causa dell’esplosione. Gli investigatori intervenuti non avrebbero potuto risalire ad un attentato: un indagine della polizia scientifica avrebbe rilevato tracce di vetro, di muratura e di legno, nient’altro. Niente residui elettrici di un timer o di un telecomando, niente residui di miccia, niente metallo, niente detonatore, niente di niente. Sarebbe stato difficile scoprire la causa dell’esplosione e ancora di più immaginare un attentato. Chi avrebbe pensato ad un esplosivo tanto inusuale quanto delicato ? »
La squadriglia di aerei si dileguò verso nord lasciandosi dietro la sottile scia bianca della condensa emessa dai motori a reazione. Mentre Rosa parlava, l’ispezione dello zaino aveva dato i suoi frutti: una scatola di crackers aveva fatto la comparsa fra le mie mani. Mi tornò il buon umore, finalmente qualcosa di positivo, anche Furittu sembrava compiaciuto del ritrovamento fortuito. Consideravamo Furittu come un figlio e fu per questo che dedicammo a lui il primo cracker. Mentre Rosa lo imboccava sorridendo, lui le faceva le moine ed io li osservavo divertito, il rumore di una seconda squadriglia di aerei ne annunciava l’arrivo imminente e quando questa fu passata se ne annunciò una terza.« Oggi hanno deciso di giocare alla guerra » commentai infastidito dal frastuono mentre sollevavo la testa « tre per sei= diciotto più uno diciannove » dissi Rosa si volse stupita verso di me « Come diciannove ? Hai contato male, le squadriglie sono di sei aerei ognuna »« Guarda, le altre erano di sei e questa è di sette » risposiA sua volta guardò il cielo « Strano, in genere si attengono a schemi precisi, durante la preparazione ho imparato anche queste cose »Con il naso all’insù osservammo i velivoli, verificammo che il settimo aereo non si trovava in formazione con gli altri, in un primo momento parve in squadra ma, mentre correvano sul mare paralleli alla costa, notammo che teneva una quota più bassa e continuava a scendere.
Gli abiti e le scarpe zuppe di pioggia divennero pesantissimi ed estremamente freddi perchè l’umidità gelida sottraeva calore corporeo. L’acqua del momentaneo torrente gli arrivava alle caviglie e, copiosa come una piccola cascata, precipitava anche dallo sperone di roccia sotto cui era rifugiato; se il temporale fosse continuato per molto tempo, c’era il rischio che il costone gli franasse addosso.Si ritrovò a pregare, cosa che gli capitava di rado, pur non essendo credente nè fedele di alcuna religione, pregava quello che riteneva fosse il suo ”Mentore” , lo spirito guida, una specie di angelo custode che sentiva sempre vicino e che l’aveva aiutato in molte occasioni.Più volte aveva percepito questa presenza che era stata utile nel trarlo d’impaccio in situazioni decisamente imbarazzanti se non proprio pericolose. Non sapeva esattamente cosa fosse quella forza che sentiva dentro di sè e che lavorava per il suo bene, tuttavia funzionava.
Ci eravamo immessi sulla strada costiera verso Buggerru e saltuariamente scorgevamo le luci dell’agglomerato urbano. Procedevo lentamente per ammirare il riflesso della luna sul mare stranamente calmo, cosa che aveva distratto la nostra attenzione da non permetterci di avvertire il sottile ringhiare di Furittu. Il nostro amico quattrozampe mi aveva dimostrato più volte di possedere un sesto senso o forse, semplicemente, i suoi occhi sensibili avevano avvertito una disuniformità nel grigiore dell’asfalto che ci stava davanti. Un’auto era parcheggiata a lato strada con le luci spente, quando fummo prossimi a sorpassarla, da dietro la sagoma buia scaturì un carabiniere che con la paletta d’ordinanza ci intimò l’alt. Fu uno shock improvviso, per un attimo tutto il creato mi turbinò attorno alla testa ma ripresi subito il controllo, mi fermai accostando ad una ventina di metri dal carabiniere, Rosa mi guardò con aria interrogativa mentre l’uomo e un altro militare uscito dall’ombra percorrevano il breve tratto per raggiungerci.« Ma che fai ? » mi assalì lei
Con pochi balzi mi portai all’altezza della strada, restando appiattito nella cunetta feci in tempo a vedere l’ultima auto appena transitata: « Carabinieri ! » sussurrai a me stesso.« Una colonna di camionette dei carabinieri » ripetei ai miei compagni quando li raggiunsi« sono almeno 10, vanno in paese, hanno capito che sia più conveniente attenderci lì invece di cercarci con il buio fra la vegetazioe e gli anfratti rocciosi. »« Tutto questo per noi ? » mi interrogò Rosa« Non saprei, forse è solo una coincidenza » bonfochiai poco convinto.Il cielo andava schiarendosi annunciando l’alba ed entrare in paese con la luce poteva significare la cattura certa, dovevamo escogitare qualche espediente per gabbarli ma non vedevo vie d’uscita. Potevamo tornare indietro a piedi ma non saremmo andati troppo lontano, la nostra cattura sarebbe stata questione di tempo, ci conveniva giocare il tutto per tutto.Benchè la polvere e la sabbia avessero incipriato i suoi capelli, benchè il suo viso portasse i segni del passaggio nel sottobosco e alcune strisciate di terra umida le ornassero la fronte incorniciata dai bei capelli corvini, Rosa non aveva perduto il suo fascino; pensavo questo mentre la osservavo scrutare lontano con i binocoli, gli anni trascorsi avevano addolcito il suo carattere lasciando intatta la sua inventiva e determinazione;
Osservando il paese dal mare, mi tornarono alla mente le parole di Renzo Tramaglino quando, nel celebre romanzo del Manzoni, descrive il quartiere lecchese di Pescarenico“un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare.” Ovviamente non era più così ma doveva esserlo stato in passato quando molti abitanti, stanchi dell’attività mineraria, decisero di convertirsi alla pesca approfittando dell’invidiabile posizione sul mare. I paesi della Sardegna e tante altre località caratteristiche, possedevano la prerogativa di richiamare alla mente piacevoli visioni di altri tempi che spesso si ritrovano su libri più o meno celebri che raccontano lo svolgersi della vita nel passato.
Dovevano avere allertato qualche pattuglia in cima perchè non parvero preoccupati del fatto che stessimo riuscendo nell’impresa. Prima di un punto particolarmente ostico della nostra scalata, ci fermammo un attimo per riposare e mi resi conto che Furittu non poteva farcela da solo, fu allora che capimmo tutta l’inutilità del nostro tentativo. Convenimmo che era stato un gesto disperato dettato dalla rabbia più che dalla sicurezza di sfuggire: quella caccia all’uomo era ben organizzata ma non ci preoccupavano le fucilate, che continuavano a sibilare fra le rocce e neppure il comandante che con il megafono ci invitava a tornare indietro, capimmo che tutto era perduto quando dalla sommità della parete udimmo il rumore di un elicottero che esplorò brevemente quella pietraia sovrastando la nostra postazione.
Mentre Rosa parlava, mi accorsi che sorvolavamo a bassa quota il Tempio di Antas, presso Fluminimaggiore, uno dei territori sardi che avrei desiderato tanto visitare in quanto testimonianza di culture diverse che nel medesimo sito avevano edificato e modificato strutture preesistenti. Costruito in pietra calcarea originariamente dai nuragici, la una funzione era legata al culto degli antenati; nel terreno sottostante furono ritrovate alcune tombe di personaggi non imparentati fra loro ma di sicuro prestigio all’interno della comunità. La ristrutturazione del sito in epoca punica ne ha sicuramente definito la sua destinazione religiosa con il ritrovamento di tanti ex voto e di una statua bronzea rappresentante il dio Sid, un’opera che specifica l’ influenza dei conquistati nella cultura dei conquistatori infatti questa divinità non è altro che il”Sardus Pater” dei nativi. Ciò che resta del tempio è prevalentemente di natura romana con la ristrutturazione voluta dall’imperatore Caracalla. Si accede all’edificio, ormai privo di tetto, tramite una gradinata a cui restano solo tre gradini interi; sei colonne intere e altre frammentate evidenziano la fattura di epoca imperiale, esse sono sormontate da capitelli che sorreggono l’architrave su cui si legge un testo in latino.
Molti nuraghi sorgono in luoghi dove queste energie abbondano, la loro forma tronco conica funge da raccoglimento e concentrazione dal basso dell’energia ed espulsione dall’alto a guisa di fontana. Fu per questo motivo che le popolazioni crearono insediamenti intorno alle torri dei nuraghi, durante la vita quotidiana erano inondate di energia benefica. Secondo il tipo di energia presente nel sottosuolo si possono trovare monumenti diversi dai nuraghi, per esempio dolmen oppure fonti sacre; queste ultime, trovandosi sotto il livello del suolo, emettono un crescendo di irradiazione durante la discesa dei gradini che conducono all’acqua; i malati, addirittura, vi dormivano dentro per 5 giorni per trarne completo giovamento. La funzione dei nuraghi è tanto semplice mentre gli archeologi cercano sempre le spiegazioni più cervellotiche. Alcuni nuraghi senza apertura, in genere di piccole dimensioni, non erano altro che supporti in pietra per serbatoi dell’acqua piovana fatti di legno e pelli, nè più nè meno di come si usa oggi per disporre di riserve dotate di una certa pressione »
« Un bel racconto, però non vedo attinenze con noi, la nostra missione e il futuro dell’umanità.
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