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Il territorio di Ula Tirso, esteso circa 18,7 Km quadrati, è prettamente collinare con altezze che vanno da m 70 a m 465 circa, il centro abitato è situato a quota 368 m. Il territorio é intensamente scolpito dallo scorrere dei suoi fiumi. Il maggiore fiume (150 km) dell’isola nasce nell’altopiano di Buddusò e scorre fra la catena del Marghine e il massiccio del Gennargentu. Attraversa la pianura del Campidano e sfocia nel golfo di Oristano.

q7cr Ula e gli ShardanaUna grandiosa diga lunga 200 m e larga 70,  sbarrava il fiume Tirso, in prossimità di Santa Chiara, formava un bacino artificiale (22 km²) che aveva una profondità massima di 61 m. il lago Omodeo che  prese il nomedall’ ingegnere Angelo Omodeo che l’aveva ideata nel 1923. Un lago  che venneconsiderato il più grande lago artificiale d’Europa. L’ acqua  ha sommerso gran parte del territorio, inclusi siti archeologici, antichi villaggi medioevali e chiesette campestri, che oggi s’intravedono solo durante la stagione secca.  Da qualche anno é stata però costruita una nuova diga  che a valle di Busachi invasa l’ acqua del Tirso  creando un bacino  che potrebbe raggiungere gli 800 milioni di metri cubi d’acqua, pari a una quota di invaso di 116 metri sul livello del mare. L’acqua trattenuta dalla diga di Busachi sarebbe sufficiente ad affrontare anche lunghi periodi di secca..  La lunga  e tumultuosa corsa  del fiume Tirso, che attraversa panorami spettacolari termina  nel golfo di Oristano.

Ula tirso è un centro tipicamente agro-pastorale, situato sulle colline sovrastanti la riva sinistra del Lago Omodeo, un territorio d’altopiano di selvaggia bellezza, contraddistinto da rocce di diversa natura geologica, sopra cui prospera una imponente vegetazione; la sua gente ha pian piano abbandonato, anche se a malincuore,  per trasferirsi in città, alla ricerca di un’occupazione che gli permetteva di vivere decorosamente. Tra questi la mia famiglia che nel lontano 1962 lasciò il paese per trasferirsi a Oristano.

Secondo quanto   sostenuto dagli studiosi, l’ insediamento sarebbe sorto nel periodo medievale anche se  il toponimo viene considerato secondo quanto tramandato dagli studiosi del secolo scorso, di origine fenicia, preromana, o romana. Toponimo che invece, potrebbe essere d’origine diversa, e precisamente Shardana.  Secondo gli studi compiuti da R. Carta Raspi, emergerebbe che oltre a Ula si possono elencare altri toponimi anatolici che si trovano in Sardegna: Ales, Arbus, Busachi, Simakis, Sinni, Sini, Uras etc. Nella sottostante cartina si vede chiaramente, che nella Caria vi era un paese chiamato Ula.

ycyv Ula e gli Shardana

 

Il popolamento del territorio sarebbe comunque da attribuire  almeno al neolitico Antico (6.000-4.000 a.C.) Periodo in cui l” industrialitica appare esclusivamente in ossidiana, nelle qualità traslucide e opache che in Sardegna si trovano nel monte Arci. I resti di pasto documentano un’ economia basata sulla caccia, l’allevamento, la pesca. Sono presenti le ossa di animali selvatici come il cervo e il cinghiale, quelle abbondanti del “Prolagus sardus Wagner” il piccolo roditore senza coda da tempo estinto, e quelle di un probabile montone. Buona parte delle proteine della loro alimentazione  è probabile venissero dal “ Prolagus”.  Infatti, nella zona é abbondantemente dimostrata la presenza di insediamenti antichi,  tombe collettive del tipo a domus de Janas,  necropoli di domus scavate in un banco trachitico, andate sommerse sotto il lago Omodeo in località Niu Crobu. Le domus de Janas si inquadrano in una tipologia ampiamente diffusa nei comuni circostanti di Busachi, Neoneli e Sorradile.

L’Età del bronzo Antico (1.800-1.600 a.C.)  è quella del massimo sviluppo della civiltà preistorica nell’isola. All’inizio dell’Età del Bronzo, nell’Età del Bronzo Antico, si sviluppa la cultura di Bonnanaro che prende il nome dal villaggio di Bonnannaro (Sassari) in località Korona Montana. nelle cui vicinanze fu rintracciata casualmente una tomba. Pochissimi sono i centri di vita dove si presenta e in nessun caso, con elementi isolati e puri, ma invece in contesti preparatori e forse ancora concorrenti della cultura di San Michele. Forse le persone di questa cultura preferirono insediarsi negli agglomerati delle antiche genti dell’età del rame e del primo bronzo o per naturale continuazione o, forse anche per conquista. Nei villaggi  la cultura di Bonnannaro si distingue soltanto per la presenza di ceramiche caratteristiche, del resto nulla di nuovo rispetto al precedente insediamento, che sembra rispondere in tutto, ai gusti e ai bisogni dei sopravvenuti.

E’ nei luoghi funerari  che  vediamo delinearsi maggiormente questo tipo di cultura, ma come “cultura dei morti”. Continuano a far uso delle domus de Janas,sia seppellendo negli ipogei costruiti nell’età del rame e del bronzo, sia scavandone di nuovi. Le ceramiche si distinguono per essere  del tutto lisce, senza alcun ornamento come una sorta di reazione al “decorativismo” calcolitico. Sono d’impasto bruno con anse a gomito. Nel complesso si tratta di sagome ceramiche di scarsa individuazione stilistica, per essere molto semplici e generiche. Questa cultura dunque sia nei tipi di seppellimento che nelle suppellettili archeologiche mostra un carattere rude eessenziale, di gusti severi ed elementari. La cultura dei pastori-guerrieri di Bonnannaro è la germinazione (o filiazione), a spazio geografico di altopiano (e montana) della cultura di S. Michele. Nella cultura di Bonnannaro si hanno le prime tracce di quella che sarà l’architettura e la civiltà nuragica, infatti, probabilmente sono le genti della cultura Bonnanaro gli edifici megalitici denominati pseudonuraghi e protonuraghi e anche i nuraghi a tholos.  Si tratta di costruzioni civili di aspetto basso e massiccio, a forte inclinazione di profilo e con pianta in prevalenza ellitica, ma anche subcircolare. La struttura é fatta di grosse pietre poliedriche, appena sgrossate, con collocazione a cumulo. Lo stile di vita delle comunità di Bonnannaro si coglie nei prodotti della cultura materiale, che sonoessenziali. Prende però impulso la metallurgia che non si limita agli oggetti ornamentali, si realizzano anche armi e utensili tra cui asce.Di questa cultura restano soprattutto vasi con anse a gomito che denotano un gusto sobrio e lineare. i recipienti sono nella maggior parte lisci . Testimonianze di questa splendida civiltà si trovano anche nel territorio ulese ed in particolare in località Orruinas, Tilisai, Filighe, Carrozzu e Tuselo.

La civiltà autoctona proseguì la sua evoluzione sino all’arrivo di un popolo di navigatori, gli Shardana, che secondo quanto riferito da R. Carta Raspi provennero dall’Asia minore e si stabilirono in Sardegna a partire dal 1550 a.C. circa come confermano alcuni scritti egizi, ittiti e greci. Costruirono le città stato (Karales, Nora e Sulci) (Neapolis, Othoca, Tharros, Cornus), attribuite ai fenici ed ai cartaginesi e regnarono per secoli. Conseguentemente anche la popolazione del territorio di Ula ha avuto rapporti con questo popolo ancora non completamente accentato, che come già detto, diede il nome al centro di Ula.

Con l’arrivo dei romani, avvenuto nel 216-215 a.C. anche Ula segui la sorte delle altre città, dopo essersi tenacemente opposte all’invasione per circa un ventennio (238-237), capitolarono e furono romanizzate. Anche a Ula sono state trovate tracce della romanizzazione in località Orruinas, Tilisai, Canale e Filighe. Tracce ampiamente illustrate da Raimondo Zucca nel capitolo 2° del suo libro ” Ula Tirso un centro della barbaria sarda” , nel quale però non fa cenno alcuno al popolo Shardana, indicando esclusivamente fenici e punici quali civilizzatori e costruttori delle città stato.

Tony Solinas


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