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“I disobbedienti” di Salvatore Curridori

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In quarantuno anni – dal 1817 al
1857 – sono ben 693 i processi
penali contro i villacidresi, nei
tribunali di Cagliari: per giudicare
ed eventualmente punire
assassini, grassatori e aggressori
d’ogni tipologia, ladri e incendiari,
e anche portatori d’arma
proibita, sparatori per minaccia,
evasori dalle patrie galere ecc.
La maggior concentrazione di
reati finiti sul tavolo del giudice
assorbe, di quel quarantennio, il
più ristretto periodo 1848-1857:
61 delitti all’anno, 5 al mese per
arrivare a un totale di 612. Un paese delinquente la nostra
Villacidro, con 1.900 coinvolti, un terzo della popolazione
ancora aggirantesi sui 5.000 residenti.
A dirla tutta, bisognerebbe anche sommare le cause finite non
a Cagliari ma dal giudice mandamentale: se nel biennio 1855-
1857 le liti sono 332 con corredo di 33 arresti, si possono
osare alcune proiezioni e si può tremare davanti ai risultati.
Aggiungendo al dramma dell’infinita sequenza dei delitti contro
persone e patrimoni, quell’altro dramma delle pene – pene
morali e pene carcerarie e perfino capitali – che finiscono per
separare, talvolta per sempre, i mariti dalle mogli, i figli dai
genitori, i padri dai figli.
Certo, per quel tanto che rimane nelle nostre vene del peccato
originale ci sentiamo coinvolti e talvolta simpatizzanti e forse
anche… appartenenti a questa gran bella popolazione dei “disubbidienti”
così come ce la racconta Salvatore Curridori in
un libro fresco di stampa che non si capisce perché gli editori
sardi non si siano messi in fila a pubblicare e promuovere.
Anche perché, al suo solito, Curridori è bravissimo a contestualizzare
e così raccontando dei “disubbidienti” finisce per
raccontare, inevitabilmente, della società civile e di quella
economica, di quella amministrativa e di quella religiosa di
Parte d’Ispi. Riportandoci, nel caso, a quella prima parte del
secolo XIX che precede l’unità d’Italia e di cui sappiamo ancora
troppo poco: perché le fonti sono più difficili da reperirsi
e consultare e anche più esangui rispetto a quelle del mezzo
secolo successivo, di quando cioè, anche in Sardegna, la stampa
periodica e quotidiana aiuta moltissimo,indirizzando e accompagnando
il ricercatore verso le fonti prime d’archivio.
E poi Curridori, che le fonti archivistiche se le visitate tutte
(quelle riunite nell’Archivio di Stato di Cagliari, con i fascicoli
processuali della Reale Udienza e gli atti regi e viceregi,
gli editti e i carteggi prefettizi, e pure nell’Archivio storico
diocesano di Ales) ammattendo per qualche anno anche dietro
una letteratura varia e composita di almeno cinquanta titoli
spazianti due secoli interi, ha un altro merito che gli va riconosciuto:
perché la sua scrittura piana sembra essere una voce
fissata sulla pagina. La voce che ti racconta portandoti nei
luoghi e nei tempi, infilandoti nella scena, mettendoti in osservazione
e magari anche in dialogo incuriosito con i protagonisti
che fanno e disfanno, si rovinano la vita e la rovinano
agli altri, mentre tutto sembra infine compiersi come in un
quadro… quasi di naturalezza, come se le categorie del tempo
e del luogo – quel tempo e quel luogo – fossero proprio quelle
dello scontro brutale e paritario, vis-a-vis, fra la disubbidienza
belluina in mille modi giustificata e la legge dello Stato.
Se quasi ogni famiglia ha il suo reo, essa conta anche la sua
vittima, in un incrocio di destini che si contabilizzano nelle
discussioni e nei silenzi delle stesse case, sedimentando umori
, aspettative e rimorsi, modulando i valori della morale e della
religione per adattarli, come la vita impone, alle proprie ragioni,
che sono poi gli interessi non tutti della sopravvivenza,
ma talvolta e forse spesso della pura convenienza, e cioè della
avidità e della prepotenza per la prepotenza, e talaltra e non
meno spesso però anche della reazione, magari sproporzionata,
ad un sopruso ricevuto…
Curridori fa una classifica curiosa e simpatica, nella prima
pagina del suo libro. Declina le rappresentanze di quelli a cui
la forza pubblica mette i ferri: il ladro dell’occasione, il provocato
mi-faccio-giustizia-da-me, il delinquente, il vandalo,
l’esoso e il ferino, l’assassino infine… che magari il vicario
del tempo, nel libro dello “stato delle anime” – ove mai gli
fosse venuta l’idea e la voglia di stenderlo secondo gli ordini
di monsignor vescovo –, avrebbe classificato per mestiere:
ora capraio o porcaro o mandriano ora contadino proprietario
o bracciante o pastore… (continua)


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