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FIGLI DI UNO SPAVENTO

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Sardegna Magica

 

 

 

 Quanta paura…

 

Tra questi piccoli uomini di questo vecchio continente si

 

annida un fenomeno insidioso: la paura di star soli; paura della fame, paura della povertà, paura della morte, in poche parole … la paura di vivere.

 

E quando si ha troppa paura di vivere, si denota con evidenza, come la luna piena in un cielo terso, che siamo giunti impreparati su questo mondo materiale.

 

Siamo approdati fin qui, per mezzo di un enorme spavento.

 

Proveniamo da altri mondi, da diverse dimensioni nelle quali l’energia fluiva lenta, e dove eravamo solo fotoni, microscopiche

 

particelle elettromagnetiche senza peso e non eravamo le molecole

 

impazzite che siamo adesso che si muovono ad altissima velocità, agitate all’estremo per costituire questo ammasso di atomi più o meno morbido; e sopratutto, non avevamo tutti questi assilli e problemi impellenti.

 

Tuttavia, talvolta accade che si faccia di tutto per tornarci in

 

quella dimensione, togliendosi a forza la vita per tornare a casa, ubicata in un luogo non fisico e imprecisato, nei pressi di una landa nebbiosa.

 

La paura di restare soli l’ho provata anch’io, come tutti:

 

accadde quando rimasi solo con il silenzio; io e lui legati insieme per la vita, con doppio nodo scorsoio.

 

In effetti provammo a separarci più volte senza riuscirci. Al

 

terzo tentativo fu molto più semplice portare a termine tutta quanta l’intera operazione. Recidemmo il robusto spago che ci teneva insieme, per liberarci definitivamente l’uno dell’altro.

 

Da quel giorno, vissuto con acceso senso di panico, imparai

 

molto meglio il senso reale del distacco, il compiere dall’inizio alla fine tutta la trafila emotiva della separazione; e ciò fu un bene.

 

Lo fu perché l’esperienza dell’attaccamento, la si comprende fino in fondo, solo nel momento in cui si esperisce anche il suo

 

contrario: la vacuità più completa e prolungata, il disinteresse totale per ogni cosa.

 

L’attaccamento, in generale, è innegabile che sia uno dei

 

principali mali letali di questa nostra epoca.

 

Pensate a quanti omicidi, ai suicidi, ai furti e alle violenze di ogni tipo che una situazione di attaccamento estremo può indurre.

 

Stare soli significa, principalmente, non poter dare la colpa a nessuno dei propri fallimenti, non poter addossare a nessuno la responsabilità dei propri errori. Certe volte, perfino affibbiare a un nostro simile, o a chi ci sta molto vicino, i meriti dei nostri

 

successi, porta a smisurati scompensi relazionali.

 

E ciò può essere un atto molto grave, passibile di potenziali

 

gravi implicazioni e serie conseguenze. A meno che, quell’essere a noi intimamente vicino, non viva e operi per conto nostro, nel mondo Akasico.

 

I miei viaggi in quello ieratico spazio metafisico

 

cominciarono proprio per questo motivo: per l’irrefrenabile

 

curiosità di conoscere alcuni particolari delle mie vite attuali e precedenti; volevo sapere quanto bisogno di solitudine ancora avrei dovuto trascinarmi dietro nelle mie successive esperienze terrene.

 

Non che saperlo o meno avrebbe potuto alleviare le mie

 

eventuali sofferenze o difficoltà nella vita.

 

Di certo, in quel senso, sarei riuscito a guadagnare ben pochi vantaggi. La mia speranza era di riuscire a penetrare il segreto della comprensione dell’alternanza tra le quattro direttrici: nascita, crescita, malattia, dipartita.

 

Molto medici pensano che la malattia, in realtà, non sia che

 

un diversivo a opera della natura: uno stratagemma biologico per distogliere il giovane essere umano dallo spavento della sua crescita. Comunque sia, c’è sempre lo spavento di mezzo.

 

Nel momento stesso in cui si nasce, ci si incanala

 

immediatamente sui restanti tre versanti della vita materiale: si cresce, s’invecchia, ci si ammala (almeno una volta gravemente) e se non si cresce ulteriormente (quindi non si supera la malattia), si muore. Comunque alla fine si muore sempre.

 

Per tutti, la strada, non è altro che un percorso obbligato e

 

sono infinitesimali le possibilità di fuga.

 

Relativamente ad imparare la nostra storia per capire il nostro presente nutro seri dubbi: il nostro tragitto è individuale.

 

L’esperienza contenuta nelle nostre cellule viene trasmessa e condivisa con lo spazio energetico del mondo Akasico, luogo metafisico, ma non per questo meno reale del mondo materiale sul quale poggiamo le piante dei nostri piedi.

 

Questo Spazio è in grado di contenere tutto il nostro

 

personale mondo, in ogni sua fase temporale.

 

Ma per distaccare il corpo astrale dal corpo fisico, e

 

scambiare informazioni con quello Spazio, occorre abitudine alla solitudine, attitudine all’isolamento e sopportazione di se stessi. E tale dimensione energetica si conquista solamente restando il piùpossibile soli.

 

Sia chiaro: stare soli significa vivere ed agire

 

sentendosi privi di qualsiasi attaccamento, senza nessun desiderio della vicinanza altrui, e senza alcuna inclinazione alla vita sociale.

 

Quando si conquista quel piccolo paese straniero, isolato, e in un certo senso distante, ma allo stesso tempo immediatamente confinante con il proprio familiare paesello natio, si può lasciare il proprio corpo senza rimpianti e senza nessuna paura di non ritrovarlo mai più.

 

Nondimeno, quando si è poco “legati” al proprio corpo, può

 

anche accadere la sventura che qualche energia vagante, un istante prima che il viaggio Akasico abbia avuto luogo, trasportata da un onda stazionaria, tenti di impossessarsene, instaurandosi dentro il vostro corpo e al posto vostro, e questo fa parte dei rischi del non attaccamento.

 

Occorrerà prontezza di spirito e presenza di se stessi. In caso contrario, le “altre energie” ahimè, potrebbero avere su di voi un inopportuno sopravvento.

 

Mauro Atzei


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