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Azzurro cosmico

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da Il mio cuore è rimasto a berlino

 

«Vada a prendere un respiro profondo … e poi continui a respirare normalmente … senza modificare il suo respiro … senza modificare il ritmo del suo respiro …respiri normalmente, liberamente … quando espira, lasci andare l’energia negativa … si liberi dalle tensioni e dallo stress … quando inspira, si carichi di energia positiva, della meravigliosa energia positiva che la circonda … e continui a respirare normalmente, osservando il suo respiro … sì … testimone del suo respiro … senta il ritmo del respiro che va e che viene … lasci che ogni respiro la porti sempre più profondamente in uno stato di piacevole rilassamento …»

La voce della terapeuta è piana e suadente. In sottofondo, una musica evocatrice contribuisce a indurre quello stato iniziale di rilassamento che dovrebbe gradualmente tradursi in una vera e propria trance. Io mi sono armato di buona volontà, sono desideroso di collaborare e sono deciso a mettere a tacere qualunque interferenza della mia prepotente razionalità che possa impedirmi di “far funzionare” l’ipnosi.

Purtroppo, non ho la minima idea di quel che dovrei fare per agevolare il processo.

La terapeuta va avanti suggerendomi di sentire il mio respiro che attraversa l’una dopo l’altra, a partire dai piedi, le diverse parti del mio corpo, rilassando i muscoli al suo passaggio. Ma io non riesco a percepire alcun respiro nelle gambe o nel bacino. Per me il respiro è qualcosa che va dal naso o dalla bocca fino ai polmoni, interessando al massimo, per i movimenti che lo accompagnano, il diaframma e i muscoli addominali. Non capisco cosa mi si chiede di fare. Se la terapeuta mi suggerisse di levitare di alcuni centimetri sopra il lettino sul quale sono sdraiato per me sarebbe la stessa cosa. Comunque, ho deciso di essere (almeno per le prime sedute) un “paziente” disponibile e volonteroso, e perciò freno l’impulso di dirle che non capisco quello che mi sta dicendo di fare, che io respiro col naso e non con le gambe, e diligentemente mi sforzo invece se non altro di concentrare la mia attenzione sulle varie parti del corpo che mano a mano nomina. In questo modo riesco a rilassarmi almeno in parte, e quando lei inizia a contare alla rovescia («Adesso conterò alla rovescia da dieci a uno … lasci che ad ogni numero il suo stato di rilassamento aumenti e diventi sempre più profondo …») riesco quasi a entrare nel gioco.

«Sta per succedere qualcosa» penso, con un misto di aspettativa e di timore.

«Ora vada indietro nel tempo, di dieci anni, di cento anni, di mille anni, di diecimila anni. Il tempo non esiste. Immagini di avere una porta davanti a sé. Su questa porta c’è scritto: “Il mio passato”. Vada a scoprire cosa c’è dietro questa porta.»

Come mi aspettavo, non riesco a visualizzare alcuna porta. Davanti al mio schermo visivo continuo a vedere soltanto ciò che vedo normalmente quando tengo gli occhi chiusi in una stanza buia o in penombra: uno sfondo nero attraversato da fosfeni (punti e linee luminescenti più o meno intense, di diversa forma e dimensione). Credo di essere abbastanza immaginativo e osservatore, i miei sogni (quando li ricordo) sono vividi e colorati e ricchi di paesaggi e di visioni, anche molto nitide, ma la mia capacità di visualizzare intenzionalmente oggetti o situazioni reali o immaginarie è pressoché nulla. La frustrazione di non riuscire a visualizzare la porta attenua il mio rilassamento, aprendo un varco alla mia coscienza razionale che non vede l’ora di riprendere il pieno controllo della situazione. Per di più, sono disturbato da una miriade di piccoli fastidi fisici: micropruriti, piccoli colpi di tosse, il contatto dei vestiti sulla pelle o delle ossa delle scapole contro la superficie del letto, l’impossibilità di trovare una posizione comoda per le braccia e le mani, che muovo spesso.

«Cosa vede?» mi chiede la terapeuta dopo alcuni minuti di silenzio.

«Non vedo nulla» rispondo con un certo fastidio nella voce. Ormai la mia razionalità ha ripreso il sopravvento. Anche se in fondo la situazione mi diverte, inizio a sentirmi un po’ ridicolo, sdraiato su quel lettino in una stanza in penombra ad ascoltare, col sottofondo di musiche vagamente new age, la voce suadente della terapeuta che si aspetta da me chissà quali visioni, mentre io cerco con sempre minor convinzione di far finta di essere in trance. Si affaccia il pensiero finallora tenuto a bada che l’ipnosi con me non funzionerà, e che quindi ho speso inutilmente un mucchio di soldi (l’aereo Cagliari-Roma, una settimana in albergo, cinque sedute già prenotate).

«Mi descriva questo nulla» insiste la dottoressa T.

«È uno schermo nero, con dei punti luminosi.»

«Cerchi di entrare dentro questo schermo, di sentire le emozioni che le suscita.»

In quel momento (forse la mia trance è più profonda di quanto creda, o forse si tratta solo di una banale suggestione visiva causata dall’avere tenuto gli occhi chiusi ormai a lungo) nello schermo nero appare un foro luminoso che si allarga fino a diventare un piccolo cerchio all’interno del quale intravedo una figura indistinta. Il cerchio scompare quasi subito, ma riesco a intuire che dentro il cerchio c’è un bambino, o un feto.

«Chi è quel bambino?»

«Credo di essere io. Credo di essere dentro l’utero.»

A quel punto le mie mani, che ho poggiato incrociate sulla pancia, sembrano saldarsi assieme formando una specie di guaina, dandomi la sensazione fisica di essere davvero dentro un involucro.

«Che emozioni prova in questa condizione?»

«Mi sento protetto. Non ho voglia di uscire. Non so cosa mi aspetta fuori. Mi sembra di non avere voglia di nascere.»

Le mie parole, che in un primo istante erano uscite dalla mia bocca spontaneamente, senza alcun intervento della mia volontà, iniziano subito a suonarmi artificiose, costruite. Mi torna in mente che alcuni mesi fa in un mio racconto parzialmente autobiografico avevo inserito un immaginario sogno “regressivo” in cui mi trovavo dentro l’utero prima della mia nascita e non volevo uscire. Probabilmente sto solo recuperando dalla mia memoria recente dei materiali con cui cercare di produrre una finta regressione a un passato lontano.

Il mio stato di coscienza è altalenante. Passo da momenti in cui mi sento completamente sveglio ad altri in cui la mia razionalità è ridotta al ruolo di osservatrice e almeno una piccola parte di me naviga in una leggera trance dalla quale emergono sporadiche immagini. Una di queste è una mano dalle dita adunche che si richiudono. La associo subito allo stereotipo dello strozzino ebreo raffigurato nei manifesti della propaganda nazista, e mi balena l’ipotesi che possa collegarsi alla mia convinzione di essere stato, nella mia vita precedente, un ebreo ai tempi del nazismo.

Ma queste rare immagini sono talmente evanescenti che non ho neppure il tempo di descriverle verbalmente alla terapeuta.

A tratti, quando riesco a lasciarmi andare maggiormente, lo sfondo nero dietro le mie palpebre chiuse assume dei colori: delle macchie aranciate, cupe e cangianti, che dal centro si dilatano e per un istante sembra che stiano assumendo una forma, e poi un azzurro cupo che tende a schiarire come il cielo prima dell’alba e si trasforma in una sorta di spazio cosmico nel quale tento senza successo di immergermi ma che mi trasmette comunque un senso di leggerezza e di libertà.

Poi vedo un violino, o meglio, più che vederlo ne intuisco la presenza.

«Mi sembra che dietro questa immagine ci sia un significato importante» spiego, contento di avere trovato finalmente qualcosa a cui appigliarmi. «Questo violino ha una storia da raccontare.»

«Mi parli di un violino che ha fatto parte della sua vita, la prima cosa che le viene in mente» mi incoraggia la terapeuta.

«È un violino che stava nel salone della casa di mia nonna. È un grande salone con molti specchi e i soffitti affrescati. Finché mia nonna era viva, nel salone c’era anche un pianoforte a coda.»

«Sì, vada avanti. Di chi è il violino?»

«Apparteneva a una mia zia, la sorella minore di mia madre, che lo suonava da ragazza. Poi mia zia si è fatta suora, e il violino è rimasto in quel salone, inutilizzato. Non l’ho mai sentito suonare.»

Dal tono di quest’ultima frase traspare un acuto rimpianto.

Non posso fare a meno di collegare l’immagine del violino alla sensualità, e penso che probabilmente la zia suora, alla quale ero molto affezionato ma che non ha avuto una parte di grande rilievo nella mia vita, rappresenta l’assenza della sessualità, uno dei temi di fondo della mia attuale esistenza e forse la motivazione principale che mi ha spinto a intraprendere la terapia regressiva.

«Che sensazioni le suscita questo violino? Era importante per lei?»

La voce della terapeuta interrompe le mie divagazioni.

Racconto che da bambino ero affascinato dal violino e dal pianoforte. Mi sarebbe piaciuto imparare a suonare uno strumento, ma i miei genitori non me ne avevano offerto la possibilità, senza motivi particolari, forse solo perché non avevo mai espresso chiaramente questo desiderio, che del resto era svanito molto presto. Mi sarebbe piaciuto anche diventare un danzatore. Spiego che la musica e la danza sono due arti che sento più collegate al corpo e all’inconscio, mentre la scrittura, che è diventato il mio mezzo espressivo di elezione, più facilmente cade sotto il controllo della mente razionale.

A questo punto mi rendo conto che sto semplicemente parlando di me stesso, raccontando un pezzo della mia storia come potrei farlo con chiunque nel corso di una normale conversazione. Sono ormai del tutto sveglio e cosciente, e inizio ad irritarmi per le domande che la terapeuta continua a pormi con quel particolare tono di voce che presuppone un mio stato di trance che, se mai c’è stato, è definitivamente svanito. Per quanto mi riguarda il gioco è terminato. La terapeuta forse se ne accorge, e dopo pochi minuti mi induce a uscire dallo stato di trance e a tornare alla normale coscienza di veglia: «… apra gli occhi, fissi un punto del soffitto per orientarsi …».

Io sono completamente sveglio già da un po’, e prima ancora che lei finisca di parlare mi sono messo a sedere sul lettino. Sono piuttosto frastornato. L’ipnosi è durata più di un’ora. Mi rimetto le scarpe, gli occhiali, l’orologio.

Parliamo per una decina di minuti. La terapeuta riassume ed elabora alcuni dei temi che sono emersi durante la seduta. Individua la mia difficoltà ad affidarmi, che corrisponde, a suo dire, a una mia incapacità di immergermi pienamente nella vita; sottolinea l’egemonia della mia parte razionale e la mia paura di perdere il controllo, che impone al mio ego di restare sempre il padrone della situazione, quello che dirige il gioco.

La ascolto con finta disponibilità, cercando di nascondere la mia delusione. Le cose che mi dice le so benissimo, le ho capite da solo in anni di introspezione e di autoanalisi. La sua interpretazione non aggiunge nulla di nuovo, anche se non posso fare a meno di notare con una certa ammirazione che il quadro che dipinge della mia personalità e del mio modo di essere è acuto e puntuale. Dopo un’unica seduta, con le poche cose che le ho raccontato di me nella mezzora prima dell’ipnosi durante la quale le ho spiegato a grandi linee le motivazioni che mi avevano spinto a rivolgermi a lei, le sue intuizioni dimostrano, se non altro, le sue capacità professionali. Questo mi rassicura.

Uscito dal suo studio mi trovo immerso in uno splendido pomeriggio romano di fine settembre. Torno a piedi al mio albergo, non molto distante, continuando a elucubrare su quella nuova esperienza, sui contenuti emersi nel corso della seduta e sui pensieri che ora mi suscitano. Rimugino sulla ipotetica vita di ebreo internato in un lager nazista che più o meno da sempre sono sicuro di avere vissuto ma che, inutile nascondermelo, ho anche paura di ricordare.

 

(© 2009, La Riflessione-Davide Zedda editore)


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