Tornando alla via Nazionale di Villacidro
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Sul lato sinistro del Seminario Vescovile corre una stradina che riporta verso S’ ‘Uttur’ ‘e Is Ortus; scende aggirando il cocuzzolo di Su Coddu ‘e Is Abis e si ricongiunge alla Via Parrocchia di fronte al parco. Questa viuzza era conosciuta, fino alla fine del secolo scorso come Sa ‘Ia ‘e Giuanna Bella, dal nome di una giovane donna che vi abitava. Ed era tanto bella, questa Giuanna, che i villacidresi, dimenticando persino il vero cognome, lo sostituirono, tout court, con lo splendido attributo che la caratterizzava e con cui catturava gli sguardi e le attenzioni di tutto il versante maschile della popolazione. A sera, quando le luci si spegnevano in paese e gli scurini si abbassavano, una finestra s’illuminava nella stradina nascosta di Su Coddu ‘e Is Abis e una casa si animava di voci sommesse e di passi furtivi. Giovani contadini, pastori, operai, minatori, tutti si abbandonavano, nel tepore ovattato di questa casa, all’oblio dopo una lunga giornata di lavoro. Anche qualche attempato possidente, padre di famiglia, con la complicità delle tenebre, scivolava in questa porta e andava a versare sul bellissimo seno le lacrime amare causate da dissapori familiari, inventati di sana pianta, forse per giustificare a sé stessi un comportamento intimamente considerato riprovevole. Giuanna leniva ogni dolore, addolciva ogni ferita e fra le sue candide braccia ognuno riscopriva orizzonti più rosei e domani densi di rassicuranti promesse. Sicuramente pochi oggi ricordano il nome popolare della stradina e ciò che in passato ha rappresentato. La silenziosa e tenace battaglia delle donne villacidresi a salvaguardia delle caste virtù dei loro uomini ha cancellato dalla memoria delle nuove generazioni l’immagine di Giuanna ed il ricordo della sua magnetica bellezza che per molto tempo ha echeggiato tra i sassi di questa strada. Uscendo dalla stradina appena descritta, ti ritrovi in Via Parrocchia. Sulla destra è la diramazione che costeggia il parco e riporta al lavatoio mentre, quasi di fronte, sul lato sinistro, ti viene incontro uno dei tanti negozi di Disario. Disario è un soprannome. È la forma italianizzata di Disariu, che in sardo vuol dire uragano, burrasca o temporale. Per distinguere le varie famiglie con lo stesso cognome a Villacidro, come d’altronde in tutti i paesi della Sardegna, si è sempre fatto ricorso ad un nomignolo, qualcuno anche poco dignitoso, come Merd’ ‘e cani, Acconcia pidus… Il capostipite della famiglia Disariu era probabilmente una persona molto collerica, che con le sue sfuriate ricordava l’ira degli elementi, tanto da meritare questo appellativo, affibbiatogli dai contemporanei e trasmesso, di generazione in generazione, come un vero cognome. Il tempo ed il susseguirsi delle generazioni, come hanno sbiadito il ricordo del primo portatore di questo soprannome, così hanno addolcito il carattere genetico che lo hanno determinato, lasciando allo scoperto negli attuali rappresentanti della famiglia un’apertura mentale e un’acutezza d’ingegno fuori del comune. A differenza di molti compaesani, che si sentono offesi dal suono del soprannome e spesso non rispondono o rispondono con male parole, l’attuale Disariu (o Disario) ne ha fatto una specie di blasone e lo esibisce oggi con giustificato orgoglio. Partito con un carrettino e un asinello, Giovanni Muscas Disariu, per i paesi del Campidano a smerciare frutta e verdura, ha cominciato a viaggiare in furgoncino, poi in camion, fino a fermarsi in una botteguccia, poi negozio ed infine Supermarket. Oggi una catena di negozi, a Villacidro, a S. Gavino e persino a Cagliari[1], mostra nell’insegna, come un titolo nobiliare (la nobiltà dell’ingegno e del lavoro) il soprannome italianizzato del progenitore: DISARIO, che per molti clienti e fornitori, e forse anche per molti villacidresi delle ultime generazioni, è diventato il vero nome di famiglia. La Via Parrocchia prosegue la sua corsa e si ricongiunge alla Via Nazionale a nord di Sa Steria. Lasciando sulla destra la chiesa della Madonna del Rosario, dove esercita il suo Ministero Don Angelo Pittau, la Madonna che protegge i parrocchiani del rione nato in questi ultimi anni, la strada s’inoltra nel mare delle case nuove che costituiscono il nuovissimo popolare rione, nella zona di Cortirisoni. Oltre, camminando verso S. Gavino, è il Quevador, uno dei ristoranti più chic di Villacidro. Dove fino a pochi anni fa era un’immensa distesa di vigneti, oliveti e mandorleti, immersa nella solenne pace dei campi, rotta appena dai campani di qualche gregge sparso, ora è un vasto agglomerato urbano, abbellito da villette eleganti a animato da un alacre fervore di vita. Dietro le spalle, una cinta azzurrina di montagne, col picco caratteristico del Monte Margiani. Il visitatore che lascia il paese, con l’anima ancora colma di emozioni e di sensazioni inebrianti, portando con sé lo scroscio delle acque del Seddanus e negli occhi la figura bruna del pastore, così, come lo vide D’Annunzio e lo descrisse nella sua lirica alla Spendula, conserverà nel cuore queste immagini, perché addolciscano il suo cammino, lungo la via del ritorno. E ogni sera, quando il tramonto tinge le alture di rosa e di violetto, socchiudendo gli occhi, rivedrà quel pastore, il mento appoggiato al suo vincastro, immobile, immerso nella maestosità del paesaggio. Quel pastore, simile a un Fauno, che fissa l’occhieggiare delle prime stelle. E riapparirà, come un’immagine fantastica, tra le ombre della sera, ogni volta che il pensiero prepotente vorrà tornare ai lentischi, agli spigoli rocciosi e agli anfratti di Seddanus, mentre il maestrale bisbiglia sommesso tra le macchie e sembra raccontare ai cisti una leggenda:
Notte… Azzurro scuro punteggiato d’astri… Manda la luna sui cisti, gli asfodeli e gli olivastri come uno spolverio vago d’argento. Sulla balza di bianchi velli qua e là fiorita s’ode ogni tanto un solitario flauto, un mesto tintinnio e un sommesso fruscio di foglie mosse, il paso cauto d’un Fauno, nero contro il cielo azzurro. A oriente un leggero chiarore e, luminosa, sorridente e bella, Venere appare. Adesso il flauto tace ed il pastore arresta il dondolante passo cauto. Alla sua Stella, frdda, lontana, luminosa e bella canta un ingenuo, primordiale amore. [1] Disario, in sempre crescente e, pare, inarrestabile ascesa, dopo la prima edizione di questo libro, ha acquistato la Casar di Serramanna, ha creato dal nulla il Gruppo ISA (Ipermercati Sardi Alimentari) ha inventato l’accattivante denominazione dei prodotti Nonna Isa e con questi è presente in trentotto punti vendita in tutta la Sardegna: tre punti vendita a Villacidro, sei Cagliari, tre ad Alghero, uno a Decimomannu, due a Domusnovas, uno a Elmas, due a Guspini, due a Iglesias, due a Quartu S. Elena, quattro a Sanluri, tre a San Gavino, uno a Sardara, due a Senorbì, uno a Sinnai e uno a Tempio Pausania. |
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