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Villacidro e le sue Streghe

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L‘origine del nome Villacidro è molto controversa. Alcuni autori, come il Manno, l’attribuiscono a un gigantesco limone (Citrus limonum) esistente in prossimità di una fonte, attorno alla quale avrebbe avuto inizio la formazione del paese. La versione di Efisio Cadoni appare forse più attendibile. Villa Citra, egli afferma, cioè Villa al di qua del fiume, in riferimento alla cittadina di Leni, da cui la gente del luogo proveniva e che si trovava al di là, ultra o trans flumen. Ma un’altra interpretazione sembra altrettanto verosimile e forse poggiata su basi più solide.

Questa corona di monti, prima che i vandali lasciassero, passando da queste parti, il seme della loro follia distruttrice, era coperta da fitte coltri di verde: foreste plurisecolari, distese immense di querceti bordate da olivastri giganteschi e profumate da enormi macchie di mirto e di lentischio erano l’habitat ideale per ogni specie animale. Questa zona, oltre che da cervi, da mufloni e da cinghiali, era dimora naturale di nubi fitte di uccelli d’ogni varietà, e in modo particolare di stormi innumerevoli di tordi. Questi pare che abbiano suggerito ai primi pastori, che timidamente hanno cominciato ad affacciarsi ai margini delle foreste cogli armenti, il nome di luogo dei tordi, poi Villa del tordo, Villa turdi, in latino. A suffragare questa versione sono alcune carte di qualche secolo fa, riportate dallo stesso Cadoni nel suo libro STORIA DEL PAESE D’OMBRE, dove il paese è ripetutamente indicato come Villa Tijrda e Villa Tyrda. Sinceramente preferiamo dar credito a questa ipotesi piuttosto che a quell’altra màcabra suggerita ancora dal Cadoni, che indica Villacidro come una città di morti, il cui nome deriverebbe dal greco kedros = bara, per le innumerevoli tombe rinvenute nella parte alta del paese. Tombe puniche e romane sono state trovate un po’ dappertutto in Sardegna come nel resto d’Europa, ma non per questo si è arrivati alla conclusione che i centri abitati vicini abbiano avuto una funzione esclusivamente cimiteriale.

Villacidro era nota fino a tutta la prima metà di questo secolo come il paese delle streghe. Is cogas, esseri malefici, per lo più di sesso femminile, che avevano la facoltà di trasformarsi in animali o in oggetti.

Mediante un rituale che comprendeva formule magiche verbali e l’unzione delle giunture delle ossa, dopo aver messo a punto il piano d’attacco contro qualcuno, iniziavano le cogas con questo processo di mimetizzazione. Ad un fuocherello languido, tanto che ancor oggi chi è insoddisfatto della vivacità del fuoco usa dire: “parit unu foghixedd”e cogas !”, scaldavano un dadetto di lardo e con questo, dopo essersi spogliate, ungevano accuratamente le articolazioni accompagnando ogni gesto con le misteriose invocazioni che dovevano indurre Sàtana a modificare le loro struttura scheletrica, dando a questa le dimensioni e la forma desiderate. Il loro animale preferito, quello di cui più frequentemente assumevano l’aspetto, era il moscone, che consentiva loro di introdursi nottetempo nelle case delle famiglie prese di mira e succhiare il sangue dei neonati. Per fortuna bastava che nel caminetto fosse un treppiede rovesciato o in un angolo della cucina una scopa capovolta o, al limite, che il padrone di casa, iscaltrito dalle loro assidue scorrerie, posasse sul tavolo il berretto al rovescio, perché i poteri magici svanissero all’istante e la coga restasse immobile, prigioniera della forma presa in prestito ed in balia dell’ospite furbo che aveva trovato il sistema di immobilizzarla.

Si racconta di una giovane sposa in disaccordo con la suocera: “bella novità!”, dirà qualcuno. Ma ciò che rende meno banale questo racconto è il fatto che la suocera in questione era proprio una maledetta coga che, per far dispetto alla giovane arrivò alla decisione di eliminare il proprio nipotino, figlio dell’odiata nuora. All’ora di cena, si trasformò in un orribile moscone e cercò d’infilarsi in camera da letto, dove nella sua culla, l’angioletto dormiva placidamente. Il giovane papà, che ben conosceva le marachelle della vecchia genitrice, insospettito dall’insolito ronzio, tolse il berretto e lo mise capovolto sul tavolo. All’istante il moscone si trasformò in una caffettiera e cadde fragorosamente in mezzo a loro. Senza scomporsi, il padrone di casa, tagliò il becco alla caffettiera ed invitò la moglie a spegnere il lume ed a seguirlo in camera da letto. L’indomani i due sposi ebbero un sorprendente risveglio. Al posto della caffettiera lasciata la notte prima sul tavolo, trovarono la suocera cattiva, riversa ed esangue. La coga maledetta li aveva lasciati per sempre. Non si è mai saputo con esattezza se sia morta dissanguata per la ferita al naso o di crepacuore per l’offesa fattale dal figlio.

Certo, se fossero stati a Villacidro a quei tempi il tenente Colombo o Cojak, questo matricida non l’avrebbe certo passata liscia. Ma noi siamo fatti così! e la cosa venne messa a tacere.

A pensarci bene, la scomparsa delle streghe di Villacidro potrebbe essere dovuta alla loro mania ossessiva dell’ordine. Questi esseri meticolosi, che amavano le case ordinate, dove ogni cosa fosse al posto giusto, messa nel modo giusto, potrebbero essere scappate terrorizzate dal caos creato dai ragazzini d’oggi nelle case moderne. Oppure, i nostri pargoli, togliendo loro ogni spazio vitale con il loro pandemonio, potrebbero averne determinato l’estinzione. Diciamo “potrebbero”, ma non è detto che, con l’aiuto di S. Sisinnio, così non sia!

Ma torniamo alle cogas e ai loro mitici tempi. Queste differivano dalle persone normali soltanto per la coda. Is cogas portavano infatti la coda! Ed in tempi in cui la minigonna esisteva solo nei sogni inquieti di qualche adolescente, poterle individuare era, a dir poco, problematico.

Le donne di Villacidro, che hanno sempre posseduto rare doti di saggezza e che in tutti i tempi hanno saputo far tesoro delle esperienze passate, servendosene poi per affrontare il futuro con maggiore serenità (dote assai rara in tempi caratterizzati da un’ignoranza spaventosa, che ancor oggi vengono definiti come is tempus chi accappiant is canis a sartizzu,  si sono procurate, con questa virtù mal compresa, dalle contemporanee o volutamente male interpretate, l’appellativo di bruscias Questo epiteto, rimbalzato in modo maldestro nei paesi del Campidano, ha trascinato con sé quello di cogas ed assieme sono rimasti appiccicati alle nostre donne fino a tempi recentissimi, nonostante le reiterate smentite che i tantissimi matrimoni fra ragazze villacidresi ed altrettanti giovani del circondario abbiano potuto fornire, mettendo questi nelle condizioni di poter constatare de visu l’assoluta mancanza della coda e di poter invece apprezzare le tantissime splendide virtù di cui abbiamo appena fatto cenno.

“Da boi corrus trottus e da femina cidresa Deus si ndi campit!” era lo scongiuro che, non si sa con quanta dose d’ignoranza e quanta di cattiveria, veniva ripetuto nei paesi vicini. È fondato il sospetto che il fascino conturbante delle villacidresi, belle, alte, snelle e sinuose, grandi occhi a mandorla splendenti come topazi e voce chiara ed armoniosa come il canto del fiume Leni che fresco si diffonde per quest’ampia valle, richiamando l’attenzione dei giovani tutt’intorno, abbia suscitato la gelosia delle compaesane. È verosimile che proprio queste, samassesi, serramannesi, villasorresi, etc… abbiano inventato la fosca leggenda delle cogas o, quanto meno, che abbiano contribuito a tenere in vita l’eco di un fantasma apparso forse per la prima volta nei lontani albori della città di Leni ed arrivato fino a noi trasformato, deformato ed abbrutito da una metamorfosi di secoli di oscurantismo, di cataclismi e di sconvolgimenti sociali. L’accostamento al bue dalle corna storte, pericolo costante per chi ha il compito di aggiogarlo, non è casuale. È il sibilo sottile e velenoso di quella cattiveria tipica della donna inviperita dalla gelosia.

Ma non tutto il seme di Eleno, quello che il mitico principe indovino approdato in Sardegna all’alba nebulosa di un lontano millennio e fattosi agricoltore e pastore lungo la valle che ne riecheggia il nome, è stato trasformato e degenerato dalla furia dei secoli. Qualcuno germoglia ancora e dà vita a tutta una fioritura di fatine benefiche e benefattrici, che alleviano le sofferenze umane, ancora oggi, mentre delle cogas è ormai scomparso anche il ricordo, grazie anche alla guerra senza quartiere mossa loro da S. Sisinnio, loro fiero avversario. E le fatine benefiche, le dolci nonnine, sia pure in sordina, pudicamente, continuano con i loro brebus, a togliere s’ogu pigau, causato magari da qualche loro collega sbadata; a guarire is gutturronis; a lenire i dolori della carri segada

Bagnano il pollice in una tazzina d’olio d’oliva e delicatamente massaggiano la parte dolorante bisbigliando, sottovoce perché la preghiera possa giovare al malato, le frasi rituali che sanno di un misto di religiosità e di magia:

 

Is gutturronis funti setti

da setti torrint a sesi

da sesi torrint a cincu

da cincu torrint a quattru

da quattru torrint a tres

da tres torrint a dus

da dus torrint a unu

e da unu a perunu.

In nomini de su Babbu,

de su Fillu

e de su Spiridu Santu.

 

Tre leggeri sputi sulla gola per scacciare il Maligno e la terapia, ripetuta per tre giorni a stomaco vuoto (nove nei casi più difficili) è tutta qui. Quella contro le storte è più o meno simile:

 

Sant’Anna e Santa Marta

tessiant e filanta

filanta e tessiant

e filus non d’acciungiant.

Il filus chi si segànta

solus solus s’annuànta.

Aicci s’annuit custa carri segada.

In nomini de su Babbu

de su Filli

e de su Spiridu Santu.

 

Altri tre sputarelli e via.

Una larga messe di brebus è possibile trovare nella pubblicazione di Efisio Cadoni. fra questi si possono leggere persino quelli contro gli incendi. Questi ultimi devono aver perso col tempo ogni loro efficacia, giacché delle foreste secolari di Villacidro, battute da qualche decennio in qua da orde selvagge di piromani senza scrupoli, rimane ormai poca cosa. Questa chiostra di monti, che racchiudeva un autentico Paradiso Terrestre, presenta sempre al visitatore lo scenario mozzafiato delle sue vette aeree, ma quella moltitudine di rocce, che apparivano come una folla di divinità agresti, poste a custodire la flora e la fauna locali, va prendendo sempre più l’aspetto di una torma di cavalieri truci ed iracondi, in groppa ad una mandria ossuta di cavalcature scheletriche, che galoppa seminando intorno, con la cenere e il fumo, un germe di tristezza sempre più accorata.

Una delle ultime streghe operanti nella zona pare abbia commesso un giorno l’imprudenza di tentare una delle sue bravate proprio davanti alla chiesa di S. Sisinnio, ma incappò in una disavventura che qualche anziano ricorda ancora.

La sorgente che si trova a poca distanza dalla chiesetta, sa mizz”e Santu Sisinni, rinomata non solo a Villacidro, ma in tutti i paesi del circondario per la freschezza e le leggerezza del liquido vitale che ci regala (e che, nonostante la copertura fatta recentemente costruire dal Comune a protezione, qualcuno, con applicazione e costanza degne di miglior causa, s’ingegna ugualmente d’inquinare e di rendere inutilizzabile), un tempo forniva la provvista dell’acqua a molte famiglie di pastori e contadini che abitavano la zona. Una donna si recava, come di consueto, una mattina alla mizza. Doveva avere qualche conticino in sospeso con la coga, perché se la trovò di fronte minacciosa, trasformata in un mostruoso serpente, che avanzava strisciando e mostrando la sua lingua bifida. “Santu Sisinni miu!“, fu l’invocazione spontanea. All’istante S. Sisinnio apparve con la destra armata di una spada scintillante e vibrò un colpo micidiale in mezzo alla schiena al mostro. Questo rimase là, pietrificato e diviso in due. Ed ancora gli anziani, come Giuannicu Maxia, lo ricordano come S’Arrocch’ ‘e Caboru.

Anche il cosiddetto sesso forte in questa comunità intrisa di magia subisce il fascino dell’esoterico. Lucifero Tola, Luzifuru, com’era conosciuto da tutti a Villacidro, custodiva, molti anni fa, una grossa mandria di vacche selvatiche nelle foreste del Mont’ ‘e Coxina. Il suo fucile ad avancarica a tracolla e l’astuccio con la polvere da sparo nella munciglia, assieme ad una sacchetta piena di dadetti di lardo, sorvegliava le bestie, vivendo con loro e rientrando in paese per i rifornimenti ogni due settimane. Durante le tempeste, quando il vento sibilava tra le chiome degli alberi ed emetteva gemiti inumani, la mandria spesso sbandava e qualche vacca si staccava dal gruppo e si addentrava in sentieri impervi che la conducevano lontano. Allora Luzifuru caricava lo schioppo con il lardo e sparava. Il povero animale rientrava di corsa al branco, mugghiando di dolore, con il lardo che gli ardeva in groppa, come un grottesco tedoforo. Raccontava spesso di aver sentito, tra i fischi del vento, la voce di qualche dèmone custode di cinghiali (perché anche gli spiriti ultraterreni, in questa comunità, hanno un’attività legata all’agricoltura o all’allevamento!), che andava in cerca dei capi smarriti nella tormenta.

Non pronunciava mai la parola dèmone o demonio, quasi a scongiurare una possibile simultanea apparizione. Lo chiamava con dei nomignoli dai suoni confidenziali, come Coixedda o Peis Pintaus. Diceva di averlo anche visto! In una notte gelida e buia, seduto accanto al fuoco a ridosso d’una roccia, gli apparve una volta un vecchietto infreddolito e tremante sotto un tabarro nero d’orbace. Luzifuru indicandogli una grossa pietra vicino al fuoco lo invita a sedersi. Ma quando il vecchio si siede e allunga le gambe per scaldarsi i piedi mostra due zampe di capra che rivelano immediatamente al nostro eroe la vera identità dell’ospite. Luzifuru si alza di scatto e tira fuori il Crocefisso che tiene sempre a contatto col cuore, sotto sa besti. Un bagliore improvviso e il vecchio scompare lasciando nell’aria un acre odore di zolfo bruciato. Più chiaro di così!

Luigi Muscas

 


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