Sa ‘ia ‘e Canali Lacuneddas
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La Via Garibaldi, quella che Giuseppe Dessì chiama “La Via delle Tre Marie”, era conosciuta dalla popolazione villacidrese come Sa ‘ia ‘e Canali Lacuneddas. Questo nome ha un’origine piuttosto nebulosa. Molti lo attribuiscono al fatto che in fondo alla strada, nel crocevia che conserva ancora la croce dei missionari, chiamata appunto Sa grux’’e Lacuneddas, fino alla fine degli anni Cinquanta, si trovavano gli abbeveratoi per il bestiame, is lacus.
Mentre nei paesi di tutta la valle che si stende qui d’avanti, ogni casa agricola aveva il suo pozzo al centro del cortile, con la vasca di trachite al lato, su lacu, Villacidro, posta su uno zoccolo di granito, non offre questa possibilità. Alemeno, non poteva offrirla negli anni passati, con i mezzi meccanici allora a disposizione. Una cosa è perforare l’argilla o il pietrisco della valle, ben altra è perforare la roccia su cui poggia le basi questo paese. Ricchi di vene acquifere e di sorgenti naturali e ricchi di bestiame da dissetare, i villacidresi antichi riuscirono ad aggirare l’ostacolo convogliando le acque delle sorgenti in abbeveratoi pubblici. Non è improbabile però che qualcuna delle tante polle che scaturivano da questi monti prima della sistematica distruzione delle foreste che li ricoprivano, lasciando scorrere liberamente l’acqua lungo i bordi della strada, abbia procurato a questa il nome, giacché lacunedda nel vernacolo campidanese vuol dire anche pozzanghera, fanghiglia, luogo bagnato. Ma non avendo il necessario bagaglio di conoscenze per venire a capo della questione, lasciamo questo compito agli studiosi seri e di solida preparazione, che a Villacidro non mancano di sicuro, e proseguiamo nella nostra passeggiata verso S. Sisinnio.
Passando per l’avvallamento di Sa Grux’ ‘e ‘i Bias, cosi è detta da un’antica viuzza campestre tutt’ora praticata e dove comincia a comparire qualche costruzione, che taglia la strada qui ricongiungendo l’estremità superiore del paese con quella inferiore, si arriva a Bassela, dove gli agrumeti si alternano con gli uliveti plurisecolari, la Balanotti di Giuseppe Dessì, nella campagna di Norbio di PAESE D’OMBRE.
Attraverso Bassela, la strada incontra quella proveniente da S’Arrocca ‘e Caboru, di cui s’è già parlato. Qui una crocetta di legno ricorda una delle tante visite a Villacidro dei missionari. I villacidresi, dato che si trova sulla strada di S. Sisinnio, la chiamano Sa grux’’e Santu Sisinni. Qui avvenne una furibonda rissa tra villacidresi e serramannesi per il possesso della reliquia del Santo. Più avanti, in cima ai monti, la chiesetta biancheggia immersa in un boschetto di olivastri millenari.
La chiesetta è molto antica. Lo era già nel 1615, quando, ritrovate le spoglie mortali di San Sisinnio nella cripta della chiesa di S. Lucifero a Cagliari, un frammento di costola venne donato a questo tempietto campestre a lui dedicato. Nella teca d’argento che custodisce la reliquia si può vedere una scritta, ormai consumata e difficilmente leggibile, ma riportata nel liber chronicus dal parroco di santa Barbara, Mons. Diana, che dice: “S. Sisinnius martir qui vixit annis 62. Quievit in pace anno 185. Inventum fuit 15 julii 1615 in eccl. S.ti Luxorii sotterranea prope D. Saturninum et haec reliquiam data fuit a Rev. Vicario Martis instante Canonico Melchiorre Pirella, Ecclesia S.ti Sisinnii, quae in oppido Villakirdos antiquissima”. La lastra che ricopre l’attuale dimora del Santo, nella cripta del duomo di Cagliari, porta un’altra scritta, dove si legge che il Martire “Cicnebit in pace”. Questo santo predicatore, che per il candore dell’anima e per il canto con cui lodava il Signore e trascinava i pagani alla conversione, veniva paragonato a un cigno, come un cigno se ne andò, cantando sotto le torture.
Nato a Leni nell’anno 123, sotto l’imperatore Adriano, da famiglia pagana, visse, come tanti giovani del luogo, la vita serena dei campi, durante quel lungo periodo di tranquillità che caratterizzò l’impero di Marco Aurelio. Solo all’età di quarant’anni ebbe modo di ascoltare la Buona Novella dai vari divulgatori che arrivavano qui da ogni parte dell’impero, sia come esiliati a causa della loro fede, sia volontariamente come portatori di speranza e di aneliti sconosciuti in una società incrudelita da egoismi sfrenati, molto simile all’attuale (Questa terra è stata visitata anche dall’apostolo Pietro, di cui è forse un ricordo la chiesetta tutt’ora esistente, unica reliquia di Leni). Infervorato dalla nuova fede, iniziò con straordinaria efficacia la predicazione del Vangelo, accompagnando la predicazione con inni di lode al Signore. E la sua voce melodiosa affascinava gli ascoltatori, tanto che in breve tempo riuscì a convertire migliaia di pagani alla fede di Cristo.
Marco Aurelio Commodo, figlio di Marco Aurelio, succeduto al padre nel 180, era ben lontano dalla nobiltà d’animo e dalla saggezza del genitore. Tormentato da un’ambizione sfrenata, che lo portò persino a pretendere di essere adorato come dio, si può facilmente immaginare in che modo abbia potuto accogliere i portatori della parola di un unico Dio, Padre di tutte le genti. Una nuova ondata di persecuzioni si abbattè su tutto il popolo cristiano, sempre più numeroso nell’impero. I prodromi della recrudescenza partirono però questa volta, stranamente, da Karales. I funzionari di Roma, impressionati dal gran numero di persone convertite alla nuova religione, “…por efecto desta predicacion que ablandava los duros”, come riporta il Bonfant, senza neppure aspettare disposizioni dall’alto, decisero di catturare i divulgatori, e fra questi Sisinnio, e dare così un duro colpo a quella che loro vedevano come una setta oscura e minacciosa. Sisinnio venne imprigionato e, nella speranza d’indurlo a riabbracciare la religione ufficiale, i carcerieri furono prodighi di lusinghe e di minacce. Quando le lusinghe si rivelarono inutili furono attuate le minacce. E Sisinnio fu bastonato a sangue. E fra le torture cantava implorando la liberazione dello spirito dalla prigionia del corpo, finché il Signore non lo esaudì. E per lui i contemporanei coniarono un nuovo verbo. Non morì, per loro, ma cicnebit, ossia cignò. Si librò nel cielo come il canto d’un cigno, diventando egli stesso canto.
Quando venne ritrovato il corpo, con le ferite ancora visibili ed il sangue ancora rappreso attorno, “…sus Reliquias ensangrentadas…”, il Canonico Francesco Martis, vicario generale del Monsignor D’Esquivel, consegnò al Canonico Melchiorre Pirella, prebendato di Serramanna con annesse Villacidro e Nuraminis, un frammento di costola del Santo Martire in una teca d’argento.
A quella data, 1615, com’è indicato nell’iscrizione della teca: “…quae in oppido Villakirdos antiquissima”, la chiesetta del Santo era già considerata “antichissima”. Forse risale allo stesso periodo in cui fu ricostruita vicino a Serramanna la chiesetta di Santa Maria di Leni.
Il dono era ovviamente destinato alla chiesa del Santo, ma trattandosi di una chiesetta campestre nel territorio del canonicato di Serramanna, nella parrocchia di questo paese la preziosa reliquia venne custodita. E dalla parrocchia di Serramanna partiva ogni anno, in processione, per dare inizio alla festa d’agosto, che forse ricorda la data della donazione, giacché il martirio del santo avvenne negli ultimi giorni d’aprile.
I villacidresi avevano sempre mal sopportato il fatto che la reliquia del loro santo compaesano fosse custodita in un altro paese. Per questo le due comunità di fedeli, per modo di dire, villacidresi e serramannesi durante i giorni della festa non si vedevano molto di buon occhio. Ma siccome così era stato stabilito dalle Autorità, i primi, facendo buon viso a cattivo gioco, si limitavano a mugugnare in sordina, adattandosi, in sostanza, alla situazione, anche se non gradita.
Quando, nel 1767, Villacidro passò dalla diocesi di Cagliari a quella di Ales, in sostituzione di Villamar, che da Ales era passata a Cagliari, i sordi brontolìi sfociarono in aperta ribellione. Serramanna e Villacidro venivano a trovarsi su campi separati: in diocesi diverse, affermavano i villacidresi. Non c’era più motivo perché i serramannesi continuassero a gestire la festa più prestigiosa del loro paese. Lettere di protesta piovvero alle due diocesi, ma ormai il rito del pellegrinaggio del Santo era già antico di 150 anni: era già diventato tradizione e nessuno più volle assumersi la responsabilità di modificarlo.
Il campanilismo sciocco è stato sempre un pessimo consigliere. Pare che qualche serramannese abbia trovato motivo di divertimento nei passi burocratici andati a vuoto dei villacidresi e non abbia trovato di meglio che dimostrare la propria spiritosaggine con qualche insulsa amenità. Fu la scintilla che diede il fuoco alle polveri già accumulate da tempo. Un gruppo di baldi ed aitanti guerrieri, ricchi di pilu in su coru, a cavallo ed armato di tutto punto, si appostò in questo crocicchio, dietro alcune siepi di mirto ed attese l’arrivo della processione da Serramanna. Quando questa apparve sbucarono, truci e minacciosi, intimando l’immediata consegna della reliquia. Al rifiuto del sacerdote, circondato dalla cavalleria serramannese, spade, daghe e coltellacci scintillarono subito al sole. I serramannesi, anche se colti alla sprovvista, tentarono di reagire, ma quando videro uno di loro cadere colpito a morte nella polvere di Bassela, tutto il loro eroismo svanì di colpo e si diedero a una precipitosa fuga. Il povero prete officiante non poté far altro, suo malgrado, che consegnare la preziosa teca e tornarsene, mogio mogio, com’era venuto, a Serramanna.
Pare che l’anno successivo i serramannesi avessero preso anche le contromisure in un tentativo di riconquista, ma inutilmente. Una seconda battosta tolse definitivamente loro ogni residua velleità di rivalsa. Nacque allora la tradizione della scorta armata del Santo. Una scorta che ormai, a distanza di secoli, ha un sapore esclusivamente folcloristico, giacché i serramannesi d’oggi non sembrano molto propensi ad organizzare imboscate per rubare santi. E se vanno a rubare a Villacidro, è molto più probabile che si attardino nei frutteti. La loro congenita apatia per il culto del proprio passato li rende più sensibili al fascino delle arance di Leni o delle ciliegie di Villascema che ad una reliquia, sia pure miracolosa, che loro possedevano trecento anni fa.
E S. Sisinnio esce ogni anno dalla parrocchia di Santa Barbara, tra due ali di folla, preceduto dalla cavalleria e dagli sgargianti costumi villacidresi, e ripercorre quella strada che porta le impronte di oltre due secoli, fino alla sua casetta bianca sui monti. Viene accolto da una moltitudine di fedeli provenienti da tutto questo circondario, che l’hanno preceduto con ogni mezzo e sul sagrato lo attendono. Fino agli inizi di questo secolo veniva accolto da schiere di traccasriccamente addobbate che trasportavano intere famiglie e qui soggiornavano per tutto il periodo della festa.
Tutto il vasto spiazzo intorno alla chiesa era intensamente popolato in quei giorni. le traccas e le baracche, sotto gli olivastri emanavano un profumo di porchetto e di salsicce arrosto. Al sindaco ed alla sua famiglia era riservato un trattamento di riguardo: il caseggiato, oggi diroccato, posto all’interno del piazzale, proprio di fronte alla chiesa. Le note dei balli sardi, immutate nel tempo, come immutati sono i richiami dei torronai e dei venditori di noccioline e portano al cuore quel sapore ancestrale, in un effluvio inebriante di aromi agresti, e di porchetto arrosto. E i proprietari più facoltosi offrivano al santo i vitelli o i manzi più grassi. Cataste di legna venivano bruciate e sulle brace enormi griglie impregnavano l’aria del profumo delle trance di carne che s’indorava: la carne destinata agli ospiti ed ai poveri, in un clima di cordialità e d’allegria. Di questa gentile dimostrazione di ospitalità rimane il ricordo nell’usanza, ancor oggi mantenuta dal comitato, di offrire i dolci e la vernaccia a tutti i presenti.
Sembra ribadita ogni anno qui la ben nota e mai placata inimicizia di S. Sisinnio con le cogas. Queste, com’è stato detto, assumevano spesso l’aspetto di mosche o di mosconi: per questo venivano spesso identificate con i poveri ditteri che, per quanto fastidiosi e schifosi, non si sono mai resi responsabili delle atrocità di cui usavano invece macchiarsi i loro diabolici imitatori. A scanso di equivoci tuttavia, sciami di mosche e di mosconi, nonostante il periodo caldo e le allettanti ghiottonerie che abbondano intorno girano a rispettosa distanza. Un fatto veramente curioso, di cui non si riesce a dare una spiegazione accettabile, ma che è una realtà che tutti possono agevolmente constatare venendo a visitare S. Sisinnio la prima domenica di agosto.
La domenica sera, all’imbrunire, la Reliquia ripercorre in senso inverso la nota strada e rientra a santa Barbara. Lo stesso fasto l’accompagna ed i superbi cavalieri, su cavalli stupendamente addestrati ed addobbati, fanno la scorta al Santo. Fino ai primi anni del secolo in corso, all’arrivo is oberaius si schieravano, all’ingresso della parrocchia, ai due lati: facevano ala e si esibivano in un solenne presentat arm. Ad un ordine seccco di s’obreri Bogaindedda! una selva di lame si levava al cielo. Un cerimoniale lasciato cadere in disuso, anche per evitare i sorrisetti ed il sarcasmo a buon mercato dei soliti maligni che capiscono, o fingono di capire, fischi per fiaschi.
La chiesa di Santa barbara, di fronte al Mont’ ‘i Omu, si affaccia sulla Piazza XX Settembre ed ha di fronte la bella statua della Madonna Immacolata, fatta erigere nel 1958.
La Piazza XX Settembre era percorsa dal Fluminera ed era unita alla Via Roma da un ponte, Su Pont’ ‘e su Vicariu, così chiamato forse per la sua vicinanza alla parrocchia. Ancora oggi, nonostante il ponte non esista più ed il Fluminera scorra sotto una volta di cemento armato, lasciando uno spazio uniforme nella piazza soprastante, il punto d’incontro con la Via Roma è chiamato Su Pont’ ‘e su Vicariu.
Questa piazzetta nella sua storia ha avuto svariati nomi. Se ne ricorda uno molto casalingo: Piazza Cadoni, nome avuto da una famiglia molto in vista a Villacidro e che aveva qui la sua casa: la famiglia da cui discende lo scultore e studioso di storia sarda Efisio Cadoni.
Nel 1893 fu abbellita da una fontana che nel suo centro levava al cielo un getto d’acqua cristallina. Fu chiamata per questo dai villacidresi Piazza Zampillo e tale nome per loro conserva ancora e conserverà in futuro. Personaggi illustri e date storiche sono sempre scomparsi di fronte al loro zampillo e neanche il XX settembre è riuscito a fare breccia nei loro cuori. Ora si chiama infatti Piazza XX Settembre, ma per tutti, anche se il getto d’acqua che servì in un primo tempo a ribattezzarla, è scomparso ed è stato sostituito dalla statua della Madonna Immacolata, questa piazza è e resterà Piazza Zampillo.
La storia della chiesa di santa Barbara è già stata raccontata brillantemente da Carlo Bolacchi, come pure è stato minuziosamente descritto, in un libro pubblicato a cura della Pro loco, “ITINERARI DELLA SARDEGNA – VILLACIDRO”, il suo interno ed i suoi pregi architettonici ed artistici. Questo povero contastorie non se la sente di aggiungere nulla o di ripetere cose già dette assai meglio di come potrebbe dirle lui. Si ferma Rispettosamente alla porta ed ammira l’agile figura del campanile che si leva ardito e carezza le nuvole, mentre il solenne tocco del grande orologio scandisce il tempo che passa.
Inquadrata dal portale, appare e scompare una figura bizzarra, che riporta al cuore una folla di ricordi. Personaggi del passato tornano in uno scenario fantastico a recitare, come in una moviola, episodi di vita vissuta e in gran parte cancellata dalla memoria dei contemporanei, presi dal vortice della nostra vita frenetica.
Luigi Muscas
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