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Il Lavatoio

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IL LAVATOIO

I due lati della chiesa sono percorsi da due strade che si ricongiungono dietro, in Piazza Giuseppe Dessì, che i villacidresi continuano a chiamare Piazza Lavatoio.

 

In questa piazza, ora diventata centrale, dove confluiscono numerose strade che portano al centro storico del paese e la via larga e moderna che porta al rione prima conosciuto come S’Isca ‘e Bidda, situata nella zona anticamente chiamata S’Arriu[1], alla fine del secolo scorso il sindaco Giuseppe Pinna fece costruire, oltre agli abbeveratoi per il bestiame ora scomparsi, il lavatoio comunale.

Forse non è stata la trovata geniale di un solo uomo, a cui in un mattino di grazia sia scoccata una scintilla. È stata la realizzazione di un’idea maturata pian piano tra la gente, nata dalle necessità e dalle fatiche di povere donne costrette a sobbarcarsi chilometri di strada a piedi, fino al fiume, e ad immergersi poi fino alle ginocchia nell’acqua fredda per procedere nel massacrante lavoro del bucato. E spesso, non ancora quarantenni, molte donne erano già afflitte dall’artrosi ed invecchiate prima del tempo. È un’idea però che il sindaco ha onestamente raccolto e coraggiosamente difeso in Consiglio Comunale[2] e si è concretizzata nel 1893 con questa realizzazione originale che forse non trova riscontro in nessun altro paese della Sardegna.

La presenza del lavatoio ha improvvisamente portato nella vita di Villacidro, placida e sorniona come in ogni altro paese agricolo, un qualcosa di nuovo che ha notevolmente contribuito a modificarne i costumi. Le lavandaie, is lissieras, prima sparse lungo i greti dei fiumi, con i piedi a mollo e talvolta anche sotto la pioggia, riuscivano ugualmente a raccogliere e far circolare le voci ed i fatti, palesi e segreti, riguardanti Tizio o Caio… Immaginiamole ora raccolte in un unico ambiente e lavorando in condizioni assai meno disagevoli. Questa piazza divenne di colpo una sorta di radio locale ante litteram e divulgava a getto continuo, assieme alle notizie utili, alle novità dei negozi, fatti e fatterelli che qualcuno magari sperava di riuscire a tener nascosti. Gli uomini che portavano il bestiame a is lacus, le donne di passaggio, le ragazze e i ragazzi avidi di pettegolezzi, tutti indugiavano nella piazzetta antistante, facevano capannelli e prestavano orecchio al chiacchierio delle buone donne. Poteva capitare che qualche possidente o qualche commerciante si fermasse interessato ad ascoltare eventuali notizie scabrose sul conto di un avversario e scopriva che la moglie lo cornificava col compare. Si racconta di risse furibonde scoppiate in Piazza Lavatoio, che le hanno spesso prodotto l’effetto e la pericolosità di una bomba ad alto potenziale.

Entrato però a far parte della vita stessa del paese, ne è diventato un segno di riconoscimento, una nota caratteristica. Ombreggiato dalla gigantesca magnolia della adiacente villa Leo, se le varie marche di lavatrici lo hanno privato di ogni utilità pratica, rimane a Villacidro come una testimonianza di vita vissuta, come un monumento, come la Fontana Rosello dei sassaresi e forse più bello di questa, con le sue linee agili ed eleganti in ferro battuto, impreziosite dai supporti in trachite lavorata e dalle decorazioni in travertino. Purtroppo di tutto questo ci rimane solo quello che i vandali si son degnati di lasciarci. Le mutilazioni dovute al teppismo ed all’incuria lo hanno spogliato di molti dei suoi più preziosi ornamenti, come i leoni di travertino ed altre decorazioni appariscenti, ma rimane sempre un monumento forse unico nel suo genere.

Si è accennato alla villa della magnolia. Questa appartiene da diverse generazioni alla famiglia Leo. Verso la metà del secolo scorso venne acquistata dal capostipite, Pietro, deputato in Parlamento e giudice della Real Casa[3]. Questi la lasciò in eredità alla figlia, Maria, sposata con Giovanni Antonio Porcu[4]. I Porcu misero al mondo una nidiata di otto figli, uno dei quali, Gavino, è forse quello che ha manifestato un maggior affetto per questo paese; quello che, ovunque le esigenze della vita lo abbiano condotto, ne ha portato in cuore le immagini, rievocandole nei suoi versi delicati e divulgandone il nome anche oltre i confini della nostra isola.

Non è nato in questa villa. È nato a Cagliari nella seconda metà del secolo scorso. Laureato in giurisprudenza, ricoprì un incarico a Roma al Ministero della Guerra[5]. Funzionario apprezzato, si portava appresso un cognome non molto orecchiabile per i colleghi della capitale. Afflitto dalle mortificanti battutine, decise di adottare quello materno[6], perpetuando così il nome LEO a questa graziosa villetta che con il lavatoio crea un unico quadro armonioso ed offre al visitatore forestiero la visione di uno scenario incantato sullo sfondo azzurro cupo del Mont’ ‘i Omu. E col nome di Gavino Leo è conosciuto ed apprezzato negli ambienti letterari sardi e della penisola. Narratore e poeta forbito ed elegante, ebbe giudizi lusinghieri da parte dei più noti esponenti del mondo culturale del suo tempo ed i riconoscimenti dei più prestigiosi premi letterari italiani.

Riportiamo qui, tratte dall’opera più volte citata di Efisio Cadoni, STORIA DEL PAESE D’OMBRE, alcune sue poesie, da cui traspare l’anima di Villacidro ed in cui palpita il cuore innamorato di questo suo cantore.

 

SANTUARIO DEL CARMINE

IN VILLACIDRO

O bianco, ne l’ondosa ampia di pini

opaca selva, rustico Santuario,

che pendi come un nido solitario

vivo di trilli e voli cilestrini,.

porgi ombra nel loggiato centenario

ancora a quanti salgon pellegrini;

e pace a chi fidente s’avvicini

al tuo vetusto tenue reliquario?

Anche mia madre sale nei mattini

calmi, le ride il magico scenario

del mare e del lontano Campidano,

mentre pare che un angelo si chini

e la regga e le illumini la mano

che stringe così piccolo rosario!

 

 

L’USIGNOLO DI VILLASCEMA

Il canto tenue nel silenzio trema

con chiarità di luce, quasi infili

perla su perla; e doni bei monili

a l’alba che molle s’indiadema.

Salgon due trilli; poi la voce scema

estenuata, e il canto par si sfili;

ma un’altra nota, ecco, riprende i fili

accesamente nel divino tema.

L’anima sente; e vaga verso asili

di pace, in una lievità suprema,

tra l’ondeggiar di sogni infantili;

mentre tingonsi in rosa, ne l’estrema

ora de l’alba, gli alberi sottili

abbrividenti lungo Villa Scema.

 

 

 






[1] Manno

[2] I Consigli Comunali del tempo, dominati dall’egoismo di un’oligarchia di possidenti, erano peggiori persino di quelliattuali: il che’ e` tutto dire!

[3] E. Cadoni – STORIA DEL PAESE D’OMBRE

[4] Cadoni – Opera citata

[5] Cadoni – Opera citata

[6] Cadoni – Opera citata


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