La casa dei glicini
Oggi la Via Roma si offre al visitatore in vesti moderne, fatte di case e di palazzine eleganti. Bar, negozi ed oreficerie aprono porte e vetrine sfavillanti su questa strada attenuando il contrasto che la villetta vicina, qualche passo oltre il negozio dei fiori, ex bar Caria, di cui s’è appena parlato, crea ancora con tutto il resto. Ma se cerchiamo di immaginare questa villetta, in questa strada, nel secolo scorso, la sua immagine può apparirci come quella di un cristallo minerale sbocciato e cresciuto in una matrice ruvida a scabra. Nella strada di un paese agricolo, dove ogni costruzione non può che essere funzionale all’attività del proprietario, e quindi zeppa di attrezzi agricoli e di bestiame, governata da gente poco incline alle concessioni al lusso e alle esteriorità, questa casetta linda ed elegante, le cui linee ricordano quelle di una “villetta toscana”, come ebbe a definirla Edoardo Scarfoglio quando vi soggiornò, doveva apparire proprio un gioiellino. Ora vi abita Nino Muscas, ma nella prima metà di questo secolo appartenne a un personaggio un po’ enigmatico. Un uomo che è stato molto amato a Villacidro; che ha svolto un ruolo importante nella vita di questo paese e di cui, stranamente, nessuno ha mai parlato. Nei tanti libri, monografie e pubblicazioni varie su Villacidro non si è mai trovato un solo cenno sul Dottor Ortu. È stato parroco qui; eppure neanche il Liber Cronicus della parrocchia di Santa Barbara dà molte notizie sul suo conto e quel poco che dice non si sa bene fino a che punto possa essere considerato attendibile.
Era guspinese. Assegnato alla parrocchia di Santa Barbara, a Villacidro, nel 1908, esercitò il suo ministero nel periodo caldo delle rivendicazioni sociali in Italia, specie nelle zone minerarie. Il Dottor Giuseppe Ortu forse non condivideva del tutto la posizione della Chiesa di quel periodo e non ne faceva mistero.
Non vogliamo intraprendere indagini su quelle che possono essere state le convinzioni politiche di questo sacerdote (che forse non avremmo condiviso). È doveroso però riconoscere che fu molto amato dalla popolazione. Uomo onesto, intelligente e dotato di una cultura poliedrica, coltivava una molteplicità d’interessi. Aveva studiato medicina e metteva le sue reminiscenze a disposizione dei parrocchiani più bisognosi, facendo loro risparmiare l’onorario del medico e, molto spesso, il costo delle medicine. Non aveva mai accettato l’ora legale (Povero Dottor Ortu! Se vivesse adesso, che per buona parte dell’anno è l’ora legale che regola – si fa per dire – le nostre giornate!). Diceva che nessun governo può avere il diritto di cambiare i ritmi che il Buon Dio ha dato al sole e alle stelle.
Nonostante queste sue originalità e spigolosità, era un buon pastore di anime, disponibile ed aperto alle necessità delle pecorelle che il Signore gli aveva affidato. Il suo difetto era l’ardore quasi goliardico con cui si buttava dalla parte da lui ritenuta giusta e la focosità e l’intransigenza con cui questa parte difendeva.
Un ministro di Dio non può essere di parte. La sua casa ed il suo cuore devono essere aperti a tutti e la sua mano tesa, anche a chi la pensa diversamente da lui.
L’indole granitica, tipica dei montanari della sua terra lo tradì e la Chiesa si vide in condizioni di doverlo sospendere “a divinis”, nel 1924. In seguito riprese a celebrare in una cappelletta ricavata in una stanza di questa splendida villetta, assistito da pochi intimi, finché il Buon Dio, nel 1942, non lo rivolle con sé.
Ma prima di appartenere al Dottor Ortu, questa casa, è stata proprietà di un altro personaggio illustre. “Un lord inglese innestato sopra un tronco verde e sano della Sardegna…”, lo definì il solito Scarfoglio, suo ospite, in un articolo inviato al giornale CAPITAN FRACASSA[1].
In effetti questo lord inglese si chiamava Giuseppe Todde, esimio economista e professore universitario. Ma non è solo il cognome a fugare ogni dubbio sulle origini dell’anfitrione. Quando la comitiva della intellighenzia nazionale, composta dallo Scarfoglio, da Cesare Pascarella e da Gabriele D’Annunzio approdò a Villacidro e venne ospitata in questa casa, nel 1892, non fu certo accolta da un’atmosfera albionica, gelida e distaccata, ma dal calore umano e dalla proverbiale ospitalità sarda. Non siamo solo in un altro parallelo: siamo in un’altra dimensione! Questo lo ha certamente percepito D’Annunzio e lo ha manifestato quando, innamorato di questa terra, si levava le scarpe per camminare sui tappeti di zàgare, sotto i boschi d’aranci di Villacidro[2].
Non saranno stati certo questi i primi agrumeti visti dall’Immaginifico. Avrà certamente visto altri paesaggi ameni ed altre cascate, sicuramente più spumeggianti e dal fragore delle acque più impressionante che non la Spendula di Villacidro. Eppure è tra questi picchi bizzarri, che ricordano moltitudini di atleti pietrificati ed arrestati nell’atto di esibirsi in singolari evoluzioni aeree, e nella voragine che riceve le acque di Seddanus, che scendono a strapiombo e impregnano l’aria d’echi scroscianti e di un pulviscolo di stille multicolori, proseguendo poi il loro canto tra i sassi fino alla pianura, che l’anima del poeta ha vibrato di particolari emozioni. Ed ha voluto lasciarcene un ricordo in una bellissima poesia che fino a qualche tempo fa si poteva leggere stampigliata in caratteri di ferro sulla parete liscia che introduce alla voragine e che ora, completamente rovinata, è pressoché illeggibile:
Dense di celidonie e di spineti
le rocce mi si drizzano davanti
come uno strano popolo d’atleti
pietrificato per virtù d’incanti.
Sotto fremono al vento ampi mirteti
selvaggi e gli oleandri fluttuanti,
verde plebe di nani; giù pei greti
van l’acque della Spendula scroscianti.
Sopra il cielo grigio eguale. A l’umidore
della pioggia un’acredine d’effluvi
aspra esalano i timi e le mortelle.
Ne la conca verdissima il pastore,
come Fauno di bronzo su ‘l calcare,
guarda immobile avvolto in una pelle.
Sarà stata forse questa terra, che ha vaghi tratti di somiglianza con tutte le altre parti del mondo, ma la cui malia sottile e penetrante ne fa un’attrazione unica, a stregarlo con il sortilegio di cui parla Marcello Serra, e contagiarlo e a contagiarlo del Mal di Sardegna o sarà stata l’ebbrezza sprigionata da quella “acredine aspra” di effluvi, ch’è il massimo dell’asprezza agreste, a mostrargli il quadro insuperabile di una conca verdissima, coronata dagli agili picchi svettanti, dove giganteggia la figura del pastore, immobile, statuario, come un fauno di bronzo, fatto sta che quest’immagine accompagnerà poi sempre il poeta e tornerà agli occhi dell’anima sua quando nel buio delirante del suo letto d’ospedale traccerà nelle incomprensibili righe, decifrabili solo dalla sirenetta, il ricordo fascinoso del suo viaggio a Villacidro.
Luigi Muscas

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