Tributo a L.Muscas
{jcomments on}Presentare il bel lavoro di Luigi Muscas, che è stato il degno Presidente del Gruppo di Poesia Solstitium, potrebbe sembrare presunzione – per la prima volta invero sento la spinta interiore che mi porta ad esprimere un giudizio sereno ed obbiettivo intorno ad un’opera breve ma densa di significati. Solstitium, potrebbe sembrare presunzione – per la prima volta invero sento la spinta interiore che mi porta ad esprimere un giudizio sereno ed obbiettivo intorno ad un’opera breve ma densa di significati.
La lettura è piacevolissima e avvincente: dirò dunque quanto è rimasto nella mia mente e nel mio cuore.
La Sardegna è la mia isola, il mio paese è Gonnosfanadiga, posto come Villacidro ai piedi del Monte Linas, il caro monte della mia infanzia felice e della mia adolescenza.
Quel monte che con i suoi mille metri d’altezza, mi pareva un gigante e che durante le vacanze estive offriva a me, ai miei fratelli e ai miei amici, la gioia di poter salire fino alla cima rocciosa, attraverso sentieri ripidi, tracciati dai pastori, e anfratti spinosi e macchie di cespugli e boschi di gineprai e di querce.
Partivamo all’alba, armati di piccoli zaini e di scarpe comode. Tornavamo al tramonto.
Giornate indimenticabili che tornano alla mente come sogni. La bella casa dei miei nonni, che è ancora quasi intatta, immersa in un bel giardino e arricchita nel retro da un agrumeto, ormai non è più nostra. Mentre scrivo, rivivo ore e giorni indicibili.
Lasciammo quel che si chiama “il nido materno” quando ero bambina con i genitori e i fratellini, per raggiungere il posto di lavoro di mio padre. Tornare alla culla dei miei avi, d’estate, era bello e riposante per tutti noi.
Ora leggo e rileggo gli “Scorci di vita paesana” che Luigi Muscas ha saputo tracciare con penna di scrittore consumato e di poeta sensibilissimo e confesso che anch’io vorrei, con la stessa maestria, raccontare la storia e la vita del mio luogo natio. Il Linas divide i due grossi centri “Villacidro e Gonnosfanadiga” e nei giorni in cui il cielo è sereno, se si arriva in cima e si sale sulla più alta roccia è possibile vedere l’uno e l’altro distendersi come due gemme ai piedi del gigante.
Ed ecco… il “gabbiano dalle grandi ali distese”: Villacidro.
Nell’ultima terribile guerra mondiale i giovani piloti americani, forse in vena di spericolati tentativi, scambiarono il mio paese, Gonnosfanadiga con Villacidro. Mitragliarono così il Rettifilo (così si chiama la lunga strada che si protende fino ai piedi del monte) e uccisero molti vecchi e bambini che godevano il sole primaverile del 1943.
Ma, per farci dimenticare le tristi cose, Luigi Muscas ci offre in dono questo suo piccolo gioiello. È come leggere una fiaba che è realtà. Leggo a pagina 1 dell’opera: “Al viaggiatore che arriva da Cagliari, per la strada che passa per Decimomannu e Villasor, s’inoltra verso quell’anfiteatro azzurro ed estroso di montagne che gli si para davanti quasi a sbarrargli il passo, appare, candido contro il blu violaceo dello sfondo, un immenso gabbiano che plana carezzando le radici dei monti. E un alito di maestrale, come un’onda d’aria mossa dal ventaglio delle grandi ali aperte, porta un effluvio inebriante di zagare”.
Lo stile è altamente poetico a volte; poi l’autore s’immerge nella “ricerca” basata spesso su molte supposizioni e riflessioni di gente, come lui dice, mossa unicamente dall’amore per la propria terra; “ricerche che, forse, faranno sorridere gli storici. Faranno sorridere gli studiosi, gli archeologi, i glottologi e i linguisti. Ma la cosa, per dire la sincera verità, ci lascia serenamente tranquilli. Anzi, siamo persino felici di poter suscitare il sorriso in visi abitualmente gravi e rabbuiati”. Ecco la prosa di Luigi Muscas: scorrevole, semplice, densa di contenuti e immediata. Conosce certo l’autore, l’arte di interessare e di far gustare quanto lui dice.
In questo studio di luoghi, di personaggi, di itinerari, ci sono riferimenti bibliografici, ci sono le ingenue favole dei nonni, le piccole chiese campestri che hanno un nome nato nei tempi remoti, c’è la storia del paese e i quartieri e le strade dal centro storico alla periferia. E si svolgono le feste campestri di carattere religioso, fatte di luci, di danze e di canti, c’è il paesaggio descritto e dipinto a parole con uno stile personalissimo. Ascoltate: “Questa corona di monti, prima che i vandali lasciassero, passando da queste parti, il seme della loro follia distruggitrice, era coperta da fitte coltri di verde. Foreste plurisecolari, distese immense di querceti bordate da olivastri giganteschi e profumate da enormi macchie di mirto e di lentischio, erano un “habitat” ideale per ogni specie animale”.
Queste parole sono un esempio di quanto l’autore sia capace di dire.
E i personaggi? Il capitolo intitolato VILLACIDRO E LE SUE STREGHE è avvincente e misterioso.
Infatti, fino alla prima metà di questo secolo, Villacidro era nota come “Il paese delle streghe. IS COGAS, esseri malefici, per lo più di sesso femminile, che avevano la facoltà di trasformarsi in animali o in oggetti”. È un momento questo, nella stesura del libro, in cui il lettore rimane avvinto dal mistero e dalla realtà.
Ho già detto che Luigi Muscas è anche poeta, ma è vero poeta, io affermo. Basta soffermarsi su questi versi che raccontano il dramma degli incendi:
“……………….
di rabbiose fiamme
il crepitare copre ogni altro suono.
Nella petraia riarsa
cercando scampo
corre impazzito il cervo ed il muflone.
Orde di nuovi barbari guidati
dal dio Quattrino estraneo ai nostri culti
son qui tra noi a soddisfare brame
assassine.”
C’è il dolore, c’è la rabbia impotente contro la “matta bestialità”, come dice Dante, che s’è fatta strada e ci spaventa. E gli alberi muoiono così:
Lo scheletro qua e là di qualche leccio
spunta, levando al cielo i moncherini
neri e consunti ad invocar giustizia;”
E i personaggi? Sono l’anima del libro. Ed ecco la grande, bella pagina di Padre Pittau e di Maurizio anni che vive nella “casa del lillà”. Ed ecco lo scrittore Giuseppe Dessì che nell’opera “PAESE D’OMBRE”, ha saputo venir fuori, nitida, l’immagine di Villacidro con la sua gente, le sue beghe che lui presenta con amore e saggezza.
“Ma questo è soltanto un profilo che ho voluto amorosamente tratteggiare e, per quanto mi è possibile, aderente alla realtà, ma senza pretese di nessun genere. Spero che possa ugualmente trovare interesse tra i giovani.”.
Io che ho veramente gustato queste pagine, vorrei dire a chi mi ascolta che non bastano le mie parole a far capire il valore spirituale e letterario di un lavoro particolare, come questo. È anche un meraviglioso dono che l’autore offre all’Unicef e a coloro che hanno a cuore la sofferenza di tanti bambini che hanno bisogno di cure e di pane in tutto il mondo.
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