Is Begas e la fisionomia di Villacidro
Dopo la salita detta Sa Pesad’ ‘e I’ Begas, prima dell’ingresso in paese, c’è una strada recentemente asfaltata che i villacidresi chiamano Sa ‘ia ‘e Domunnobas, anche se a Domusnovas, in effetti, non arriva. Il progetto iniziale, che prevedeva il collegamento, con questa strada, di Villacidro con Domusnovas, si è smarrito nei soliti meandri della burocrazia italiana e lì dorme sotto coltri di polvere e di oblio. La strada è diventata l’itinerario più breve per la chiesetta di S. Sisinnio, nella zona che proprio dal santo prende il nome. Carovane festose di Villacidresi e forestieri la percorrono ogni anno, la prima settimana di agosto, iniziando dal venerdì, giorno in cui la Reliquia del Santo viene portata in processione dalla parrocchia di Santa Barbara alla sua chiesetta campestre, fino alla domenica, giorno del rientro. I festeggiamenti spesso continuano anche nella settimana successiva, specie se il comitato fa una buona raccolta di contributi fra la popolazione. Il corteo con la reliquia però, seguendo un’antica tradizione, percorre sempre la stessa strada. Passa per Frontera, imbocca la Via Garibaldi, prosegue per Lacuneddas, Sa Grux’ ‘e i’ Bias, Bassela, fino al boschetto di olivastri millenari, che un’antica voce tramandata dice “sacri per S. Sisinnio”. E si racconta pure di disgrazie accadute a chi avrebbe tentato di sradicare qualche albero o di danneggiarlo.
La chiesetta attorno a cui si svolge la festa ogni anno ospita moltitudini di fedeli di tutto il Campidano ed i festeggiamenti, accompagnati da musica, mortaretti, canti e venditori di varia mercanzia, echeggiano fra le gole dando una volta all’anno una nota d’allegria a quello scenario di rupi solenni, maestose e solitarie. Ma qui torneremo in seguito.
Proseguendo lungo la Via Nazionale si arriva poi a una biforcazione. Il ramo che continua dritto procede con questo nome verso Gonnosfanadiga e Guspini, mentre quello che volta a sinistra prende il nome di Via Roma e porta al cuore del paese.
Di fronte appare subito, perennemente corrucciato, il Mont’ ‘i Omu. Secondo il Cadoni, in cima a quel monte i romani avrebbero costruito una Domus, a simboleggiare la loro Pax portata fra queste popolazioni allora bellicose e ribelli. Il Mont’ ‘i Omu è affiancato dal Mont’ ‘e Margiani, con la sua roccia distaccata e scontrosa ed offriva ai villacidresi antichi lo spunto per esortare i forestieri a lasciare in fretta il paese: “Mont”i Omu est fumiendu. Coittai, partei, prima chi prozzat”. Un’esortazione cordiale e premurosa che aveva però un suono di scarsa urbanità all’orecchio dell’ospite, specialmente se accompagnata da quel cipiglio tipico del villacidrese antico, burbero non meno del Mont’ ‘i Omu.
La Via Nazionale, arteria principale, che a sud prosegue fino a Decimomannu per immettersi nella Carlo Felice, oggi assiduo viavai di automobili, era un tempo trafficata dai carrettieri, is carrettoneris. Oltre che da Villacidro, i carrettieri, partivano da Gonnosfanadiga, da Gùspini e da Arbus. Partivano e viaggiavano tutta la notte lungo questa strada, allora inghiaiata. E le ruote dei carri risuonavano cupe nella ghiaia come rulli di tamburi, che la cinta dei monti amplificava nel silenzio della notte. Arrivavano fino a Cagliari o ai paesi del Basso Campidano, carichi di ogni varietà della squisita frutta che abbonda da queste parti, per far ritorno poi l’indomani coi loro carichi di merci varie per le botteghe; carichi di utènsili commissionati da qualcuno in città, di vino e di legumi. Sostavano proprio qui. Si rifocillavano, all’osteria di Maria Spada e ripartivano rinfrancati.
Oggi altri ristoranti animano la vita di Villacidro. Ristoranti ed alberghi dal nome esotico o dal nome arcano, come l’albergo ESIT a Seddanus o il Quevador all’ombra degli ulivi, dislocati in località amene, meta di turisti, di politici, di studiosi e di conferenzieri, che vi tengono i loro pranzi o le cene di lavoro. Ma l’osteria di Maria Spada, l’Osteria per antonomasia a Villacidro, non esiste più. Ha lasciato però il nome a tutto questo rione, che ancora i villacidresi chiamano Sa Steria.
La Via Roma s’inerpica verso il Mont’ ‘i Omu, in salita fino a Frontera, la piazzetta ch’era un tempo il salotto di Villacidro, per ridiscendere poi verso Fluminera e sbucare, nel punto che ancora è chiamato Su Pont’ ‘e Su Vicariu, in Piazza XX Settembre, che per i villacidresi è e rimane Piazza Zampillo, da una fontana da cui zampillava un getto d’acqua, al centro, dove adesso è la statua della Madonna Immacolata. Sulla destra la strada porta alla parrocchia di Santa Barbara e prosegue col nome di Via Parrocchia, verso la zona che un tempo era chiamata S’ ‘Uttur’ ‘e is Ortus, perché lì si stendeva un’ampia e lussureggiante coltivazione di agrumeti. Ora quella zona ospita un vasto e nuovissimo quartiere, dotato di strade larghe e di piazze e di un bellissimo parco.
Percorrendo la Via Roma, partendo da Sa Steria, torna al cuore l’assillo di un ricordo. Un profumo intenso di frutta matura che usciva da ogni casa ed impregnava l’aria. Ogni famiglia, anche la più povera, possedeva qualche pianta di quelle pere camusine, piccole e profumatissime, che in estate venivano colte. E persino le case e le pietre e la stessa strada sembravano essere impregnate di quest’odore e rimandarlo generosamente al passante. E si risveglia l’eco del ticchettio dei ferri delle donne che pulivano le mandorle… Sono i rumori ed i profumi di una Villacidro che non c’è più: di una Villacidro svanita nell’onda del progresso tecnologico, ma soprattutto di una Villacidro sopraffatta dall’incomprensibile smania di volere a tutti i costi assumere l’aspetto di una grossa città industrializzata.
Le risorse naturali di paesi posti a queste latitudini sono nella feracità dei campi e nel clima e nel sole che il Buon Dio ci ha abbondantemente regalato. E Villacidro, particolarmente dotata dal Creatore, con le sue bellezze paesaggistiche, forse uniche nel loro genere nella Sardegna meridionale, che potrebbe offrire a folle di visitatori amanti della natura il brivido dei suoi picchi aerei, la frescura dei boschi, il canto solenne delle sue acque e gli effluvi silvestri del suo respiro profumato, potrebbe vivere da regina amministrando saggiamente questi inestimabili tesori. Ha privilegiato invece un’industria pesante posticcia, lasciando le sue autentiche ricchezze in balia di qualche folle residuo discendente dei vandali.
Un senso di tristezza stringe il cuore del visitatore affezionato, che torna di anno in anno a ritrovare i luoghi e le immagini care. Una tristezza che, in una giornata torrida del 1983, quando un inferno di fiamme inceneriva popolazioni di lecci plurisecolari, desertificando e isterilendo larghe fasce di foreste fitte e rigogliose, un appassionato estimatore esprimeva con questi versi accorati:
Se chiudo gli occhi vedo i boschi ombrosi
da infiniti animati echi silvestri,
le tanche e i prati che in Sardegna Arcadia
riproponevano e le aeree rupi,
oreadi alate e naiadi ciarliere.
Il canto fresco del ruscello ancora
sento nell’aria e il cervo ed il muflone
e il grufolar sommesso del cinghiale.
Ma un sole rosso brucia la mia pelle
e mi richiama ad oggi.
Le tanche e i prati di Sardegna Arcadia
più non ricordano e le aeree rupi,
numi sdegnati, cinte di pesanti
coltri di fumo. Di rabbiose fiamme
il crepitare copre ogni altro suono.
Nella petraia riarsa,
cercando scampo,
corre impazzito il cervo ed il muflone.
Orde di nuovi barbari guidati
dal dio Quattrino, estraneo ai nostri culti
son qui tra noi a soddisfare brame
assassine!
Su cavalli di fuoco
sembra qua l’ira d’Attila passata
lasciando dietro sé plaghe spettrali,
dune di cenere, orridi deserti.
Lo scheletro, qua e là, di qualche leccio
spunta, levando al cielo i moncherini
neri e consunti ad invocar giustizia.
Ma lasciamo questi pensieri tristi e procediamo per la Via Roma, inoltrandoci nelle stradine laterali, insinuandoci negli angoli e nei vicoletti, scrutando tra le commessure delle pietre abbrunite dal tempo ed oltre la loro consistenza materiale, alla ricerca dei palpiti e dell’anima di una Villacidro dei ricordi; di una Villacidro di cui ben altre penne si sono occupate e le cui sembianze con ben altre tinte sono state ritratte e con ben altra maestria.
L. Muscas
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