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Ringrazio per il sostegno i miei amici virtuali  Melqart re e Luciana Ortu. Grazie anche a Paola Lai che si è prestata per fornirmi l’alter-ego della archeologa, Pierluigi Montalbano e Melqart per aver interpretato ii loro nomi. Luciana per avermi suggerito il personaggio di Diana, nonchè suo alter-ego.

 

Il mistero dei Giganti del Linas

di Rita Pinna

 

Il boato svegliò tutti gli abitanti del quartiere. L’insolita sveglia fu data dal crollo della parete occidentale della Basilica di San Saturnino a Cagliari, durante le prime ore del mattino. Se non ci fosse stata la recinzione di sicurezza per i lavori di restauro, la parete avrebbe investito sicuramente la coppia che amoreggiava a poca distanza.

Un passante chiamò i carabinieri, che a loro volta chiamarono i pompieri e i responsabili del restauro. La facciata occidentale, parzialmente crollata, presentava la divisione in tre specchi. I due specchi laterali conservavano i portali, sormontati da semiarchi. Oltre la facciata si accedeva al piano di calpestio dello scomparso braccio ovest, oltre il quale si trovava l’attuale accesso alla chiesa. Il crollo aveva esposto alla vista un semiarco nascosto prima dalla giunzione del transetto con la parete adiacente.

Spuntò l’alba, i pompieri stavano mettendo in sicurezza la zona e l’archeologa responsabile del restauro Paola Lai, chiamata per l’urgenza, venne finalmente condotta all’interno della Basilica. Aveva solo sessant’anni, ma sembrava invecchiata di colpo. Appariva ingobbita e fragile. La Prof. Locomotiva, come la chiamavano i suoi allievi; quando si metteva un obbiettivo partiva proprio come un locomotore e non si fermava fino a quando non lo raggiungeva. Sessant’anni fino allora ben portati, sposata con un medico ricercatore, i suoi amici ammiravano la sua forza d’animo e il modo con cui affrontava le sfide. Fisico atletico, abbronzata per le molte ore passate in barca veleggiando con Roberto, suo marito.

Quando vide la devastazione, le salirono le lacrime agli occhi: il tratto in restauro, gli scavi, tutto da rifare! E come se non bastasse la distruzione di parte del sito, le si attribuivano delle responsabilità, come se fosse stata lei a far crollare tutto. L’ingegnere del comune la distolse dai quei pensieri e le indicò la voragine a metà del transetto. Inchinandosi vide solo due gradini, il resto spariva nel buio.

“Può procurarmi una lampada?” chiese all’ingegnere. “Certamente, arriva subito.”

Dopo pochi minuti si ritrovò a scendere quei gradini, curva, con le mani che tremavano e il cuore che batteva a mille per la fortuita scoperta. “Uno,due, tre, quattro, ecco, ora sembra che lo spazio mi permetta di stare eretta”. Emozionata come una bambina, ma determinata, in quel momento non avrebbe mai pensato che quell’evento fosse l’inizio dell’avventura più bella della sua vita.

 “Ingegnere, il passaggio si allarga, può scendere.”

L’ingegner Pani scese pesantemente i gradini, con la sua mole e la sua altezza, era già un miracolo che riuscisse a entrare in quel poco spazio rivelatosi dopo il crollo. Arrivato alla fine dei gradini chiamò Paola: “Dottoressa?”

“Sono qui!”, rispose una voce da sotto terra. L’archeologa era scesa ancora di venti gradini, oltrepassando un finto muro a circa due metri dai primi: il muro era nascosto da una colonna rovesciata sopra la parete frontale. Lo spazio era angusto, puzzava di muffa e l’acqua gocciolava in piccole pozzanghere; l’umidità entrava nelle ossa e provocava brividi sgradevoli.

 “Maledizione, qua mi trovano stecchito” pensò l’ingegnere.

Scese con prudenza gli altri scalini, resi scivolosi dall’umidità, e percorso l’ultimo tratto sgranò gli occhi di fronte allo spettacolo che le lampade rivelarono.

Uno spiazzo con rettangoli scavati e ricoperti da lastre di travertino, almeno così sembrava, una serie di tombe inviolate che terminavano in fondo alla grotta in una discarica di inerti che arrivava da chissà dove.

Paola tremava per l’emozione, già immaginava tutto il lavoro di scavo e catalogazione, l’invidia dei colleghi e il lavoro sovrumano per impedire che la scoperta venisse messa a tacere. La lampada illuminava le tombe impolverate e il viso cereo dell’ingegnere

“Accidenti, e ora? Qua ci scappa il finimondo, ma si rende conto, dottoressa, che siamo a due passi dal cimitero di Bonaria?…”

“Ingegner Pani, la prego, non metta paletti, prima dobbiamo avvisare l’università, poi sarà necessario richiedere una campagna di scavi.”

“Dottoressa Lai? Ingegner Pani? Dove siete, dovete firmare per l’intervento!” Il richiamo del capo dei pompieri interruppe il dialogo..

“Ora risaliamo, e, ingegnere, non faccia parola con i pompieri di ciò che abbiamo trovato!”

“Ma…”

“Per favore, la prego…”

Risalirono i gradini e si ritrovarono in superficie dove li attendeva il comandante dei vigili del fuoco: “Signori la zona è in sicurezza, almeno per il momento, l’ingegnere sa bene cosa fare ora. Chiamateci per la verifica”. “Arrivederci, comandante” dissero, quasi all’unisono. “Che cosa deve fare ingegnere? Che verifica?” “In questi casi devo allertare una squadra, mettere transenne e tappare le voragini” “Non vorrà nascondere tutto?” 

“Devo, mi dispiace, poi i vigili del fuoco torneranno per i sigilli.”

 “No, la prego, è un tesoro inestimabile, una scoperta eccezionale, non può, non deve…”

“Senta, io faccio il mio dovere. Intanto non ho detto nulla ai vigili del fuoco, quindi dovrebbe bastarle, ma per venirle incontro posso solo ritardare il mio rapporto. Se vuole dare un’occhiata, ha fino a domani mattina alle dieci, quando depositerò il rapporto nell’ufficio del sindaco.”

Paola prese il cellulare, allontanandosi dall’ingegnere del comune senza salutare o ringraziare:

“Pronto, Luke?” “Hallo Paola”, una voce gioviale con accento inglese rispose all’altro capo del telefono. Luke, uno scrittore inglese di origine sarda, in quel momento trascorreva le ferie nel paese della madre a poca distanza da Cagliari.

La madre di Luke era una cara amica di Paola, tant’è che le chiese di fare da madrina a Luke, diventando così la sua tutrice dopo la morte dei genitori. Affezionatissimo a Paola, quando si sentiva in crisi o c’era qualcosa che non andava nel suo lavoro la chiamava con nomignoli e ruoli che a Paola facevano molto piacere. Quando la chiamava zia per lei era una gioia immensa. Non avendo avuto figli, lui e Diana, figlia di una sorella, erano gli unici affetti rimasti dopo la sua partenza per l’Irlanda.

“Devi aiutarmi Luke, ho bisogno di un assistente agli scavi.” “Ma io non so nulla di scavi”

“Lo so, caro,, ma ricordo, parecchi anni fa, quando nel colle di Sant’Elia aiutasti me e tua madre a dissotterrare le ossa di quel cane. Ahahhaahah, ricordi? Lo avevi scambiato per lo scheletro di un sardo antico!”

Luke rimase interdetto, pensò che lo stesse fregando in qualche modo, ma ebbe solo il tempo di dire: “Non affondare il coltello nella piaga! D’accordo, ti aiuto, ma come mai tutta questa fretta?” Che Paola aveva già deciso di coinvolgerlo, anche senza il suo benestare.

“Ti spiegherò poi, ci vediamo tra un’ora a San Saturnino.”

“Cosa? Ma devo arrivarci…” L’ultima frase cadde nel vuoto: Paola aveva già riattaccato.

 

Primo capitolo

 

Era arrivato all’appuntamento trafelato e in ritardo. Paola lo guardò storto e gli indicò l’entrata della galleria apertasi la notte prima.

“Prendi zaino e attrezzatura, scendiamo!” La sua determinazione lo indusse a tacere e ubbidì. “Quando Paola si mette in testa una cosa…” pensò mentre la seguì.

Rifecero il tragitto che Paola aveva già percorso la mattina, fermandosi appena le lampade illuminarono le tombe.

“Dammi una mano, Luke.” Presero di peso una lastra di travertino che copriva la prima tomba allineata alla parete e la spostarono piano. In quella, un flash illuminò la grotta, si girarono di scatto e un sorriso smagliante li sorprese:

“Ciao Diana, sei arrivata un po’ in ritardo, ma vedo che non hai avuto problemi a trovarci”

L’espressione di Paola non era delle migliori mentre distoglieva lo sguardo da Diana, la nipote appena entrata che impugnava la sua fedele compagna, la macchina fotografica professionale e lo fermava sul viso di Luke

“E tu? Scommetto che il tuo amico ti ha subito informato, vero?”

“Dai, zia non prendertela, ero curiosa di sapere che cosa avete scoperto, e poi una brava reporter non poteva mancare, ti pare?”

 “D’accordo, mettetevi al lavoro”.

 Spinta la lastra bene in fondo illuminarono la tomba: VUOTA! Dissero insieme, ma…ma… “Apriamone un’altra, Luke , forza”

Spostata la lastra della tomba successiva, si resero conto che era vuota anche quella

 “Una scoperta, si ma dell’acqua calda”, disse Luke deluso, e girandosi inciampò in una cordolo di scisto, era talmente saldato al terreno che sembravano tutt’uno. La delusione era palpabile, mentre si chiedevano quale sorte avevano avuto i corpi contenuti in quelle catacombe, ora spariti. “Zia, vieni un po’, guarda qua: vedi?” il cordolo di scisto si allungava verso una tomba, Paola si avvicinò. Il coperchio era ancora chiuso e vide dei segni stilizzati, incisi nel travertino che la copriva, quasi invisibili, corrosi dal tempo.

 “Proviamo a sollevarla”,

Rianimatisi, sollevarono la lastra e la posarono sul pavimento, all’interno non si trovava un corpo, come avevano sperato, ma un’altra lastra questa volta di scisto nero come la pece, Paola prese il pennello e spazzo via la polvere vecchia di secoli accompagnata dal flash di Diana. Lo stupore a quella vista fu enorme, la lastra di scisto era lavorata finemente ai bordi, mentre al centro vi erano incisi caratteri cuneiformi,

“Sumero credo, devo portarla al laboratorio dell’università per esserne sicura”

 

In un altro luogo e in un altro tempo:

Una costruzione in riva a uno specchio d’acqua scintillante, palme e roveti, mirti, elicrisi e edere che si arrampicavano d’dappertutto, la macchia boschiva era di un verde brillante, l’azzurro dell’acqua emanava pace. Due persone conversavano all’ombra dei maestosi cedri, due sciamani, i detentori del sapere universale: Tziu Ladreddu il custode del tempo,e Melkart, lo spirito della terra.

“Tziu Ladreddu, i “semplici” sono sulla via, la scopriranno presto”

<< Non preoccuparti Melkart, è avvenuto perché è scritto, i saggi sono al sicuro, tu rientra tra gli umani, e fai in modo che tutto si svolga linearmente. Sarà l’inizio della consapevolezza per i “semplici”, ora va>>

“Adiosu Tziu Ladreddu”

 

All’università di Cagliari:

 

L’eccitazione era palpabile, la tavoletta poggiata in un panno di mussola, dava bella mostra di se nella scrivania del rettore. Paola non stava più nella pelle, un volume grande quanto una valigia sottobraccio. Il viso arrossato dall’emozione faceva da corollario a una situazione ben più emozionante di quanto si potesse immaginare.

Il rettore, un personaggio dall’aria burbera e arcigna spostava lo sguardo da Paola alla tavoletta e scuoteva la testa come un “cagnolino no no” .

“Dott. Puxeddu dica qualcosa…” fece Paola, impaziente di sentire cosa ne sarebbe stato della sua scoperta.

 “Dottoressa, lei non doveva fare ricerche senza il mio nullaosta, lo sa? Sa che potrebbe perdere il lavoro sul sito per questo? E forse anche la cattedra?” Il viso di Paola diventò di tutti i colori e si affrettò a rispondere:

“Non ho fatto ricerche, è che…”

“Non voglio sentire pretesti. Questa tavoletta andrà al museo, ma prima passerà un po’ di tempo in restauro, arrivederci Dottoressa!”

Con le braccia al livello del terreno e il morale ancora più sotto, Paola raggiunse i compagni d’avventura nella scalinata fronte l’ateneo. “Com’è andata?…ha…”

“Zitto Luke, ho un diavolo per capello”

Diana aveva un sorriso stampato in faccia che fece innervosire ancora di più Paola. Stava per sbottare quando Diana rivelò il pensiero che le provocava l’ilarità: “ho la fotografia della tavoletta” disse candidamente.

 

Secondo capitolo.

A casa di Diana, radunati intorno al tavolo del soggiorno, con una gigantografia della tavoletta in scisto sotto gli occhi, i tre amici cercavano di tradurre i caratteri incisi in quella che loro credevano fosse la lingua scritta del popolo sumero.

“Qua c’è bisogno di un esperto. La scrittura cuneiforme fu inventata dai Sumeri in Mesopotamia nel III millennio a.C.,  una lingua che genealogicamente non è imparentata né con quelle semitiche, né con quelle indoeuropee. Il cuneiforme fu adottato dai Babilonesi, popolazione semitica, che si servì di questo sistema di scrittura fino al primo millennio a.C., con una serie di adattamenti e semplificazioni, fino alla scrittura semi alfabetica cuneiforme dell´impero persiano. Quindi, che ci fa una tavoletta con la scrittura sumera dentro una tomba precristiana?” Paola espresse i suoi pensieri ad alta voce.

“Diana conosci qualcuno che studia questa lingua e potrebbe tradurre.? Tu sei sempre in giro per il mondo per presenziare ai congressi”, Chiese Luke.

Diana portò lo sguardo verso l’alto, non voleva chiamare Pierluigi, aveva avuto una discussione accesa l’ultima volta che si erano visti e aveva promesso a se stessa di non avere più nulla a che fare con lui. L’aveva combinata grossa. Non gli perdonava di averle soffiato il lavoro alla rivista “Archeo”. Aveva scelto giornalismo come indirizzo, ma voleva conoscere anche l’archeologia,  Paola Lai, sua zia , l’aveva iniziata alle gioie delle antichità sarde. E ora, all’età di 26 anni si ritrovava a mandare curriculum a tutti i giornali come reporter d’assalto per i misteri archeologici. Aveva avuto la possibilità di lavorare per Archeo, una rivista autorevole. Ma un suo amico, Pierluigi, chissà come, le aveva soffiato il lavoro. Le aveva detto che lui aveva una marcia in più, e cioè la laurea in archeologia e una laurea in lingue antiche, non solo il biennio, quindi le aveva consigliato di riprendere gli studi e laurearsi in archeologia.

“Si lo conosco, ma non mi va di contattarlo”

 “Ma e’ una persona di cui ci possiamo fidare?”

 “Si ma è odioso anche se è il migliore nel campo”

 Luke non poté fare a meno di commentare la spiegazione di Diana: “ Anche io sono odioso, ma mi vuoi bene lo stesso!, Fai uno sforzo, ti prego, chiamalo”

Diana gli mostrò un ringhio degno di un pittbull, e si chiuse in un silenzio ostinato.

 “Zia, a questo punto, lascia stare, per il capriccio della nostra “socia”. Non possiamo andare avanti. Io non conosco nessuno e tu non puoi chiedere di nessuno, a meno che non voglia rischiare il lavoro.”

 Diana si girò di scatto dicendo: “Ok, va bene, ma ti do il numero di telefono e lo chiami tu. Siamo d’accordo?”

 “Mi rendi l’uomo più felice della terra, non è vero zia?”

Paola tirò un sospiro di sollievo vedendo che i ragazzi avevano raggiunto un accordo senza litigare. Annotò il numero del cellulare su un foglietto, salutò i ragazzi e si diresse verso casa a pochi passi dalla Basilica di Bonaria.  Nel frattempo chiamò Roberto, suo marito, e gli raccontò in breve dell’accaduto e del dialogo avuto con il rettore a proposito della scoperta. Roberto si lanciò in una serie di epiteti poco lusinghieri verso il rettore. Le chiese se avesse bisogno di lui, sarebbe tornato in quel caso, e poi la salutò affettuosamente dandosi appuntamento telefonico per la sera.  Dopo 20 minuti era arrivata a casa. Finalmente andò a dormire, era sveglia da ventidue ore e la stanchezza cominciava a farsi sentire. Una doccia e a letto, senza nemmeno mangiare un boccone. I suoni della strada attutiti dalle finestre semichiuse le fecero da ninna nanna e in breve si addormentò.

Erano le due del mattino passate da 20 minuti quando si svegliò di colpo. In dormiveglia pensò che magari la fame le stesse giocando un brutto tiro facendogli brontolare lo stomaco. Lo stomaco però non aveva rumore di passi. Scese dal letto e si avviò verso la cucina, guardinga e in allerta. All’improvviso una figura le sbatté contro facendola cadere e urtare la spalla contro il mobile del soggiorno. La figura in nero, incappucciata, si defilò dalla finestra, evidentemente da dove era entrata. Paola si rialzò, prese il cellulare e compose il numero dei carabinieri per denunciare l’effrazione.

I carabinieri arrivarono a tempo di record. Controllarono l’appartamento e dissero a Paola, di andare a fare denuncia l’indomani mattina in caserma e di portare con sé la lista degli oggetti mancanti. Andati via i carabinieri Paola si guardò intorno e vide il soggiorno e lo studio annesso completamente sottosopra. Mancava la borsa del computer portatile con dentro dei documenti, compresi i moduli rilasciati dai vigili del fuoco la mattina prima, dopo il sopralluogo alla Basilica di San Saturnino.

“La foto della tavoletta!!! era la dentro?”

Non ricordava, con quella confusione non sapeva se la foto l’avesse ancora Diana o l’aveva presa con sé per studiarla quella sera. Chiamò la ragazza, che con voce sonnolenta rispose che la foto era ancora sul tavolo in soggiorno. Alle spiegazioni di Paola, si risvegliò di colpo, e preoccupata chiese se poteva raggiungerla per farle compagnia.

 “No grazie, resta pure a letto, non credo che avrò altre sorprese stanotte, anzi, stamattina, sono gia le cinque.”

 “No zia arrivo subito da te”.

 Dicendo questo stava gia infiladosi la tuta e le scarpe per correre da lei. Prendendo la borsa, vide la foto della tavoletta, l’arrotolò, la mise in un tubo da cianografia e se la mise sottobraccio.

Uscì da casa mentre albeggiava, la città si dipinse di un colore caldo e l’aria era fresca. Si sentiva la brezza del mare, a pochi passi dal porto la vita a quell’ora era frenetica e colorata. Arrivando in viale Bonaria rallentò la piccola corsa che aveva iniziato in via Roma trasformandola in un passo veloce e allungato. Le pulsazioni scesero e il respiro rallentò. Si fermò per fare un po’ di straching. Chinandosi per massaggiare il polpaccio vide con la coda dell’occhio un uomo in giacca e cravatta che correva verso di lei. Era in compagnia di un altro dall’aspetto non proprio raccomandabile. Un campanello dall’arme mise in guardia tutto il suo essere, non sapeva da cosa, ma era in allerta. Le pulsazioni ripresero a salire e con uno scatto da velocista riprese la corsa. Girandosi vide che i due avevano aumentato l’andatura e la seguivano “ avevo ragione!”

 Con un balzo scese dal marciapiedi. Attraversò la strada rischiando di farsi investire e si diresse verso il bar dell’hotel Mediterraneo. A quell’ora in genere andavano a far colazione gli agenti della polstrada che finivano il turno di notte. Infatti,non si era sbagliata: nel bar c’erano tre agenti in divisa che prendevano il caffè. Si avvicinò a loro e spiegò che due uomini la stavano seguendo dalla via Roma. Immediatamente si affacciarono nella piazzetta adiacente, videro appena i due uomini che salivano in un SUV partendo in tutta fretta. “Non si preoccupi signorina, può darsi che avevate lo stesso percorso, sono andati via”

Li ringraziò calorosamente e uscì dal bar.

Diana si avviò verso casa di Paola e dopo pochi minuti arrivò in via Milano. Suonò il campanello. La zia aprì quasi subito, era gia pronta per uscire. Le raccontò ciò che era successo. Tutte e due preoccupate, andarono in caserma per denunciare l’effrazione di quella notte, raccontando anche l’avventura di Diana. Dopo varie rassicurazioni i carabinieri promisero di far di tutto per ritrovare i documenti trafugati la notte prima in casa di Paola. Uscendo dalla caserma, Paola, chiamò Pierluigi, gli fissò un appuntamento per quella sera. Salendo su un taxi, prese una nota mentale di tutto ciò che dovevano fare per permettere a Pierluigi di tradurre la tavoletta. Pierluigi, un ragazzo prodigio, all’età di soli ventidue anni aveva già conseguito la laurea in archeologia, iniziando poi, il corso di letteratura antica e lingue morte. Laureato a pieni voti venne subito assunto dalla rivista Archeo per consulenze sugli articoli. Il lavoro d’ufficio però non soddisfaceva il suo bisogno di avventura e ogni estate si arruolava nell’esercito di ragazzi che scavavano, qua e la per il mondo, alla ricerca di antiche civiltà. Nella prima stagione di scavi dopo la laurea conosce Diana. Mentre stava per nascere una storia, Pierluigi aveva accettato il lavoro alla rivista Archeo. Aveva saputo poi che anche Diana era in lista per quel lavoro, ma lei era già partita e non aveva potuto porre rimedio. Probabilmente le avrebbe ceduto il lavoro, pur di continuare a vederla.

 

 

Terzo capitolo

 

Quella sera si ritrovarono tutti riuniti in casa di Paola. Diana che guardava in cagnesco Pierluigi, Pierluigi che abbassava lo sguardo evidentemente imbarazzato.  Paola e Luke cercavano di smorzare l’atmosfera elettrica che si andava formando intorno ai due.

“Bene”, disse Paola sistemando la gigantografia sul tavolo del salotto.

Questa è la foto della tavoletta. All’università ci hanno impedito di portare alla luce alcune delle tombe presenti sotto la Basilica di San Saturnino. Con la foto fatta da Diana possiamo studiare il manufatto anche senza averlo qua. Potremo ottenere il permesso per continuare lo scavo dal ministero, scavalcando la burocrazia dell’università”

 Pierluigi stava gia osservando l’immagine

“Non l’avete pulita bene prima dello scatto”.

 “Non credevo la sequestrassero. Scattavo foto solamente per documentare la scoperta” Rispose piccata Diana.

“Non intendevo criticare. Calmati, dicevo solo che è più complicato così” Diana finse di interessarsi a qualcosa d’altro per non rispondere. Rossa in volto, prese un taccuino e finse di scrivere qualcosa.

“Ecco questa che sembra una ragnatela, secondo me rappresenta una mappa. Qua, in questo punto, ecco vedete?…. Un fiume e un massiccio montuoso. Sembra la parte occidentale della Sardegna. Quella appena sopra l’iglesiente, ma non si vede bene, può essere ma non può essere.” 

Pierluigi era assorto nell’esame di quella poteva essere una mappa o un’imperfezione della pietra. Decise, poi di passare alla traduzione dei caratteri incisi sulla tavoletta.

“Anche qua non è molto nitida”. Lanciò uno sguardo verso Diana aspettandosi un rimbrotto. “Comunque datemi un paio d’ore e cercherò di dare un senso a tutto questo.”

La sera passò con una lentezza esasperante. Tra un andirivieni dalla cucina al salotto di Paola. Caffè e the bancha scorrevano a fiumi. Meno male le discussioni graffianti tra Diana e Pierluigi furono poche e in sordina. Verso le undici di notte, finalmente Pierluigi sollevò la testa dalla fotografia e spiegò cosa aveva trovato. Tradotto parzialmente, ma qualcosa l’aveva concretizzata.

“Avevo ragione,, è una mappa e riporta al massiccio del Linas. Ma ha delle incongruenze, forse non è fedele a oggi, ma c’è qualcosa che non quadra. I caratteri cuneiformi citano una zona ai piedi del Linas, ricca di minerali e di acqua. Si legge che una famiglia reale è a capo di una società progredita. Poi questo: Dal mare, verso il mezzo dell’intera isola, c’era una pianura. La più bella e la più fertile di tutte le pianure, e rispetto al centro sorgeva una montagna non molto alta…..”.

 “Infatti, sembra che ai piedi del presunto massiccio del Linas ci sia il mare, non la pianura del Campidano. Ma di che epoca stiamo parlando?>>

“Sei sicuro Pierluigi? Non è che hai fatto qualche piccolo errore?”

Intervenne Paola,

“No, no sicurissimo. Dice questo, e poi, guardate la mappa! Qua sotto c’è un’altra iscrizione. Guardate: “ la miniera è il mezzo per la luce divina”… E ancora: la luce splende riflessa attraverso l’oricalco del gigante mandato dagli dei”

 “Cosa vorrebbe dire?” Chiese Diana.

“ah, questo non lo so!”

 La consapevolezza del fallimento, come una doccia ghiacciata, investì i partecipanti allo studio. Pierluigi si sentiva parte della loro sconfitta e disse: “La mappa fa riferimento a una zona dei boschi di Villacidro.Dove c’erano le miniere d’estrazione di minerali dei nuragici. Andiamo a farci un weekend a Villacidro?”…… (Continua)


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