Abbandono e uccisione dei vecchi padri (leggenda sarda)
C’è chi scaraventa il padre da una roccia, chi lo abbandona, chi lo infilza e chi lo avvelena. Non è pazzia né l’ultimo Cluedo. È un’antica tradizione sarda. Da sa Babaieca di Gairo, a s’Impercadorzu de sos Betzos di Orotelli, da su Pigiu de su Beciu di Urzulei fino a su Spistiddadroxiu di Siliqua, non se la spassavano i vecchietti sardi, in antigóriu. E “a chent’annos” era solo una pessima battuta. Il mito dell’uccisione dei padri – Simonide, Platone, Omero, Virgilio etc – ha varie forme, ma il succo è lo stesso: morte agli anziani improduttivi. A Sadali, in Barbagia, ma un po’ ovunque in Sardegna, si dice che i vecchi venissero abbandonati in campagna. Secondo la leggenda: “Un giorno un uomo mise il suo anziano genitore sull’asino e prese per la campagna. Giunti in un luogo accidentato i due smontarono dall’asino. Il figlio, col padre in spalla, seguì per il monte. A mezzo cammino, disse: “Mi parit ca si pasaus”. E il padre: “Pasadì, deu puru acumpangiendu a babbai mi soi sétziu innoi”. L’uomo, ripreso il vecchio s’incamminò. Percorso un altro tratto, mentre sostava una seconda volta, dal bagaglio cadde un piatto e si sbeccò. E il padre: “A mei puru, candu apu acumpangiau a babbai, innoi m’est orrutu su pratu e s’est ispistorau”. Il figlio ricaricò il padre in spalla e riprese la via. Alla terza sosta, deposto il vecchio, volle chiedergli: “Deu ci soi portendu a issu a si morri in su monti, crasi fillu miu nci at a portai a mei?” E il padre: “Certu, a mantenni debbadas a is bécius est unu sacrifìtziu tropu mannu”. Ma il figlio, impietosito e spaventato, si ricaricò il padre e ridiscese verso casa. Il vecchio scalciava: “Lassamì in su monti! Apu a essi feti unu pesu po bos atrus”. Poi, vedendo che il figlio non abbandonava l’idea, disse: “Chi mi bolis lassai in domu atacamì, chi nou sa genti si dd’at a pigai cun tui puru. Dónnia costumàntzia tenit s’arrexoni sua”. Il figlio promise di mantenere il segreto. Nascose il vecchio e continuò la vita di sempre. Ma la carestia fu così nera che al tempo di seminare il figlio non aveva un chicco di grano. In lacrime andò dal vecchio: “Babbai, cust’annu non teneus trigu de semenai. Cument’eus a fai?” Il padre lo consigliò: “Munda in su pallargiu, asuta de sa palla as a agatai calencunu ranu po semenai”. Il figliò spazzò il pagliaio e riuscì a raggranellare qualche chicco. Quell’anno nessuno aveva nulla, ma quei semi recuperati crebbero a meraviglia e produssero tanto grano. In paese dicevano: “Ita bellu lori, cument’est possìbbili cun sa carestia chi at fatu?” Una sera, gli uomini del paese si recarono dal fortunato a chiedere conto della grazia. Visto che nessuno rispondeva, spinsero la porta e trovarono il padre. Cominciarono a scuoterlo e a gridare, accusandolo di magia nera e di aver rotto una tradizione millenaria. Allora l’uomo parlò della pena del figlio, delle sue paure e delle obiezioni che lui stesso aveva fatto a tornare in paese. E poi raccontò del grano sotto la paglia. Gli uomini ammutolirono: la saggezza dei vecchi poteva ricompensare i sacrifici per nutrirli nonostante la loro debolezza fisica. Da quel momento si smise di abbandonarli, e si incominciò a trattarli per quel che sono, un profondo pozzo di conoscenza”. Giovanni Ugas, archeologo e docente di protostoria all’università di Cagliari, spiega: “Le tradizioni legate all’uccisione dei vecchi padri sono connesse con l’eredità per via femminile. In Sardegna sono numerose: dalle rocce da cui si scaraventavano i vecchi fino all’avvelenamento con la cicuta che provocava il riso sardonico. Ulisse viene ucciso dal figlio Telegono con la spina sardonica: una freccia armata con l’aculeo della razza. Nella successione matrilineare il rituale si collega a eventi importanti, come la proliferazione del nuraghe”. Secondo Ugas nei primi secoli del periodo nuragico: “La comunità è unita dal legame parentale, derivato soprattutto dal ruolo della donna. Il nuraghe si tramanda da madre in figlia, ed è lo sposo ad assumere il comando. I figli dei capi, raggiunta una certa età, per non scontrarsi col nuovo re emigrano per fondare nuovi nuraghi e villaggi”. La fine dell’uccisione dei vecchi potrebbe risalire al 900 a.C. “A quell’epoca c’è un cambiamento fondamentale. Dalle monarchie tespiadi, rette da capi tribù, si approda a società rette dagli anziani, i migliori della comunità. I capi locali mantengono un valore sacro, dinastico-religioso, ma perdono il valore politico: si passa da un sistema quasi matriarcale a uno patriarcale”.
(Roberto Mura, Sardegna Quotidiano del 3 agosto 2011)
