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Arbeit macht frei: cominciava così il viaggio dei deportati verso l’inferno, con un cancello e quella ormai famosa frase volutamente subdola, la cui intenzione era infondere sicurezza e falsa speranza in coloro che varcavano l’ingresso di quel posto maledetto. Se avessero lavorato sodo ed eseguito gli ordini avrebbero guadagnato nuovamente la libertà: di questo erano convinte le persone che venivano condotte al campo. Invece la verità era ben diversa. Molto diversa. Decisamente diversa.

Quella mattina piovosa del 11 maggio 2013, insieme a 3 amici, ho deciso di oltrepassare anche io quel cancello per visitare il campo di concentramento di Auschwitz, non immaginando che, qualche ora più tardi, ne sarei uscito profondamente scosso e turbato nell’animo. Era da tempo che avevo deciso di recarmi in quel luogo tristemente conosciuto e, via via che visitavo i “blocchi” (i caseggiati adibiti oggi a museo) e che la guida ci sottoponeva le testimonianze fotografiche, le scene e gli oggetti di vita quotidiana, le prove delle atrocità e delle umiliazioni commesse all’interno del campo, ho iniziato ad avvertire un senso crescente di fastidio. Era come se la Storia, fino ad allora studiata nei libri, cominciasse a materializzarsi in un orribile presente e le testimonianze raccontate nei documentari televisivi diventassero lentamente cruda realtà. E’ difficile esprimere con le parole le sensazioni che ho provato quando mi sono reso conto di quale livello di gratuita crudeltà e di sadismo sia stato raggiunto dal genere umano in quei luoghi. Umano… non so nemmeno se siamo ancora degni di utilizzare questa parola per riferirci a noi stessi. Imbarazzo, rabbia, vergogna, e poi ancora orrore, sconcerto, brividi. Ecco ciò che ho sentito: brividi veri.

Una delle prime cose che mi ha colpito durante l’escursione è stato osservare le fotografie di uomini e donne deportati: in quelle cornici erano raffigurati i volti di centinaia di prigionieri arrivati al campo. Eppure, più li guardavo, più mi accorgevo che quei volti erano tutti uguali… avevano ciascuno la medesima, pietosa e disperata espressione: occhi spalancati, umiliazione e smarrimento stampati addosso… sembrava quasi che ognuna di quelle persone si chiedesse quale fosse stata la sua colpa per meritare quelle condizioni di non-vita. Volti spaventati e magrissimi, senza più nessuna speranza, vuoti. Già, perché uno degli scopi delle guardie naziste era anche quello di privare le persone del loro lato umano, sottoponendole a indicibili situazioni di fatica, disagio e umiliazione, in modo da annullarne la loro dignità e riportarle allo stato primordiale di “animali”.

Tutto intorno, all’interno del campo di concentramento sembrava come avvolto da un’atmosfera surreale: i “blocchi”, il muro delle fucilazioni, i tribunali dove venivano comandate le condanne a morte, le stanze di tortura e di asfissia, le celle dei deportati, il filo spinato (a quel tempo elettrificato), le torrette delle

guardie, i barattoli di Zyklon B (il gas utilizzato per sterminare i prigionieri). Man mano che mi addentravo in quel triste luogo lo sdegno che provavo cresceva dentro di me. Come fu possibile che, non una sola persona, ma un intero popolo si sia reso colpevole di un tale orrore? E perché il resto del Mondo non intervenne subito ma rimase a guardare per tanto, troppo tempo? Mentre queste e tante altre domande senza risposta si facevano largo nella mia mente, ho iniziato a sentire quasi il bisogno di chiedere perdono a tutte le vittime per ciò che era stato commesso, come se io stesso, come uomo, fossi stato complice di quei crimini.

Passavo lentamente e silenziosamente da un “blocco” all’altro, incrociando gli sguardi silenziosi dei amici, quasi incredulo di fronte a tutte quelle spregevoli testimonianze e prove dei crimini, fino a che non sono giunto nelle enormi stanze colme di oggetti di vita quotidiana, scarpe, valigie, protesi, ceste. Tonnellate di oggetti volutamente ammassati in maniera tale da trasmettere al visitatore l’enormità dello scempio compiuto. Infine sono entrato in quella stanza con i capelli… Sapevo che alle donne venivano tagliati i capelli che venivano poi utilizzati per la fabbricazione di materiale tessile. Lo sapevo, l’avevo letto e sentito, ma non ero assolutamente preparato ad assistere a quella visione: 2 tonnellate di capelli che tolgono letteralmente il fiato. Non ho scattato nessuna foto in quella stanza. Non era consentito, per rispetto delle vittime. Volendo avrei potuto fare qualche scatto non visto, ma non ho avuto il coraggio né la voglia. La visita è terminata con la visione delle camere a gas e dei forni crematori. A quel punto ho preferito rimanere in disparte, lontano dal gruppo. Potevo sentire ancora la voce della guida tramite il ricevitore radio ma ormai, per me, non c’era più bisogno di altre parole. Avevo visto e sentito abbastanza. In silenzio, e da solo, mi sono avviato all’uscita.

Attraversando nuovamente quel cancello e quella orribile scritta mi sono reso conto che la persona entrata qualche ora prima nel campo era diversa da quella che stava uscendo. Auschwitz ti rimane dentro e ti segna. Ognuno di noi dovrebbe visitare quel luogo ai confini della realtà almeno una volta nella vita e portare la testimonianza a coloro che non ci sono mai stati affinché anch’essi facciano lo stesso. Non possiamo permetterci il lusso di dimenticare o fare finta che tutto ciò non sia mai accaduto. Davvero non possiamo.

Nicola Mocci

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