S’enna e sa duenna
Questo breve racconto è dedicato al caro amico scomparso Paolo Putzu, ideatore e conduttore del programma radiofonico “S’ena e sa duena”.
Indagavo sul presunto omicidio di Gerolamo Vargiu, un mio
compaesano.
Avevo lasciato la polizia scientifica per la Digos, e
mi occupavo di investigare su strani casi di omicidio maturati nel
mondo della politica. In effetti non è che il mio lavoro fosse
cambiato di molto. Provenivo da una piccola città del nord della
Sardegna e, dopo una vita lavorativa da nomade, avevo scelto la
capitale sarda come mia ultima destinazione. Di sicuro non mi era
mai capitato di indagare sull’assassinio di una persona a me nota
sin dall’infanzia. Gerolamo era stato un amico fantastico. Fummo
compagni di banco sia alle scuole medie che per tutto il corso del
liceo scientifico. Ci divertimmo un mondo all’epoca, tra estati
trascorse al mare e i lunghi inverni sui libri, intervallati da brevi
avventure con le medesime ragazze. Spesso ce le dividevamo, da
ottimi amici.
La scelta dell’università, come spesso capita, ci allontanò. Io
mi laureai in giurisprudenza presso l’arma dei carabinieri,
all’Accademia militare di Modena. Qualche anno più tardi vinsi un
concorso in polizia e lasciai i carabinieri mentre lui optò per la
facoltà di scienze politiche a Roma. Si laureò un anno prima di me
e iniziò la carriera politica. Divenne deputato da giovanissimo. Si
sposò con Fulvia, una bella triestina conosciuta negli apparati di
partito, e fece una lunga e fortunata carriera. Fino ad essere eletto
senatore.
Poi la tragedia. Accadde tutto nel giro di poche ore. Si
trovava con la moglie in vacanza nella riviera algherese quando
nel cuore della notte ricevette una telefonata. Fulvia si svegliò e
udì la parte iniziale della telefonata.
Ad un tratto, senza neppure avvisarla, uscì frettolosamente di
casa per dirigersi verso il mare dove alcuni testimoni (poco
attendibili a dire il vero) lo videro sparire nelle acque buie. La
moglie non lo vide più per lungo tempo si pensò ad un suicidio.
Dopo quasi un anno i magistrati dell’antimafia, che
indagavano su alcuni casi di corruzione e di commistioni mafiapolitica,
intercettarono una telefonata tra due presunti gangster che
progettavano di eliminare fisicamente il senatore Vargiu. La
descrizione del progetto omicida prevedeva di attirare Gerolamo
con una telefonata verso il lido algherese e poi, una volta giunto li,
di affogarlo inscenando un banale suicidio.
Tuttavia il suo corpo non venne mai ritrovato e ciò
nonostante il massiccio dispiegamento di uomini e mezzi
impiegati nella ricerca. Cosicché gli inquirenti sospettarono
dapprima il rapimento ma poi, anche in relazione ai lunghi mesi
trascorsi senza disporre nemmeno di una sola nuova informazione
o di una sola nuova traccia da seguire (chi rapisce, di solito
contatta almeno una volta i familiari della vittima), archiviarono il
file tra gli ‘scomparsi celebri’ e smisero di seguire la pista del
rapimento di stampo mafioso. Così il “fascicolo Vargiu” tornò
sulla scrivania del comandante della Digos, sulla quale restò
congelato per mesi e mesi.
Infine il caso venne assegnato a me che oltretutto conoscevo
bene la vittima.
Pensavo al modo in cui risolvere il caso. In realtà non avevo
che una pista da seguire e questa si era già rivelata poca cosa.
Perfino i due presunti mafiosi delle intercettazioni erano morti in
un incidente stradale negli Stati Uniti d’America. Insomma, il
caso si faceva più intricato che mai e il tempo e i denari a
disposizione del nostro dipartimento erano sempre più esigui. Ebbi
dei contatti con l’FBI e, grazie al capitano Shores, entrai in
possesso dei nominativi trascritti nell’agenda di uno dei due
italiani.
Ma dopo aver investigato, anche grazie al suo aiuto su tutti i
nomi presenti in elenco, mi rimasero in mano ben pochi elementi:
la fotografia sbiadita di un camper appartenuto a uno dei due
ormai arso e rottamato, un biglietto aereo Roma – New York di
sola andata e il numero di telefono dal prefisso sardo di una
donna, di nome Patrizia. Quest’ultimo contatto pensai che avrebbe
potuto rivelarsi una buona pista.
Tuttavia le mie aspettative furono subito disattese: non v’era
modo di risalire all’identità della donna. La sequenza numerica si
era rivelata errata, come se il numero di telefono fosse stato
modificato a bella posta sottraendogli almeno una cifra su sette.
Passai il numero al servizio di indagini informatiche del
Ministero dell’Interno – dipartimento della pubblica sicurezza di
Roma. Con tutta probabilità i loro tecnici sarebbero stati in grado
di ricostruire il numero e la sequenza originale. Nel frattempo me
ne andai a pescare per due settimane. Avevo un tremendo bisogno
di riposo.
Affittai un bungalow in riva al mare, presso il campeggio di
Gutturu ‘e Flumini, nella costa centro-sud-occidentale della
Sardegna. Si trattava di un luogo selvaggio e non ancora
interessato dal turismo di massa: proprio quello che cercavo.
Portai con me un attrezzatura da pesca rigorosamente da
“spinning”, per la traina di superficie dalla costa. Ciò che mi
serviva, o forse sarebbe meglio dire “ciò che cercavo”, era una
tranquillità attiva. Sentivo la necessità di ‘riossigenare’ una parte
del mio cervello – quella utilizzata per il ragionamento deduttivo e
razionale – e di tenere impegnato l’aspetto creativo della mente,
quello associato al cuore, ai polmoni e a tutte le restanti parti
organiche del corpo. La notte andavo a pesca. Zainetto in spalla e
canna in mano percorrevo centinaia di metri di spiaggia
saltellando sopra le rocce sulla scogliera. Mi spostavo da una
pozzanghera all’altra, in cerca delle postazioni più adatte per
procurarmi un buon bottino. Le belle prede non tardarono ad
arrivare: barracuda e pesci serra in abbondanza.
E si trattava di ottime taglie: tutte catture oltre i tre kg di peso
che poi regalavo ai gestori del campeggio. L’ultimo barracuda
catturato mi stancò parecchio. Mi impegnò in un tira e molla
durato oltre un’ora. Quando stavo per disperare e pensando di dare
un taglio al sagolino giallo per consentirgli di riprendersi il mare,
all’improvviso, il muscoloso perciforme – stretto parente del luccio
di acqua dolce – decise di abbandonare la lotta. Ne approfittai e,
dopo averlo scarrocciato fino in superficie, lo ferrai con un colpo
di raffio ad un branchia e lo depositai nel carniere. Alla pesa
segnò 5 kg e mezzo! Lo caricai in auto insieme a tutta quanta
l’attrezzatura. Misi in moto la station wagon e tornai al bungalow.
Il giorno dopo mi alzai tardissimo, quando era ormai
pomeriggio. Il tiro alla fune con il pescione della sera prima mi
aveva spossato. Vista l’ora tarda decisi di accendere la carbonella
nel barbecue e iniziare a prepararmi un pranzetto a base di trance
di barracuda. Sminuzzai del pomodoro secco sotto sale, tre spicchi
d’aglio e un mazzolino di prezzemolo che avevo preventivamente
lasciato macerare nell’olio d’oliva con sale, alcune foglie di alloro
e del peperoncino intero. Preparai un amalgama con tutti gli
ingredienti che avrei utilizzato per guarnire le trance del pesce.
Dopodiché iniziai a soffriggere la parte restante del battuto
con l’aggiunta di pomodoro fresco maturo, olive nere snocciolate e
vino bianco. Poi mi dedicai a preparare il pesce: lo sfilettai a
partire dalle branchie fino all’opercolo e al peduncolo ventrale. Gli
svuotai lo stomaco e… qui ebbi una sorpresa. Avevo sempre
trovato di tutto all’interno degli stomaci dei pesci predatori, in
particolare in quelli delle spigole. Di certo non mi aspettavo di
trovare in quello del barracuda un anello d’oro. Stavo per fare una
scoperta che mi avrebbe mandato a monte lo spuntino: si trattava
di una fede matrimoniale e dalla sua grandezza si capiva che
doveva essere appartenuta ad un uomo. Guardai all’interno
dell’anello e lessi i nomi incisi sulla superficie interna, giusto
prima che mi scendesse un colpo: Fulvia e Gerolamo, 24 ottobre
1980.
Avvolsi l’anello dentro un fazzoletto di carta, spensi il
fornello e allagai la superficie incandescente del barbecue
gettandogli sopra un secchio d’acqua. Tornai dentro il bungalow e
mi lasciai cadere sul letto sprofondando immediatamente in un
sonno profondo quanto mai salvifico. Mi sarei risvegliato solo il
giorno dopo.
Quella notte, che notte non era perché ebbe inizio dal tardo
pomeriggio, non fu semplice da superare. Ebbi come l’impressione
di essere visitato dagli spiriti. Più volte avrei voluto svegliarmi,
ma non mi era possibile farlo. Percepivo una luce bianca
fortissima che contemporaneamente alla sua apparizione mi
teneva immobilizzato al letto. Se uno spirito davvero fu, bisogna
dargli atto che si dimostrò chiaro e sincero con me. Parlò tanto e
rispose perfino alle mie domande più ingenue.
Dapprincipio, questa fantomatica entità, si rivolse a me
dicendomi: “Sono Gerolamo. Marcello, mi puoi sentire?”
Sentivo una voce familiare, anche se il leggero eco e la completa
assenza di rumore di fondo me la rendeva ancora più irreale del
sogno in cui ero immerso.
Comunque risposi di si: che potevo sentirlo e mi rivolsi a lui
chiedendogli: “Gerolamo, ma…sei stato divorato dai pesci? Ho
trovato la tua fede matrimoniale dentro lo stomaco di un
barracuda!”
Lui mi rispose con voce suadente: “non avere paura amico
mio, non sono stato divorato dai pesci. L’anello che hai trovato ho
fatto in modo che finisse nello stomaco del pesce. L’ho fatto dopo
morto, per darti un indizio della mia presenza. Quel pesce mi
sarebbe servito da ‘porta’, da mezzo di comunicazione con il
mondo dei vivi. Non c’era altro modo perché mi mettessi in
contatto con te. Avevo bisogno di procurarti un piccolo shock.”
“Come è potuto accadere Gerolamo? Cosa ti hanno fatto quei
delinquenti?” Domandai sconsolato, avvilito e affranto.
“Sento che in parte hai già capito: mi hanno assassinato.
“Mi attirarono verso la spiaggia con una telefonata
ingannatrice, e mentre uno di loro tentava di strangolarmi, l’altro
mi spingeva la testa sotto l’acqua. Solo che, nonostante fossero in
due, non riuscendo ad avere la meglio su di me in tempi brevi,
finirono per pugnalarmi al petto con un coltello. Per questo
motivo non mi abbandonarono in mare.”
“E’ terribile Gerolamo, come posso fare per risolvere questo
caso?” Gli feci quest’ultima domanda quasi confidando che nel
sogno potessi avere la risoluzione ad ogni mio quesito. In realtà
non avevo mai creduto in vita mia né ai fantasmi né alle visioni
oniriche. Già. Non prima di questo sogno.
“Stammi a sentire Marcello”, disse ancora lo spirito del mio
amico, “i miei due aguzzini sono morti anche loro e non puoi fare
più niente. Sappi tuttavia che il mio corpo, per nascondere le loro
malefatte, è stato sepolto sotto il manto d’erba dei nuovi giardini
comunali per i quali l’impresa mafiosa vinse la gara d’appalto
relativa ai lavori di risistemazione del verde pubblico. Recupera il
mio corpo e fai in modo che mia moglie Fulvia possa assistere al
mio funerale. Ho provato a comunicare anche con lei stanotte,
approfittando delle belle condizioni di propagazione del cosmo,
ma non c’è stato nulla da fare. Troppo refrattaria, troppo chiusa.
Addio fratello mio. Ci rivedremo di nuovo in un giorno per te
ancora lontano.”
Fu così che qualche giorno dopo chiusi il caso. Recuperai il
corpo del mio povero amico e sgominai tutto il resto della banda.
L’associazione mafiosa risultò essere guidata proprio da
quella donna dal numero di telefono indecifrabile: Patrizia. La
magistratura bloccò tutti i lavori in corso e gli appalti pubblici
della loro azienda idraulica e di giardinaggio.
Le loro proprietà e i loro conti in banca furono messi tutti
sotto sequestro.
Il funerale del senatore Vargiu avvenne in pompa magna e
con tutti gli onori, e fu ordinato anche il lutto cittadino dalle
autorità civili. La povera Fulvia poté piangere le giuste lacrime per
il valoroso marito scomparso, vittima della violenza mafiosa.
A parte il capo della polizia, Fulvia fu anche l’unica persona
amica che venne a conoscenza del mio sogno rivelatore. Non so
perché glielo dissi. Forse pensai che mi avrebbe creduto. Invece,
diffidente e ottusa qual’era, sospettò perfino un mio
coinvolgimento nella vicenda. Dopo il funerale la nostra amicizia
finì. Lei tornò a vivere a Trieste e non la rividi mai più.
Fortunatamente venni creduto dal mio superiore e perfino il mio
sogno venne messo agli atti. Era evidente che qualcosa andava
cambiando in seno alla società e perfino le percezioni
extrasensoriali cominciavano, almeno a livello istituzionale, ad
essere talvolta prese sul serio.
Non ebbi mai più percezioni di quel genere. Tuttavia, quando
andai in pensione, passai molte notti a ricordare quell’incredibile
sogno nel quale il mio amico Gerolamo, molti anni prima, mi dava
il suo arrivederci. Pensavo spesso a lui. Divenni molto curioso e
mi chiedevo spesso dove fosse, e che tipo di vita conducesse. Mi
domandavo se egli fosse ancora una “duenna” dispersa nei
meandri multidimensionali del cosmo, o se se si fosse finalmente
messo “l’anima in pace”. Esistevano e com’erano i sogni nella vita
ultraterrena? Si sarebbero reincarnati i morti? E in quanto tempo?
E’ il tempo stesso che tipo di dimensione poteva definirsi
nell’aldilà? Mi angustiavo con domande che non potevano avere
risposta. E tutta quella curiosità, comparata alla vita ordinaria,
ripetitiva, da anziano solitario che stavo vivendo, mi creava
soltanto un irresistibile desiderio di raggiungere il mio caro amico
lontano.


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