Viaggio tra le pagine di Sarajevo, dal libro Venuto al Mondo – Margaret Mazzantini.
Ottobre 2012
Introduzione
Un libro, il suo inchiostro, il suo profumo. La sua storia, la sua origine, dentro la tua vita.
Ad ogni pagina il clic della macchina fotografica, perché è un libro che racconta per immagini, che
ti scaraventa in un luogo così vicino. Basterebbe attraversare un piccolo lembo di mare per
arrivarci. Eppure è così lontano, relegato nel fondo dei nostri cuori e delle nostre coscienze.
Sarajevo.
E così ti ritrovi tra quei personaggi, in quelle strade, sotto le bombe, affianco ai bambini uccisi dai
cecchini. Sei testimone di quei massacri, quasi partecipe, è incredibile ma sembra che hai fatto
parte di quella storia. Basta un libro per levare il velo della vergogna che ci portiamo dentro, per
aver visto e non aver fatto nulla davanti a quel numero indefinibile di morti sepolti chissà dove?
Un libro che in un attimo leva via anni di polvere, luoghi lontani e vicini che improvvisamente
diventano familiari.
Quando il libro e la mia macchina fotografica si sono uniti, ho deciso di andare a vedere con i miei
occhi perché era troppo forte il desiderio di vivere davvero quel luogo, vedere com’è risorto dalla
cenere, nonostante tutte le difficoltà di questi lunghissimi 20 anni. È stato amore prima vista, e
soprattutto è stato un amore contagioso perché si è diffuso nelle persone che mi stanno accanto.
È servito a togliere i pregiudizi che ci portiamo dentro ogni giorno, e ogni giorno di più, ad
abbattere le frontiere che ci dividono, a costruire un ponte tra noi e loro, come uno di quei mille
ponti che attraversano la Bosnia, che uniscono i lembi, avvicinano, collegano, creano.
Chi ero quando la Bosnia moriva sotto le bombe? È’ una viaggio dentro noi stessi, alla ricerca di
ricordi sfumati da tutti questi anni, in un tempo in cui eravamo bambini spensierati che giocavano
nelle strade mentre i nostri coetanei crollavano sotto il tiro dei cecchini e delle bombe.
Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani, cetnici, ustascia, sniper, Mostar, Srebrenica. Parole, frasi,
pensieri che ti entrano nella testa e scendono nel cuore. Allora li fermi li, nelle dita, istantanee che
hai letto e che ora blocchi sulla carta perché così deve essere, e così sarà.
Quando la lettura si fonde con la fotografia si apre un mondo meraviglioso. Un mondo di
immagini, di dialogo, foto di parole che cerchi tra le pagine e trovi sulla strada, tra la gente, tra le
preghiere in mosche, tra le passeggiate nei vicoli di Baščaršija, tra i canti dei muezzin che fanno
venire i brividi, tra le lapidi disseminate ovunque nella città. È il mondo che hai davanti, che ti
accoglie con la sua semplicità disarmante, con la sua umiltà e la sua gentilezza. Nonostante tutto
quello che si è perso, quello che non c’è più.
Riflessioni: la Bosnia ieri e oggi.
Oltre la frontiera con la Croazia km e km di distese verdi, piccole strade che si arrampicano con
fatica sulle colline e poi sulle montagne… Il silenzio è tutto ciò che ti circonda, silenzio e riflessi sul
fiume verde smeraldo che sembra viaggiare affianco a te… Qualche villaggio, qualche pastore che
cammina con le sue pecore, sembra l’Italia di trenta anni fa…
Poi piccole e grandi città, bambini che giocano a calcio, anziani che passeggiano, donne che fanno
la spesa, e capisci che i Balcani non sono poi così lontani da noi. Non sono così diversi da noi. Tra
un paese e l’altro piccole case distrutte, vite che non esistono più, famiglie senza più la loro terra…
Ed eccoti alle porte di Sarajevo, dopo un attesa lunghissima, accompagnata da case rattoppate con
il cemento e palazzi di vetro, l’Holiday Inn, Radon Plaza, Oslobodenje, il palazzo del Parlamento; il
viale dei cecchini non c’è più, al suo posto una strada trafficatissima, dove le macchine corrono
veloci affianco a minareti che svettano altissimi nella loro eleganza, gente semplice che attraversa
la strada, corre a casa, a lavoro, passeggia. Ti chiedi come hanno fatto a sopravvivere, come
stanno, cosa ricordano, ma soprattutto ti chiedi perché… Perché una guerra tanto stupida, che
nessuno è riuscito ad impedire… Io non ricordo nulla di quella guerra, è solo un nome lontano
della mia memoria di bambina, ero troppo piccola forse, eppure è bastato un libro perché questa
città mi entrasse nel cuore… Questa città dalle mille anime, dalle mille facce, dalle mille
domande…
“Sarajevo è la città dei cimiteri” avevo letto… E’ vero, li vedi dappertutto, sulle colline, a cielo
aperto, musulmani, cattolici, separati o uniti nella morte… Ci passi per caso, non per scelta,
perché sono ovunque in ogni parte della città. ‘92 e l’anno più ricorrente, è l’anno della guerra.
Una guerra durata più di mille giorni, 11541morti, 1560 bambini.
Mentre noi andavamo a scuola e poi al mare per le vacanze, in tre lunghissimi anni a Sarajevo è
sparita una generazione, la nostra. E allora penso che niente può tornare come prima. Che gli
uomini e le donne di questa città non hanno più lacrime. E che il loro dolore si è solo assopito. Poi
ti ricordi quella parola, “speranza”, e allora forse si, si può ricominciare a vivere. Ma non ne sono
più sicura.
Sarajevo ricorda i suoi morti di sempre, il ponte Latino e l’arciduca Francesco Ferdinando e sua
moglie, la Fiamma Eterna e i morti della Jugoslavia nella seconda guerra mondiale, e poi ovunque i
morti del ‘92, ‘93, ‘94, ‘95, con le targhe nei muri, nei ponti, nei monumenti, nelle strade; Sarajevo
piange i suoi bambini, con i quei piccoli piedini impressi nel Monumento ai bambini uccisi, con
quei sonagli che portano i loro nomi in cielo. Sarajevo non dimentica, eppure vive.
Vivono le persone, con i loro problemi e le loro difficoltà, le guardi cercando quasi di entrare nei
loro pensieri ma sai che non puoi riuscirci. Sai però che ognuno di loro ha perso qualche familiare,
padri, madri, fratelli, figli che non ci sono più… Guardi gli anziani che giocano a scacchi nella piazza
e ti chiedi quanti morti hanno raccolto quelle mani, o se hanno ucciso… E ora si tengono strette le
loro sigarette, immancabili Drina, come fossero un tesoro, una conquista. Gente normale che
cammina di fretta, con gli occhi bassi, sembrano freddi come il ghiaccio ma se chiedi un
informazione sono disposti a prenderti a braccetto e ad accompagnarti. Alcuni telefonano, per
avere la sicurezza di non dare informazioni sbagliate. Profondo rispetto, e silenzio. Chissà cosa
pensano del nostro turismo post-guerra. “Sarajevo ok?” chiedono!! Sarajevo nel cuore…
Rinasce Sarajevo, sembra un cantiere a cielo aperto, sorgono palazzoni, eleganti ponti per il fiume
Miljacka, i turisti passeggiano, tra un bosanka kafa e un cevapi tutto scorre tranquillo mentre le
campane della cattedrale suonano e il muezzin canta. Eppure la biblioteca nazionale è ancora li, a
ricordare un triste destino di fiamme e di bombe, una lunga ricostruzione che sembra non avere
mai fine. E anche quando finirà, essa sarà comunque privata dei suoi immensi tesori… Due milioni
di libri, manoscritti antichissimi che nessuno rivedrà più. Pensi, e speri, che non sia una metafora…
Giocano i bambini a Sarajevo, nella piazze, nei campetti, nei centri sportivi che faticosamente
rinascono. Qualcuno gioca a fare la guerra, sparando tra i passanti… Niente di più normale, certo,
ma qui niente è la stessa cosa… C’è anche chi non può permettersi di giocare, qui come ovunque,
ma qui, forse, un po’ di più.
Si riposa nel pomeriggio Sarajevo, all’ombra dei suoi mille bar, con la musica che gira in
continuazione e che ti porta in luoghi e tempi lontani, accanto alle rose rosse che, ancora una
volta, ricordano le persone uccise dai cecchini, quelle che non si sono arrese alla guerra, quelle che
non si sono piegate; quelle rose che tu, oggi, non hai il coraggio di calpestare.
E poi canta il muezzin, perché è tempo di preghiera per i musulmani, mille voci che risuonano
ovunque e che si alzano in cielo. Si, quelli che in Italia fanno così paura, quelli vittime di razzismo,
quelli così diversi da te… Eppure cos’hanno di diverso? Una parola, ecco cosa ci differenzia…
Sarajevo è tornata alla sua normalità, la sua tolleranza, la sua convivenza, la sua multiculturalità,
racchiusa in quella gola che sprofonda tra le montagne. Quelle oscure, pericolose, dove cartelli
surreali compaiono dietro un filo spinato che si perde nel verde… “MINE”… Duecentomila ordigni
aspettano di esplodere sopra Sarajevo, incredibile, un patrimonio boschivo immenso, bellissimo,
ma recintato perché dopo tutti questi anni Sarajevo è ancora un campo minato.
Ma non finisce qui, oltre il filo spinato, oltre le bombe, oltre tutto questo sai che c’è anche la
Serbia.
La Serbia? Si, siamo in Bosnia, ma poco più avanti c’è la Serbia, anzi la repubblica Serba di Bosnia…
Paradossi di un accordo di pace (Dayton, 1995) che ha creato all’interno dello stesso stato una
Federazione croata-musulmana e una Repubblica Serba di Bosnia… Ma allora della Bosnia che
rimane?? Un labirinto di etnie, due entita’, tre parlamenti con cinque presidenti, tre governi con
due eserciti, due alfabeti, tre religioni. E un inno senza parole perché bosgnacchi, croati e serbi
ancora non riescono a mettersi d’accordo sul testo.
Ma il paradosso più grande lo si trova a Srebrenica. Prima era una città ricca e abitata, con le
miniere d’argento che davano lavoro a tanta gente. Poi Srebrenica è diventata un numero…
8372… 8372 persone musulmane sequestrate, torturate, uccise e smembrate in poche ore dai
serbi nel luglio 1995, sotto gli occhi immobili dei Caschi Blu Onu, che avevano dichiarato area
protetta quel luogo, dell’Europa e del mondo. Mentre uomini, vecchi e ragazzi venivano uccisi, le
donne venivano violentate a poca distanza, alcune di loro sequestrate per mesi e obbligate a
portare avanti la gravidanza.
E adesso li ritrovi qui questi uomini, vittime innocenti di uno stupido genocidio. Tra quelle infinite
stele bianche nel memoriale di Potocari non puoi fare altre che guardare in silenzio e con
sgomento ciò di cui l’essere umano è capace quando odia, non una religione, non un etnia, ma
solo se stesso. Ma quel silenzio dopo pochi minuti diventa assordante, fa più rumore di tutte le
bombe del mondo e vorresti solo fuggire. Sventolano le bandiere bosniache, piangono le madri su
quel muro di nomi circolare, e allora sale la rabbia per Srebrenica, uccisa, torturata, stuprata e
passata in mano serba grazie a quello stupido accordo di pace. Ma come abbiamo fatto?? Quante
vittime abbiamo sulla coscienza, noi che dopo lo sterminio ebreo avevamo giurato che non
sarebbe più successo niente di simile? A un ora d’aereo da casa nostra, divisi solo da un minuscolo
mare?
Spicca una croce tra tutte quelle stele, è quella di Hren Aleksandar Rudolf, cattolico croato ucciso
dai serbi perché non voleva lasciare i suoi amici musulmani. La madre ha deciso di seppellirlo li, “E’
morto con loro. Lasciatelo riposare con loro” ha detto. Srebrenica ha vinto.
E ancora Mostar e il suo bellissimo Stari Most, il ponte distrutto nel ’93 dai croati che dovevano
difendere la città, ricostruito nel 2004 e dichiarato patrimonio dell’umanità. E’ uno spettacolo il
centro di Mostar, con tutte quelle botteghe e quel fiume verde smeraldo che lo attraversa, le cui
gelide acque sono “proprietà” dei tuffatori del ponte . Di notte tutto brilla e la magia è ovunque,
chiese, moschee, ponti… Eppure giri l’angolo e gli edifici sono ancora distrutti, la povertà
raggiunge livelli estremi, i bambini chiedono l’elemosina e una rissa tra ragazzi toglie per un attimo
tutto l’entusiasmo… Sono cose normali pensi, eppure qui tutto assume un altro aspetto, magari
sono musulmani e croati, o serbi. E’ vero, hanno ricostruito il ponte, quello stesso ponte che mette
di nuovo in collegamento la parte musulmana con quella croata della città, ma la gente quando la
“ricostruiscono”??
Don’t forget Mostar.
Lasci con l’amaro in bocca questa città della Bosnia, dove sventolano le bandiere croate e dove
anche un matrimonio diventa l’occasione per ricordare a tutti il proprio nazionalismo.
Ritrovi la sera a Sarajevo, infuocata da un tramonto bellissimo, e quelle piccolissime luci che ogni
notte si accendono sembrano voler mantenere viva la speranza, la speranza che ciò che è successo
qui non succeda mai più, “in nessun tempo e in nessun luogo”, lo hai appena letto… Le ultime ore
in questa terra rinata dalla violenza e dall’odio, dove Oriente e Occidente si incontrano, dove i
musulmani festeggiano il Ramadam mentre le campane della Cattedrale suonano a festa per la
domenica. La lasci con un sorriso Sarajevo, un sorriso malinconico che già trabocca di nostalgia, e
con tanta gratitudine per ciò che ti ha insegnato, che ti ha trasmesso, sperando che il futuro porti a
questi abitanti una meritata serenità. Non soldi a palate, macchine di lusso, viaggi megagalattici,
ma un’esistenza normale, una convivenza pacifica, una vita senza più bombe, senza più odio, senza
più etnie. Per alcuni un corpo su cui piangere, perché 14mila persone non sono mai tornate dalla
guerra in Bosnia. Il presente ha bisogno del passato per costruire il futuro.
Hvala Sarajevo, hvala Bosnia per la tua umiltà, corri veloce sulla tua nuova autostrada, su terre
martoriate che l’Europa che non ha voluto aiutare, corri veloce verso il tuo futuro, verso la tua
nuova vita, conserva la tolleranza che l’Europa invidia e che il nazionalista teme, fanne il tuo
tesoro e un giorno scoprirai di essere grande. Forse sarai di nuovo sola, ma nell’essere soli ancora
una volta ci si ritrova tutti insieme.
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