Descrizione: La necropoli è costituita da 38 domus de janas scavate nell’arenaria. Le grotticelle hanno planimetrie articolate, per lo più complesse. Sono accessibili attraverso un pozzetto verticale o un lungo corridoio (“dromos”) discendente, talvolta di dimensioni monumentali, quasi sempre provvisto di gradini che immettono nel vestibolo. Le tombe a pozzetto, probabilmente più antiche, presentano spesso planimetrie irregolari e celle a pianta tondeggiante, oblunga o rettocurvilinea. Le sepolture a “dromos” prediligono la pianta simmetrica e regolare ed hanno almeno la seconda cella con profilo di base rettilineo. La cella principale, preceduta da un piccolo padiglione e da un’anticella, è spesso disposta in senso trasversale rispetto all’asse della tomba. Essa costituiva il luogo delle cerimonie funebri, mentre le cellette ospitavano le sepolture. Le domus venivano sigillate all’esterno con lastre litiche, talvolta rinvenute in posto. Gli ambienti mostrano gli elementi tipici della religiosità neolitica, come le coppelle scavate nel suolo delle celle, destinate a contenere offerte e pasti funebri, e le decorazioni architettoniche scolpite o incise che ricreano gli ambienti della casa dei vivi. È inoltre diffuso l’uso dell’ocra rossa, il colore del sangue e della rigenerazione, mentre false porte di ascendenza orientale simboleggiano la porta dell’oltretomba. Protomi e corna taurine scolpite nelle pareti e nei pilastri proteggevano il sonno dei defunti. Quanto ai tipi di seppellimento, prevale nella necropoli il rito dell’inumazione. Le tombe ospitavano da 2 a 30 individui, molti dei quali rinvenuti distesi in posizione supina. L’impianto della necropoli si data al Neolitico finale con la cultura di Ozieri, 3200-2800 a.C., e fu probabilmente utilizzata fino all’età del Rame e del Bronzo.
“La necropoli di Anghelu Ruju venne scoperta casualmente nel 1903, nel corso di lavori di cava di materiale che doveva servire per la costruzione di una casa colonica. Subito dopo la scoperta, furono fatti pervenire all’archeologo Antonio Taramelli, da poco arrivato alla direzione dell’Ufficio delle Antichità della Sardegna, un cranio umano ed un vaso tripode, prelevati dai cavatori in un ipogeo del tipo a “domus de janas”, successivamente denominato Tomba I. Il Taramelli riconobbe il carattere preistorico dei due reperti e potè dare inizio ai primi scavi nel 1904, in ciò coadiuvato dal Nissardi, al quale si deve anche il rilevamento grafico dei 10 ipogei venuti alla luce e contrassegnati dallo scavatore con numeri romani. I risultati degli scavi, prontamente pubblicati, si rivelarono così nuovi ed interessanti da indurre il Taramelli ad intraprendere nel 1908 una nuova serie di esplorazioni sistematiche del territorio […]” (da “Storia degli scavi”).
