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La Donna del Castello

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Penetravano le luci dell’alba tra i merli delle mura turrite, e il luccichio dei ciottoli umidi di guazza faceva pensare ad un esercito di monachelle schiumose. La prima persona che vidi, appena attraversata la breccia che separava i quartieri bassi dalle strade del “palazzo”, fu una donna alta di statura, vestita di nero che sembrava piuttosto anziana, benché ancora energica e in salute. Tornavo a casa da un lungo viaggio che mi aveva visto navigare sul Mar Giallo fino a toccare le coste della Manciuria.
Ero felice perché avrei finalmente rivisto mia madre. Ero riuscito ad avvisarla del mio ritorno con una lettera che il comandante della nave ebbe modo di affidare al servizio postale di uno dei veloci brigantini destinati al trasporto di sete preziose.
Quando vidi la donna dirigersi verso l’arcata, sotto la grande torre, m’accorsi che trascinava con se un grande sacco di iuta che doveva contenere qualcosa di molto pesante. Mi fece tenerezza, così, in pochi secondi, la raggiunsi e le offrì il mio aiuto. Quando le fui vicino la riconobbi: si chiamava Anita ed era l’anziana vicina di casa che non vedevo da oltre tre anni. Giusto in quello stesso periodo una malattia improvvisa l’aveva costretta al letto; quell’epoca corrispondeva altresì alla data della mia partenza per il lontano Oriente. Mia madre la conosceva bene perché un tempo furono amiche assidue. Si recavano spesso a messa insieme, la domenica, alla cattedrale. Vederla fu per me un tuffo immediato nel passato, così mi avvicinai a lei con sollecitudine e le dissi:
“Signora Anita, permetta che l’aiuti, ceda pure a me il suo fardello”.
“Buongiorno giovanotto, sei molto gentile ma, non ti preoccupare” – mi disse risoluta, l’anziana donna – “sono praticamente arrivata: la diligenza sta per arrivare e, nel momento in cui la carrozza si fermerà qui dinnanzi, non dovrò far altro che sollevare il sacco sulla pedana e le mie fatiche saranno esaurite”.
“Va bene” – risposi- “mi permetta almeno di darle sollievo sollevando il sacco sulla pedana del carro in sua vece: lo farò molto volentieri.”
Ma in quel momento la diligenza proveniente dalla Piazza Reale, si fermò proprio davanti a noi. La signora sollevò velocemente con le sue braccia il pesante bagaglio e lo depose sulla pedana della carrozza. Non mi  concesse in nessun modo di darle una mano. A cose fatte rispose alla mia offerta d’aiuto dicendo: “Non è necessario figliolo, ci sono abituata. Queste operazioni le eseguo sempre da sola; non è grandissima pena per me, l’importante è affrontare il lungo viaggio con soddisfazione.” E così, il nocchiere impartì un leggero colpo di frustino ai cavalli e, con la signora Anita a bordo della diligenza, si avviò verso la lunga discesa che portava fuori dalla cinta turrita.
Ci rimasi un po’ male, forse per il fatto di non essere stato riconosciuto dalla anziana amica di mia madre. Sapevo però di essere irriconoscibile. Negli ultimi anni mi ero infatti lasciato crescere una lunga barba rossa che non avevo mai portato prima. Pensai quindi alle sue ultime parole, senza capire però a quali operazioni si fosse riferita biascicando quelle frasi.
Reputai si trattasse di una povera vecchia, ormai andata via di testa, alla quale la grande falciatrice aveva lasciato in dono una deroga miracolosa. Tuttavia quasi mi rammaricai per non aver preso d’imperio l’iniziativa. Nondimeno, dal campanile della cattedrale, il rintoccare delle campane mi riportava alla realtà comunicandomi che erano scoccate le sette antimeridiane. Mia madre mi attendeva già da un pezzo nella sua dimora ed era giunto
il momento di raggiungerla…

“Celestino! Celestino figlio mio adorato! Lasciati abbracciare. Finalmente sei tornato a casa!” La cara madre non stava in se dalla
gioia. Mi volle accompagnare a visitare tutte le stanze della casa che erano state rinnovate durante la mia assenza e mi fece trovare pronta anche una luculliana colazione. Naturalmente non mi tirai indietro e diedi fondo a tutte le squisite pietanze.
Mentre sorseggiavo un ultimo caffè presi a raccontarle sommariamente del mio viaggio, e dei tanti soldi che avevo guadagnato col commercio in Manciuria e in Giappone. Fu allora che mi tornò in mente il fatto della signora Anita e iniziai a parlarle di quello strano incontro mattutino nei minimi particolari.
La sua reazione fu veramente inaspettata: la vecchia parve cadere sinceramente dalle nuvole e per un’ attimo io stesso mi posi il dubbio d’essermi sbagliato.
“Di quale signora Anita parli figlio mio?” Mi domandò mia madre
– “Non stai mica parlando di Donna Anita la nostra vicina di casa? La vedova di Don Ottavio Arper?”
“Ecco che ci risiamo con questi titoli nobiliari”, le risposi – “non c’è bisogno di farla lunga mamma. Vedo che non avete perso l’antico vizio qui al Castello. Sarebbe ora di finirla con la continua auto celebrazione di un passato che non c’è più. Dovete mettervi l’anima in pace voi del Castello: siamo nell’anno 1948 e la nobiltà è stata abolita con il referendum del 2 giugno 1946 in favore della Repubblica. Ecchè diamine! Certo che parlo di lei, ma per me si tratta della ‘signora’ Anita, la vicina di casa, vedova del ‘signor’ Ottavio Arper, per l’esattezza. Nessuno, al giorno d’oggi, nel continente osa più usare i vecchi epiteti. Ormai si è tutti signore e signori perché vige la Repubblica e il rispetto della Costituzione. E’ ad essa che si obbedisce e non più al Re. Adesso si è tutti uguali, finalmente. E anche tu mamma faresti bene ad adeguarti al nuovo sistema.”
La cara madre rimase pensierosa e non replicò subito alle mie parole. Dava l’impressione di aver ascoltato solo qualche scampolo del mio accalorato discorso a sostegno del nuovo stile repubblicano. Sapevo bene che aveva votato a favore della Monarchia: me lo aveva scritto in una lettera, e si era comportata esattamente come la maggioranza dei Sardi.
“Mamma che hai adesso? Non ti sarai offesa dai …va beh che sarà mai: spero non voglia tenermi il muso per questa storia del titolo Non mi importa nulla, sinceramente, della Signora Anita. Donna Anita se preferisci…
“Per carità! Non pronunciare più quel nome!” Sbottò ella ad un tratto facendomi sobbalzare sulla sedia.
“Mamma, ma che hai? Sei impazzita? Replicai cominciando seriamente a nutrire forti dubbi sulla sua sanità mentale.
“Ma tu sei davvero sicuro di averla vista?! Sei disposto a giurarlo?! Mi domandò ancora con un modo di fare che mi procurò perfino un ghigno sarcastico. Ma sorridevo perché continuavo a non capire cosa volesse dirmi. E più sorridevo più lei sembrava alterarsi.
“Ma certo che era lei, ti dico, l’ho vista bene e avrei anche potuto toccarla. Non capisco però per quale motivo non abbia voluto che l’aiutassi a trasportare quel pesante fardello…”
“Allora” – mi disse prendendo aria dalla bocca, come se avesse voluto riempirsi i polmoni prima di dire una frase d’importanza capitale – “se tu l’hai davvero vista stamane, non puoi avere visto realmente lei. Tu devi aver incontrato il demonio in persona.
“Il demonio madre mia? Adesso che c’entra il demonio?”
“Certo che è così! Chi può essere capace di tanto inganno, se non il demonio? E dentro quel sacco era ammassata l’anima stessa della mia cara amica, perché…come ti avrei voluto spiegare, la povera Anita, dopo tre anni di sofferenze, costretta alle piaghe dal martirio del letto, è spirata stanotte stessa, giusto un’ora prima dell’alba.”

Fine


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