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	<title>mauro atzei Archivi - RitaPinna.it</title>
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		<title>La Donna del Castello</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Sep 2013 08:54:59 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2013/09/30/la-donna-del-castello/">La Donna del Castello</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">RitaPinna.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-top: 0px; margin-bottom: 15px; font-size: 14px; vertical-align: baseline; color: #444444; line-height: 21.59375px;">Penetravano le luci dell&rsquo;alba tra i merli delle mura turrite, e il luccichio dei ciottoli umidi di guazza faceva pensare ad un esercito di monachelle schiumose. La prima persona che vidi, appena attraversata la breccia che separava i quartieri bassi dalle strade del &ldquo;palazzo&rdquo;, fu una donna alta di statura, vestita di nero che sembrava piuttosto anziana, bench&eacute; ancora energica e in salute. Tornavo a casa da un lungo viaggio che mi aveva visto navigare sul Mar Giallo fino a toccare le coste della Manciuria.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Ero felice perch&eacute; avrei finalmente rivisto mia madre. Ero riuscito ad avvisarla del mio ritorno con una lettera che il comandante della nave ebbe modo di affidare al servizio postale di uno dei veloci brigantini destinati al trasporto di sete preziose.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Quando vidi la donna dirigersi verso l&rsquo;arcata, sotto la grande torre, m&rsquo;accorsi che trascinava con se un grande sacco di iuta che doveva contenere qualcosa di molto pesante. Mi fece tenerezza, cos&igrave;, in pochi secondi, la raggiunsi e le offr&igrave; il mio aiuto. Quando le fui vicino la riconobbi: si chiamava Anita ed era l&rsquo;anziana vicina di casa che non vedevo da oltre tre anni. Giusto in quello stesso periodo una malattia improvvisa l&rsquo;aveva costretta al letto; quell&rsquo;epoca corrispondeva altres&igrave; alla data della mia partenza per il lontano Oriente. Mia madre la conosceva bene perch&eacute; un tempo furono amiche assidue. Si recavano spesso a messa insieme, la domenica, alla cattedrale. Vederla fu per me un tuffo immediato nel passato, cos&igrave; mi avvicinai a lei con sollecitudine e le dissi:<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Signora Anita, permetta che l&rsquo;aiuti, ceda pure a me il suo fardello&rdquo;.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Buongiorno giovanotto, sei molto gentile ma, non ti preoccupare&rdquo; &ndash; mi disse risoluta, l&rsquo;anziana donna &ndash; &ldquo;sono praticamente arrivata: la diligenza sta per arrivare e, nel momento in cui la carrozza si fermer&agrave; qui dinnanzi, non dovr&ograve; far altro che sollevare il sacco sulla pedana e le mie fatiche saranno esaurite&rdquo;.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Va bene&rdquo; &ndash; risposi- &ldquo;mi permetta almeno di darle sollievo sollevando il sacco sulla pedana del carro in sua vece: lo far&ograve; molto volentieri.&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Ma in quel momento la diligenza proveniente dalla Piazza Reale, si ferm&ograve; proprio davanti a noi. La signora sollev&ograve; velocemente con le sue braccia il pesante bagaglio e lo depose sulla pedana della carrozza. Non mi&nbsp; concesse in nessun modo di darle una mano. A cose fatte rispose alla mia offerta d&rsquo;aiuto dicendo: &ldquo;Non &egrave; necessario figliolo, ci sono abituata. Queste operazioni le eseguo sempre da sola; non &egrave; grandissima pena per me, l&rsquo;importante &egrave; affrontare il lungo viaggio con soddisfazione.&rdquo; E cos&igrave;, il nocchiere impart&igrave; un leggero colpo di frustino ai cavalli e, con la signora Anita a bordo della diligenza, si avvi&ograve; verso la lunga discesa che portava fuori dalla cinta turrita.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Ci rimasi un po&rsquo; male, forse per il fatto di non essere stato riconosciuto dalla anziana amica di mia madre. Sapevo per&ograve; di essere irriconoscibile. Negli ultimi anni mi ero infatti lasciato crescere una lunga barba rossa che non avevo mai portato prima. Pensai quindi alle sue ultime parole, senza capire per&ograve; a quali operazioni si fosse riferita biascicando quelle frasi.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Reputai si trattasse di una povera vecchia, ormai andata via di testa, alla quale la grande falciatrice aveva lasciato in dono una deroga miracolosa. Tuttavia quasi mi rammaricai per non aver preso d&rsquo;imperio l&rsquo;iniziativa. Nondimeno, dal campanile della cattedrale, il rintoccare delle campane mi riportava alla realt&agrave; comunicandomi che erano scoccate le sette antimeridiane. Mia madre mi attendeva gi&agrave; da un pezzo nella sua dimora ed era giunto<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />il momento di raggiungerla&hellip;</p>
<p style="margin-top: 0px; margin-bottom: 15px; font-size: 14px; vertical-align: baseline; color: #444444; line-height: 21.59375px;">&ldquo;Celestino! Celestino figlio mio adorato! Lasciati abbracciare. Finalmente sei tornato a casa!&rdquo; La cara madre non stava in se dalla<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />gioia. Mi volle accompagnare a visitare tutte le stanze della casa che erano state rinnovate durante la mia assenza e mi fece trovare pronta anche una luculliana colazione. Naturalmente non mi tirai indietro e diedi fondo a tutte le squisite pietanze.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Mentre sorseggiavo un ultimo caff&egrave; presi a raccontarle sommariamente del mio viaggio, e dei tanti soldi che avevo guadagnato col commercio in Manciuria e in Giappone. Fu allora che mi torn&ograve; in mente il fatto della signora Anita e iniziai a parlarle di quello strano incontro mattutino nei minimi particolari.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />La sua reazione fu veramente inaspettata: la vecchia parve cadere sinceramente dalle nuvole e per un&rsquo; attimo io stesso mi posi il dubbio d&rsquo;essermi sbagliato.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Di quale signora Anita parli figlio mio?&rdquo; Mi domand&ograve; mia madre<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&#8211; &ldquo;Non stai mica parlando di Donna Anita la nostra vicina di casa? La vedova di Don Ottavio Arper?&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Ecco che ci risiamo con questi titoli nobiliari&rdquo;, le risposi &ndash; &ldquo;non c&rsquo;&egrave; bisogno di farla lunga mamma. Vedo che non avete perso l&rsquo;antico vizio qui al Castello. Sarebbe ora di finirla con la continua auto celebrazione di un passato che non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave;. Dovete mettervi l&rsquo;anima in pace voi del Castello: siamo nell&rsquo;anno 1948 e la nobilt&agrave; &egrave; stata abolita con il referendum del 2 giugno 1946 in favore della Repubblica. Ecch&egrave; diamine! Certo che parlo di lei, ma per me si tratta della &lsquo;signora&rsquo; Anita, la vicina di casa, vedova del &lsquo;signor&rsquo; Ottavio Arper, per l&rsquo;esattezza. Nessuno, al giorno d&rsquo;oggi, nel continente osa pi&ugrave; usare i vecchi epiteti. Ormai si &egrave; tutti signore e signori perch&eacute; vige la Repubblica e il rispetto della Costituzione. E&rsquo; ad essa che si obbedisce e non pi&ugrave; al Re. Adesso si &egrave; tutti uguali, finalmente. E anche tu mamma faresti bene ad adeguarti al nuovo sistema.&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />La cara madre rimase pensierosa e non replic&ograve; subito alle mie parole. Dava l&rsquo;impressione di aver ascoltato solo qualche scampolo del mio accalorato discorso a sostegno del nuovo stile repubblicano. Sapevo bene che aveva votato a favore della Monarchia: me lo aveva scritto in una lettera, e si era comportata esattamente come la maggioranza dei Sardi.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Mamma che hai adesso? Non ti sarai offesa dai &hellip;va beh che sar&agrave; mai: spero non voglia tenermi il muso per questa storia del titolo Non mi importa nulla, sinceramente, della Signora Anita. Donna Anita se preferisci&hellip;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Per carit&agrave;! Non pronunciare pi&ugrave; quel nome!&rdquo; Sbott&ograve; ella ad un tratto facendomi sobbalzare sulla sedia.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Mamma, ma che hai? Sei impazzita? Replicai cominciando seriamente a nutrire forti dubbi sulla sua sanit&agrave; mentale.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Ma tu sei davvero sicuro di averla vista?! Sei disposto a giurarlo?! Mi domand&ograve; ancora con un modo di fare che mi procur&ograve; perfino un ghigno sarcastico. Ma sorridevo perch&eacute; continuavo a non capire cosa volesse dirmi. E pi&ugrave; sorridevo pi&ugrave; lei sembrava alterarsi.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Ma certo che era lei, ti dico, l&rsquo;ho vista bene e avrei anche potuto toccarla. Non capisco per&ograve; per quale motivo non abbia voluto che l&rsquo;aiutassi a trasportare quel pesante fardello&hellip;&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Allora&rdquo; &ndash; mi disse prendendo aria dalla bocca, come se avesse voluto riempirsi i polmoni prima di dire una frase d&rsquo;importanza capitale &ndash; &ldquo;se tu l&rsquo;hai davvero vista stamane, non puoi avere visto realmente lei. Tu devi aver incontrato il demonio in persona.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Il demonio madre mia? Adesso che c&rsquo;entra il demonio?&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Certo che &egrave; cos&igrave;! Chi pu&ograve; essere capace di tanto inganno, se non il demonio? E dentro quel sacco era ammassata l&rsquo;anima stessa della mia cara amica, perch&eacute;&hellip;come ti avrei voluto spiegare, la povera Anita, dopo tre anni di sofferenze, costretta alle piaghe dal martirio del letto, &egrave; spirata stanotte stessa, giusto un&rsquo;ora prima dell&rsquo;alba.&rdquo;</p>
<p style="margin-top: 0px; margin-bottom: 15px; font-size: 14px; vertical-align: baseline; color: #444444; line-height: 21.59375px;">Fine</p>
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		<title>S&#8217;enna e sa duenna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Aug 2013 11:22:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[mauro atzei]]></category>
		<category><![CDATA[paolo putzu]]></category>
		<category><![CDATA[s'ena e sa duena]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo breve racconto &#232; dedicato al caro amico scomparso Paolo Putzu, ideatore e conduttore del programma radiofonico &#8220;S&#8217;ena e sa duena&#8221;. &#160; &#160; Indagavo sul presunto omicidio di Gerolamo Vargiu, un mio compaesano. Avevo lasciato la polizia scientifica per la Digos, e mi occupavo di investigare su strani casi di omicidio maturati nel mondo della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em style="margin: 0px; padding: 0px; font-size: large; vertical-align: baseline; color: #444444; line-height: 21.59375px; text-align: -webkit-right;">Questo breve racconto &egrave; dedicato al caro amico scomparso Paolo Putzu, ideatore e conduttore del programma radiofonico &ldquo;S&rsquo;ena e sa duena&rdquo;.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Indagavo sul presunto omicidio di Gerolamo Vargiu, un mio</p>
<p>compaesano.</p>
<p>Avevo lasciato la polizia scientifica per la Digos, e</p>
<p>mi occupavo di investigare su strani casi di omicidio maturati nel</p>
<p>mondo della politica. In effetti non &egrave; che il mio lavoro fosse</p>
<p>cambiato di molto. Provenivo da una piccola citt&agrave; del nord della</p>
<p>Sardegna e, dopo una vita lavorativa da nomade, avevo scelto la</p>
<p>capitale sarda come mia ultima destinazione. Di sicuro non mi era</p>
<p>mai capitato di indagare sull&#8217;assassinio di una persona a me nota</p>
<p>sin dall&#8217;infanzia. Gerolamo era stato un amico fantastico. Fummo</p>
<p>compagni di banco sia alle scuole medie che per tutto il corso del</p>
<p>liceo scientifico. Ci divertimmo un mondo all&#8217;epoca, tra estati</p>
<p>trascorse al mare e i lunghi inverni sui libri, intervallati da brevi</p>
<p>avventure con le medesime ragazze. Spesso ce le dividevamo, da</p>
<p>ottimi amici.</p>
<p>La scelta dell&#8217;universit&agrave;, come spesso capita, ci allontan&ograve;. Io</p>
<p>mi laureai in giurisprudenza presso l&#8217;arma dei carabinieri,</p>
<p>all&#8217;Accademia militare di Modena. Qualche anno pi&ugrave; tardi vinsi un</p>
<p>concorso in polizia e lasciai i carabinieri mentre lui opt&ograve; per la</p>
<p>facolt&agrave; di scienze politiche a Roma. Si laure&ograve; un anno prima di me</p>
<p>e inizi&ograve; la carriera politica. Divenne deputato da giovanissimo. Si</p>
<p>spos&ograve; con Fulvia, una bella triestina conosciuta negli apparati di</p>
<p>partito, e fece una lunga e fortunata carriera. Fino ad essere eletto</p>
<p>senatore.</p>
<p>Poi la tragedia. Accadde tutto nel giro di poche ore. Si</p>
<p>trovava con la moglie in vacanza nella riviera algherese quando</p>
<p>nel cuore della notte ricevette una telefonata. Fulvia si svegli&ograve; e</p>
<p>ud&igrave; la parte iniziale della telefonata.</p>
<p>Ad un tratto, senza neppure avvisarla, usc&igrave; frettolosamente di</p>
<p>casa per dirigersi verso il mare dove alcuni testimoni (poco</p>
<p>attendibili a dire il vero) lo videro sparire nelle acque buie. La</p>
<p>moglie non lo vide pi&ugrave; per lungo tempo si pens&ograve; ad un suicidio.</p>
<p>Dopo quasi un anno i magistrati dell&#8217;antimafia, che</p>
<p>indagavano su alcuni casi di corruzione e di commistioni mafiapolitica,</p>
<p>intercettarono una telefonata tra due presunti gangster che</p>
<p>progettavano di eliminare fisicamente il senatore Vargiu. La</p>
<p>descrizione del progetto omicida prevedeva di attirare Gerolamo</p>
<p>con una telefonata verso il lido algherese e poi, una volta giunto li,</p>
<p>di affogarlo inscenando un banale suicidio.</p>
<p>Tuttavia il suo corpo non venne mai ritrovato e ci&ograve;</p>
<p>nonostante il massiccio dispiegamento di uomini e mezzi</p>
<p>impiegati nella ricerca. Cosicch&eacute; gli inquirenti sospettarono</p>
<p>dapprima il rapimento ma poi, anche in relazione ai lunghi mesi</p>
<p>trascorsi senza disporre nemmeno di una sola nuova informazione</p>
<p>o di una sola nuova traccia da seguire (chi rapisce, di solito</p>
<p>contatta almeno una volta i familiari della vittima), archiviarono il</p>
<p>file tra gli &#8216;scomparsi celebri&#8217; e smisero di seguire la pista del</p>
<p>rapimento di stampo mafioso. Cos&igrave; il &ldquo;fascicolo Vargiu&rdquo; torn&ograve;</p>
<p>sulla scrivania del comandante della Digos, sulla quale rest&ograve;</p>
<p>congelato per mesi e mesi.</p>
<p>Infine il caso venne assegnato a me che oltretutto conoscevo</p>
<p>bene la vittima.</p>
<p>Pensavo al modo in cui risolvere il caso. In realt&agrave; non avevo</p>
<p>che una pista da seguire e questa si era gi&agrave; rivelata poca cosa.</p>
<p>Perfino i due presunti mafiosi delle intercettazioni erano morti in</p>
<p>un incidente stradale negli Stati Uniti d&#8217;America. Insomma, il</p>
<p>caso si faceva pi&ugrave; intricato che mai e il tempo e i denari a</p>
<p>disposizione del nostro dipartimento erano sempre pi&ugrave; esigui. Ebbi</p>
<p>dei contatti con l&#8217;FBI e, grazie al capitano Shores, entrai in</p>
<p>possesso dei nominativi trascritti nell&#8217;agenda di uno dei due</p>
<p>italiani.</p>
<p>Ma dopo aver investigato, anche grazie al suo aiuto su tutti i</p>
<p>nomi presenti in elenco, mi rimasero in mano ben pochi elementi:</p>
<p>la fotografia sbiadita di un camper appartenuto a uno dei due</p>
<p>ormai arso e rottamato, un biglietto aereo Roma &ndash; New York di</p>
<p>sola andata e il numero di telefono dal prefisso sardo di una</p>
<p>donna, di nome Patrizia. Quest&#8217;ultimo contatto pensai che avrebbe</p>
<p>potuto rivelarsi una buona pista.</p>
<p>Tuttavia le mie aspettative furono subito disattese: non v&#8217;era</p>
<p>modo di risalire all&#8217;identit&agrave; della donna. La sequenza numerica si</p>
<p>era rivelata errata, come se il numero di telefono fosse stato</p>
<p>modificato a bella posta sottraendogli almeno una cifra su sette.</p>
<p>Passai il numero al servizio di indagini informatiche del</p>
<p>Ministero dell&#8217;Interno &#8211; dipartimento della pubblica sicurezza di</p>
<p>Roma. Con tutta probabilit&agrave; i loro tecnici sarebbero stati in grado</p>
<p>di ricostruire il numero e la sequenza originale. Nel frattempo me</p>
<p>ne andai a pescare per due settimane. Avevo un tremendo bisogno</p>
<p>di riposo.</p>
<p>Affittai un bungalow in riva al mare, presso il campeggio di</p>
<p>Gutturu &#8216;e Flumini, nella costa centro-sud-occidentale della</p>
<p>Sardegna. Si trattava di un luogo selvaggio e non ancora</p>
<p>interessato dal turismo di massa: proprio quello che cercavo.</p>
<p>Portai con me un attrezzatura da pesca rigorosamente da</p>
<p>&ldquo;spinning&rdquo;, per la traina di superficie dalla costa. Ci&ograve; che mi</p>
<p>serviva, o forse sarebbe meglio dire &ldquo;ci&ograve; che cercavo&rdquo;, era una</p>
<p>tranquillit&agrave; attiva. Sentivo la necessit&agrave; di &#8216;riossigenare&#8217; una parte</p>
<p>del mio cervello &#8211; quella utilizzata per il ragionamento deduttivo e</p>
<p>razionale &#8211; e di tenere impegnato l&#8217;aspetto creativo della mente,</p>
<p>quello associato al cuore, ai polmoni e a tutte le restanti parti</p>
<p>organiche del corpo. La notte andavo a pesca. Zainetto in spalla e</p>
<p>canna in mano percorrevo centinaia di metri di spiaggia</p>
<p>saltellando sopra le rocce sulla scogliera. Mi spostavo da una</p>
<p>pozzanghera all&#8217;altra, in cerca delle postazioni pi&ugrave; adatte per</p>
<p>procurarmi un buon bottino. Le belle prede non tardarono ad</p>
<p>arrivare: barracuda e pesci serra in abbondanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E si trattava di ottime taglie: tutte catture oltre i tre kg di peso</p>
<p>che poi regalavo ai gestori del campeggio. L&#8217;ultimo barracuda</p>
<p>catturato mi stanc&ograve; parecchio. Mi impegn&ograve; in un tira e molla</p>
<p>durato oltre un&#8217;ora. Quando stavo per disperare e pensando di dare</p>
<p>un taglio al sagolino giallo per consentirgli di riprendersi il mare,</p>
<p>all&#8217;improvviso, il muscoloso perciforme &#8211; stretto parente del luccio</p>
<p>di acqua dolce &#8211; decise di abbandonare la lotta. Ne approfittai e,</p>
<p>dopo averlo scarrocciato fino in superficie, lo ferrai con un colpo</p>
<p>di raffio ad un branchia e lo depositai nel carniere. Alla pesa</p>
<p>segn&ograve; 5 kg e mezzo! Lo caricai in auto insieme a tutta quanta</p>
<p>l&#8217;attrezzatura. Misi in moto la station wagon e tornai al bungalow.</p>
<p>Il giorno dopo mi alzai tardissimo, quando era ormai</p>
<p>pomeriggio. Il <em>tiro alla fune </em>con il pescione della sera prima mi</p>
<p>aveva spossato. Vista l&#8217;ora tarda decisi di accendere la carbonella</p>
<p>nel barbecue e iniziare a prepararmi un pranzetto a base di trance</p>
<p>di barracuda. Sminuzzai del pomodoro secco sotto sale, tre spicchi</p>
<p>d&#8217;aglio e un mazzolino di prezzemolo che avevo preventivamente</p>
<p>lasciato macerare nell&#8217;olio d&#8217;oliva con sale, alcune foglie di alloro</p>
<p>e del peperoncino intero. Preparai un amalgama con tutti gli</p>
<p>ingredienti che avrei utilizzato per guarnire le trance del pesce.</p>
<p>Dopodich&eacute; iniziai a soffriggere la parte restante del battuto</p>
<p>con l&#8217;aggiunta di pomodoro fresco maturo, olive nere snocciolate e</p>
<p>vino bianco. Poi mi dedicai a preparare il pesce: lo sfilettai a</p>
<p>partire dalle branchie fino all&#8217;opercolo e al peduncolo ventrale. Gli</p>
<p>svuotai lo stomaco e&#8230; qui ebbi una sorpresa. Avevo sempre</p>
<p>trovato di tutto all&#8217;interno degli stomaci dei pesci predatori, in</p>
<p>particolare in quelli delle spigole. Di certo non mi aspettavo di</p>
<p>trovare in quello del barracuda un anello d&#8217;oro. Stavo per fare una</p>
<p>scoperta che mi avrebbe mandato a monte lo spuntino: si trattava</p>
<p>di una fede matrimoniale e dalla sua grandezza si capiva che</p>
<p>doveva essere appartenuta ad un uomo. Guardai all&#8217;interno</p>
<p>dell&#8217;anello e lessi i nomi incisi sulla superficie interna, giusto</p>
<p>prima che mi scendesse un colpo: Fulvia e Gerolamo, 24 ottobre</p>
<p>1980.</p>
<p>Avvolsi l&#8217;anello dentro un fazzoletto di carta, spensi il</p>
<p>fornello e allagai la superficie incandescente del barbecue</p>
<p>gettandogli sopra un secchio d&#8217;acqua. Tornai dentro il bungalow e</p>
<p>mi lasciai cadere sul letto sprofondando immediatamente in un</p>
<p>sonno profondo quanto mai salvifico. Mi sarei risvegliato solo il</p>
<p>giorno dopo.</p>
<p>Quella notte, che notte non era perch&eacute; ebbe inizio dal tardo</p>
<p>pomeriggio, non fu semplice da superare. Ebbi come l&#8217;impressione</p>
<p>di essere visitato dagli spiriti. Pi&ugrave; volte avrei voluto svegliarmi,</p>
<p>ma non mi era possibile farlo. Percepivo una luce bianca</p>
<p>fortissima che contemporaneamente alla sua apparizione mi</p>
<p>teneva immobilizzato al letto. Se uno spirito davvero fu, bisogna</p>
<p>dargli atto che si dimostr&ograve; chiaro e sincero con me. Parl&ograve; tanto e</p>
<p>rispose perfino alle mie domande pi&ugrave; ingenue.</p>
<p>Dapprincipio, questa fantomatica entit&agrave;, si rivolse a me</p>
<p>dicendomi: &ldquo;Sono Gerolamo. Marcello, mi puoi sentire?&rdquo;</p>
<p>Sentivo una voce familiare, anche se il leggero eco e la completa</p>
<p>assenza di rumore di fondo me la rendeva ancora pi&ugrave; irreale del</p>
<p>sogno in cui ero immerso.</p>
<p>Comunque risposi di si: che potevo sentirlo e mi rivolsi a lui</p>
<p>chiedendogli: &ldquo;Gerolamo, ma&#8230;sei stato divorato dai pesci? Ho</p>
<p>trovato la tua fede matrimoniale dentro lo stomaco di un</p>
<p>barracuda!&rdquo;</p>
<p>Lui mi rispose con voce suadente: &ldquo;non avere paura amico</p>
<p>mio, non sono stato divorato dai pesci. L&#8217;anello che hai trovato ho</p>
<p>fatto in modo che finisse nello stomaco del pesce. L&#8217;ho fatto dopo</p>
<p>morto, per darti un indizio della mia presenza. Quel pesce mi</p>
<p>sarebbe servito da &#8216;porta&#8217;, da mezzo di comunicazione con il</p>
<p>mondo dei vivi. Non c&#8217;era altro modo perch&eacute; mi mettessi in</p>
<p>contatto con te. Avevo bisogno di procurarti un piccolo shock.&rdquo;</p>
<p>&ldquo;Come &egrave; potuto accadere Gerolamo? Cosa ti hanno fatto quei</p>
<p>delinquenti?&rdquo; Domandai sconsolato, avvilito e affranto.</p>
<p>&ldquo;Sento che in parte hai gi&agrave; capito: mi hanno assassinato.</p>
<p><em>&ldquo;</em>Mi attirarono verso la spiaggia con una telefonata</p>
<p>ingannatrice, e mentre uno di loro tentava di strangolarmi, l&#8217;altro</p>
<p>mi spingeva la testa sotto l&#8217;acqua. Solo che, nonostante fossero in</p>
<p>due, non riuscendo ad avere la meglio su di me in tempi brevi,</p>
<p>finirono per pugnalarmi al petto con un coltello. Per questo</p>
<p>motivo non mi abbandonarono in mare.&rdquo;</p>
<p>&ldquo;E&#8217; terribile Gerolamo, come posso fare per risolvere questo</p>
<p>caso?&rdquo; Gli feci quest&#8217;ultima domanda quasi confidando che nel</p>
<p>sogno potessi avere la risoluzione ad ogni mio quesito. In realt&agrave;</p>
<p>non avevo mai creduto in vita mia n&eacute; ai fantasmi n&eacute; alle visioni</p>
<p>oniriche. Gi&agrave;. Non prima di questo sogno.</p>
<p>&ldquo;Stammi a sentire Marcello&rdquo;, disse ancora lo spirito del mio</p>
<p>amico, &ldquo;i miei due aguzzini sono morti anche loro e non puoi fare</p>
<p>pi&ugrave; niente. Sappi tuttavia che il mio corpo, per nascondere le loro</p>
<p>malefatte, &egrave; stato sepolto sotto il manto d&#8217;erba dei nuovi giardini</p>
<p>comunali per i quali l&#8217;impresa mafiosa vinse la gara d&#8217;appalto</p>
<p>relativa ai lavori di risistemazione del verde pubblico. Recupera il</p>
<p>mio corpo e fai in modo che mia moglie Fulvia possa assistere al</p>
<p>mio funerale. Ho provato a comunicare anche con lei stanotte,</p>
<p>approfittando delle belle condizioni di propagazione del cosmo,</p>
<p>ma non c&#8217;&egrave; stato nulla da fare. Troppo refrattaria, troppo chiusa.</p>
<p>Addio fratello mio. Ci rivedremo di nuovo in un giorno per te</p>
<p>ancora lontano.&rdquo;</p>
<p>Fu cos&igrave; che qualche giorno dopo chiusi il caso. Recuperai il</p>
<p>corpo del mio povero amico e sgominai tutto il resto della banda.</p>
<p>L&#8217;associazione mafiosa risult&ograve; essere guidata proprio da</p>
<p>quella donna dal numero di telefono indecifrabile: Patrizia. La</p>
<p>magistratura blocc&ograve; tutti i lavori in corso e gli appalti pubblici</p>
<p>della loro azienda idraulica e di giardinaggio.</p>
<p>Le loro propriet&agrave; e i loro conti in banca furono messi tutti</p>
<p>sotto sequestro.</p>
<p>Il funerale del senatore Vargiu avvenne in pompa magna e</p>
<p>con tutti gli onori, e fu ordinato anche il lutto cittadino dalle</p>
<p>autorit&agrave; civili. La povera Fulvia pot&eacute; piangere le giuste lacrime per</p>
<p>il valoroso marito scomparso, vittima della violenza mafiosa.</p>
<p>A parte il capo della polizia, Fulvia fu anche l&#8217;unica persona</p>
<p>amica che venne a conoscenza del mio sogno rivelatore. Non so</p>
<p>perch&eacute; glielo dissi. Forse pensai che mi avrebbe creduto. Invece,</p>
<p>diffidente e ottusa qual&#8217;era, sospett&ograve; perfino un mio</p>
<p>coinvolgimento nella vicenda. Dopo il funerale la nostra amicizia</p>
<p>fin&igrave;. Lei torn&ograve; a vivere a Trieste e non la rividi mai pi&ugrave;.</p>
<p>Fortunatamente venni creduto dal mio superiore e perfino il mio</p>
<p>sogno venne messo agli atti. Era evidente che qualcosa andava</p>
<p>cambiando in seno alla societ&agrave; e perfino le percezioni</p>
<p>extrasensoriali cominciavano, almeno a livello istituzionale, ad</p>
<p>essere talvolta prese sul serio.</p>
<p>Non ebbi mai pi&ugrave; percezioni di quel genere. Tuttavia, quando</p>
<p>andai in pensione, passai molte notti a ricordare quell&#8217;incredibile</p>
<p>sogno nel quale il mio amico Gerolamo, molti anni prima, mi dava</p>
<p>il suo arrivederci. Pensavo spesso a lui. Divenni molto curioso e</p>
<p>mi chiedevo spesso dove fosse, e che tipo di vita conducesse. Mi</p>
<p>domandavo se egli fosse ancora una &ldquo;duenna&rdquo; dispersa nei</p>
<p>meandri multidimensionali del cosmo, o se se si fosse finalmente</p>
<p>messo &ldquo;l&#8217;anima in pace&rdquo;. Esistevano e com&#8217;erano i sogni nella vita</p>
<p>ultraterrena? Si sarebbero reincarnati i morti? E in quanto tempo?</p>
<p>E&#8217; il tempo stesso che tipo di dimensione poteva definirsi</p>
<p>nell&#8217;aldil&agrave;? Mi angustiavo con domande che non potevano avere</p>
<p>risposta. E tutta quella curiosit&agrave;, comparata alla vita ordinaria,</p>
<p>ripetitiva, da anziano solitario che stavo vivendo, mi creava</p>
<p>soltanto un irresistibile desiderio di raggiungere il mio caro amico</p>
<p>lontano.</p>
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		<title>Vi racconto di Amenophis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Mar 2013 17:03:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[mauro atzei]]></category>
		<category><![CDATA[racconti esoterici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Appena serrate le palpebre, il corpo energetico di Amenophis, compì il distacco dal suo corpo fisico e, portandosi sempre più in alto, forse oltre i soffitti della camera da letto o forse ad un solo metro dal pavimento, si diresse verso uno spazio obliquo  apparente, saturo di elettricità, prossimo ad un mondo dove qualsiasi azione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2013/03/23/vi-racconto-di-amenophis/">Vi racconto di Amenophis</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">RitaPinna.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanzoemito.it/wp-content/uploads/2013/03/demoni.jpg" title="demoni" rel="fancybox"></a>Appena serrate le palpebre, il corpo energetico di Amenophis, compì il distacco dal suo corpo fisico e, portandosi sempre più in alto, forse oltre i soffitti della camera da letto o forse ad un solo metro dal pavimento, si diresse verso uno spazio obliquo  apparente, saturo di elettricità, prossimo ad un mondo dove qualsiasi azione e movimento appariva possibile, fattibile.</p>
<p>Non fu necessario attraversare amene porte spazio-temporali, o effettuare a comando particolari salti quantici, e anche la sensazione non era quella della connessione. Piuttosto, tutto sembrava molto semplice: un operazione simile ad un volo, un volo senza motori e senza ali. Ma capire quale parte energetica del corpo si fosse  distaccata dalla sua parte fisica, non era cosa per niente semplice.<br /> Il corpo invisibile di Amenophis viaggiava leggero, ma l’energia propulsiva era la sua, e non c’erano forze esterne provenienti da altrove, e come una goccia di pioggia nell’uragano, piroettava felice, scarrocciando a casaccio, disperso e senza meta nel disordinato flusso d’onda. In realtà sapeva bene dove dirigersi: puntava dritto alla meta, all’archivio universale.</p>
<div class='heateor_sss_sharing_container heateor_sss_vertical_sharing heateor_sss_bottom_sharing' style='width:44px;left: -10px;top: 100px;-webkit-box-shadow:none;box-shadow:none;' data-heateor-sss-href='https://ritapinna.it/tag/mauro-atzei/feed/'><div class="heateor_sss_sharing_ul"><a aria-label="Facebook" class="heateor_sss_facebook" href="https://www.facebook.com/sharer/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fritapinna.it%2Ftag%2Fmauro-atzei%2Ffeed%2F" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank" style="font-size:32px!important;box-shadow:none;display:inline-block;vertical-align:middle"><span class="heateor_sss_svg" style="background-color:#0765FE;width:40px;height:40px;border-radius:999px;display:inline-block;opacity:1;float:left;font-size:32px;box-shadow:none;display:inline-block;font-size:16px;padding:0 4px;vertical-align:middle;background-repeat:repeat;overflow:hidden;padding:0;cursor:pointer;box-sizing:content-box"><span class="heateor_sss_square_count 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