Chi è che rompe a quest’ora. Sono solo le nove. “Pronto’”
“Signor Travel?”
“Sono io.” Un brivido nella schiena che mi fa accapponare la pelle, parte dal coccige e sale su, fino alla nuca. Uno schiocco del collo mi provoca un dolore lacerante, ma rispondo come se nulla fosse.
Chiamo dalla questura, il commissario Corinzi vuole parlarle urgentemente. Se non può venire mandiamo una pattuglia a prenderla.
“No… No … Vengo subito… Subito.” Non riesco a fermarmi.
Di nuovo quel brivido, eccolo, compagno d’ansia e comportamenti sociali disdicevoli. Così disse il mio psicologo. Ma io voglio guarire, a 46 anni è impossibile che io continui a vivere così. Ahuuuuuuu. L’ululato mi mancava.
Ormai sono sveglio, entro in doccia e mi faccio il caffè cercando di tenere a freno il braccio che sbatte costantemente sul fianco. Mi chiedo perché il commissario voglia vedermi. Proprio oggi che non lavoro e avevo progettato di rilassarmi in piscina.
Accendo la radio nel frattempo che aspetto il caffè e sento di nuovo quella notizia che mi riporta, come sempre indietro con la memoria.
“…L’auto, che si sospetta usata per il rapimento è stata trovata in periferia completamente bruciata…” Spengo, non ho voglia di angosciarmi ancora una volta.
Per fortuna mi sono calmato e i tic non sono così forti, sento solo l’occhio che si strizza provocandomi le lacrime.
La musica dentro la mia mente comincia a farsi sentire. Meraviglioso perfino il tuo dolore potrà guarire poi… Meraviglioso… Ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto…Ti hanno inventato il mare.
Darei un bacio alla dottoressa, per avermi dato una chance di serenità, consigliandomi questa canzone.
Corro verso la fermata dell’autobus, ho indossato jeans e maglietta non voglio dare l’impressione di uno snob. Chissà perché vuole parlare con me.
Varco la porta e chiedo dove devo andare. Perché mi guardano in questo modo?
“Guardi, lì oltre quella porta. Si sieda, vedrà che la chiameranno.” Mi dice il piantone che vede la mia aria smarrita.
Non capisco perché sono qui. Quest’ansia mi uccide. Ecco: la spalla se ne va per i fatti suoi. Mi devo calmare altrimenti penseranno che sia pazzo.
“Wof wof” Azz… Anche i tic vocali ora, anche se escono sottovoce sono imbarazzanti. Calma Leonardo, calma.”
Accidenti, non riesco a stare fermo.
Un brivido nella schiena: ecco stanno arrivando.
Un urlo improvviso che soffoco inutilmente. Le persone in sala d’attesa si voltano e mi guardano con riprovazione. Mi alzo e giro per la sala toccando ritmicamente la macchinetta del caffè e il tavolino di formica sbeccato.
Mi osservano, mi sento nervoso quasi pronto a esplodere. Spero con tutto il cuore che il commissario mi chiami al più presto. Sento le gocce di sudore che scendono bagnandomi la fronte, e non è per il caldo.
Comincio a stare male sul serio. Cerco di trattenermi, di apparire normale. Ma normale come? Cos’è la normalità? Ormai sono arrivato alla conclusione che hanno scoperto tutto.
Farò una brutta figura. Non è colpa mia, di questo sono convinto, ma da come stanno andando le cose questa convinzione comincia a vacillare. Potrei essere io il responsabile del mio rapimento, e forse anche di questo.
Appena saputo del rapimento del bambino è stato come un pugno in faccia. Ha la stessa età di quando sono stato portato via io. Spero con tutto il cuore che la faccenda non si svolga in quel modo. Lui, quel bambino non avrebbe dovuto fare qualsiasi cosa per tornare a essere libero. Forse sarebbe stata meglio la morte.
La porta dell’ufficio si apre piano e vedo una faccia rotonda e rubizza che chiama il mio nome. Finalmente.
Mi siedo di fronte a un tavolo in una camera con uno specchio enorme che copre quasi tutta la parete. Un occhio rosso invadente all’angolo tra soffitto e parete, sembra seguire ogni mio impercettibile movimento. Mi sento osservato, ancora! Non c’è nessuno, ma la sensazione di essere al centro dell’attenzione di qualcuno o di molti mi fa andare in tilt.
Le mani si muovono senza che io gli abbia detto di farlo. Me le asciugo nei jeans stirati di tutto punto, rovinando la piega. I ricordi tornano, prepotenti, anche se non voglio. Nonostante cerco di scacciarli loro rimangono lì, come zecche, attaccate alla parte più buia dell’anima.
La mia voce di bambino che piange, supplicante si fa strada tra le mie paure. Sento che chiede di essere lasciato libero dice che farà qualsiasi cosa pur di tornare a casa. Ma le sue urla sono vane.
Il buio non si trasforma in luce come nei cartoni animati. Resta buio e nessuno gli parla. Mi passo la mano sull’avambraccio, la pelle d’oca arriva sempre quando penso al rumore di un cucchiaio sul piatto, l’unico rumore che mi teneva compagnia in quei lunghissimi interminabili mesi di prigionia. Qualsiasi cosa. Penso. Qualsiasi cosa.
Il tempo pare dilatarsi Guardo l’orologio sembra che sia passato tantissimo tempo eppure sono passati solo cinque minuti. Mi passo la mano sinistra sulla fronte e subito dopo la destra, nello stesso identico modo.
La porta si apre, mi alzo come una molla.
“Buongiorno. Mi scusi per averla fatta attendere.”
Il commissario entra come se nulla fosse, ha in mano alcuni fogli protocollo e non mi guarda.
Arriccio il naso e contemporaneamente piego in dentro le dita dei piedi, il dolore mi fa strabuzzare gli occhi. Il commissario mi guarda strano.
“Si accomodi. Tranquillo, lei è qua solo perché è una persona informata sui fatti.” Mi avvicina il bicchiere d’acqua.
“Lei fa il pittore, o almeno qua c’è scritto così.”
“Sì, signor commissario. Faccio anche piccole sculture. Mi chiamano anche da fuori città”
Le mie dita tamburellano il tavolo attirando l’attenzione del commissario. Cerco di smettere, ma l’ansia è troppa.
“Buono a sapersi, potrebbe servirmi.” Lui mi sorride, forse spera di mettermi a mio agio. Non sa che non è possibile e non lo sarà mai.
“Volevo sapere, se a lei non dispiace, come mai il 12 giugno, lei ha percorso una decina di volte avanti e indietro il viale Giardini.”
Lo guardo fisso con aria sorpresa, ma non è sorpresa. È un ennesimo tic. Io lo so benissimo il perché di quel andirivieni, ma come faccio a dirlo al commissario? L’espressione stampata nella mia faccia e il continuo fare l’occhiolino, non rende facile essere creduto.
“Come… Come… Fa a saperlo. Mi scusi… Scusi… I tic non mi danno tregua… Tregua.”
“Le telecamere signor mio, le telecamere.” L’espressione del commissario è contrariata. Forse si domanda se i tic possono essere contagiosi.
“Stavo lavorando nella villetta dei signori Rocchi, come finivo il materiale andavo a comprarlo.” Mento spudoratamente, sapendo che il commissario non ci avrebbe mai creduto. La Tourette trascina con se anche i movimenti compulsivi.
Io quel giorno assecondavo le mie fissazioni, andavo avanti e indietro su quella strada, e mettevo solo la seconda, anche a costo di far urlare il motore.
“Per dieci volte? E dove avrebbe comprato il materiale?”
“Nel colorificio in piazza Michelangelo. Proprio alla fine del viale.”
“Sa che quel giorno è stato rapito un bambino?”
“Uhhhhhhh…” Un forte ululato esce dalla mia bocca contorta, cerco di fermarlo ma lui si imbestialisce ed esce lo stesso, anche più forte se possibile. “Sì, ho letto i giornali, ma io che c’entro?”
“Lei andava avanti e indietro per la strada quella mattina, può aver visto qualcosa.” Ridacchio, ma non è spontaneo. Un altro tic che in questo momento è la mia condanna. Il commissario mi sembra sempre più esasperato. Mi metto nei suoi panni, dialogare con me quando sono in ansia, non è mai facile.
Faccio fatica a restare presente. Rivivo i giorni del mio ritrovamento. La confusione dentro il commissariato che mi fa girare la testa. Il ricovero in ospedale per scoprire se avessi avuto violenze o ero stato drogato. Mi piaceva quell’attenzione, le infermiere mi coccolavano e mi portavano di tutto, mi sentivo amato.
Non volevo più tornare a casa mia. L’atmosfera lì, in quella casa era tetra e pregna d’odio. Mai un sorriso una risata. Mia madre era sempre imbronciata e arrabbiata con la vita, tanto da dimenticarsi come si faceva a amarmi o a regalarmi una carezza o un abbraccio.
Sono ancora convinto che l’atteggiamento di mia madre fosse colpa mia, di quei tic che erano comparsi da un giorno all’altro senza sapere perché. Forse ERA colpa mia, se nessuno mi voleva bene. Ma in ospedale, tutti mi amavano, facevano a gara per starmi vicino, e il dubbio rimane ancora oggi.
Mi accorgo che da qualche minuto non parlo e i tic sono spariti, incredibile. Il commissario mi osserva poi si alza di scatto facendo cadere la sedia.
“Adesso basta!” mi dice sbattendo il pugno sulla scrivania. Indietreggio sgomento, stringendo le palpebre alternativamente, e contorcendomi le mani.
“Mi racconti del suo rapimento.” Mi dice con rabbia tornando a sedere come nulla fosse. Era evidente che voleva disorientarmi, lo avrebbe capito anche un bambino.
Intanto mi riprendo dallo sgomento e comincio a parlare a filo continuo, la logorrea è un altro dei miei mali, e racconto quello che per me, ormai fa parte della mia vita come un gene o una cellula.
Fa male parlarne, ma sono costretto e il mio corpo urla NO in tutti i modi. Inevitabilmente comincio a scalciare contro la gamba del tavolo con il piede sinistro. Il commissario alza gli occhi al cielo.
“Avevo quasi dieci anni, stavo andando a scuola. Qualcuno mi ha messo la mano in bocca. Non vidi dove mi portava perché mi aveva messo un cappuccio in testa.
Rimasi chiuso in una cantina per molto tempo. Un giorno trovai la porta aperta e uscii. Poi mi hanno detto che erano passati undici mesi prima di ritrovarmi. Non hanno mai scoperto chi fosse il rapitore. Non so altro.”
“Qui leggo che il caso fu archiviato. Ma secondo lei non è strano che la porta sia rimasta aperta per permetterle di fuggire?”
“Ero un bambino, non mi sono fatto quella domanda.” La bocca si contorce nel vano tentativo di reprimere un ululato.
La mia mente, intanto si è ripresa la libertà dovuta e riprende a vagare nei ricordi di quei giorni. Ho sempre gridato dietro quella porta chiusa, giorno dopo giorno finché ho urlato con tutto me stesso che avrei fatto qualsiasi cosa per uscire. Non avrei mai immaginato che quel qualsiasi cosa sarebbe stata una punizione e che mi avrebbe segnato tutta la vita.
“Quei tic che la torturano, sono stati causati dal trauma del rapimento?” Il commissario proprio in quel momento ruppe il silenzio e ricomincio con i tic.
“No, la mia è la Sindrome di Tourette, ne soffrivo già prima del rapimento.
“Ah, ecco!” Il commissario sembra soddisfatto dalla mia risposta e si zittisce per un po’. Continua a guardare i fogli bianchi che ha in mano, fa finta che io non ci sia, ma mi pongo una domanda: è normale uno che guardi dei fogli protocollo bianchi fingendo di leggerli? Mi sento invisibile, proprio come quando ero un bambino.
“Posso andare?” Chiedo, infine.
“Può andare a prendere un caffè se vuole, ma resti in sala d’attesa per il momento.” Mi alzo sollevando le braccia al cielo, non è un tic, ma un gesto di sollievo. Spero che il commissario creda sia un tic.
Apro la porta e un poliziotto mi accompagna in sala d’attesa. Ho capito, non posso andare a prendere il caffè al bar. Mi siedo sconfortato nella panca dei tempi di Mussolini e mi indigno per il legno scheggiato e inciso da chissà chi.
Sono accanto alla porta, non si sa mai, può esserci bisogno di un’evacuazione forzata e io sono più vicino alla salvezza degli altri.
Mi guardo intorno e scopro che sono solo, la folla di poco prima è sparita. Probabilmente si sono stufati di aspettare.
“Mi scusi…” Il commissario con una tazza di caffè in mano mi avvicina sorridente e me la offre.
“Può raccontarmi come passava il tempo durante il suo rapimento?”
Lo guardo sorpreso.
“Perché lo vuole sapere?”
“Curiosità, allora me lo dice?”
“Era quasi sempre buio. C’era una finestrella molto in alto che faceva passare della luce qualche volta, ma non sempre.
Pioveva e non faceva mai caldo. Il rapitore mi aveva lasciato un tamagochi e io giocavo sempre con quello. Quando si scaricavano le batterie, le trovavo nel piatto insieme al panino al salame e un cucchiaio. Non mangiavo altro. Solo panini al salame.”
“Che vita noiosa… Il cucchiaio, perché il cucchiaio per il panino al salame? Ma non l’ha mai visto in faccia?”
Lo guardo con tristezza. Il ricordo di un uomo con un passamontagna si affaccia alla mia mente.
“No. Non l’ho mai visto, e anch’io mi sono sempre chiesto a che serviva il cucchiaio. La bocca mi si contorce in maniera assurda sembra voglia andare al posto del naso.
È evidente che il commissario non ha mai visto nulla del genere. Mi sembra impressionato dalla quantità di muscoli che riesco a muovere contemporaneamente.
“Venga con me.”
“Dove mi porta?”
“Sa cos’è il D.N.A.?
“S……s…ì “ Comincio a preoccuparmi, ho terrore di tutti quegli strumenti invasivi che hanno i medici.
“Che c’è? Il commissario si ferma insospettito dalla mia reazione. Si era accorto che non era un tic ma non sapeva cos’era.
Scendo le scale seguendo il commissario, che ogni tanto si volta a guardarmi. Forse ha paura che scappi, o forse lo desidera perché così avrebbe ragione, o nel migliore dei casi per lui, avrebbe trovato il colpevole e chiuso il caso.
Entriamo in quello che sembra un obitorio. È freddo e pieno di luci al neon. In quel silenzio irreale la mia ugola non trova altro divertimento che esprimere il suo dissenso lanciando un urlo da far accapponate la pelle a un orco.
Trambusto e un levar di piedi mi arriva dagli uffici che si affacciano nel salone. Una decina di teste di tutti i colori si sporgono allarmate. Mi imbarazzo, divento rosso e comincio a tormentarmi le mani.
Il commissario rassicura tutti, anche se non dice il motivo dell’urlo. Poteva inventarsi qualche topo nel corridoio, ma avrebbero fatto evacuare l’edificio con mia somma goduria e con suo grosso disappunto.
Entriamo in una piccola stanza e il commissario suona un campanello che stuzzica le mie corde vocali.
“Dlin dlon dlin dlon…” continuo a dire e non riesco a fermarmi. Mi guarda esasperato, nemmeno io riesco più a sopportarmi. Spero che mi mandi via solo perché non mi sopporta più, ma è una speranza vana.
Da una porta a vetri esce un uomo calvo e corrucciato con il camice bianco. Gli occhi neri sormontati da un monociglio lo fa assomigliare a un personaggio di un cartone animato.
Mi pare si chiami Yosemite Sam. Il commissario gli chiede di fare un tampone per il DNA. Yosemite gli risponde che non sarà possibile fino a nuovo ordine. I test erano stati riservati solo in caso di omicidio, per via dei tagli al budget.
Vedo quasi il fumo sopra il capo del commissario, stava andando in ebollizione. Sorrido dentro di me e mi sento libero dai tic. Tornando su per le scale intono il brano musicale che mi rilassa: meraviglioso…
Il commissario si ferma a metà scala, mi guarda e sorride sornione. Ha capito che sto mentendo. Sa che io so qualcosa. La mia sensibilità acquisita con la sindrome mi fa quasi leggere nelle menti delle persone con cui parlo, la gestualità con cui interagiscono con me, apre la loro mente, permettendomi di capire cosa pensano.
Questo mi è molto utile nel mio lavoro perché riesco ad accontentare i clienti. Ma ora capisco che c’è un altro con il mio stesso dono. Il commissario.
“Signor Travel, la villa dei signori Rocchi è proprio di fronte alla casa del bambino rapito. Sicuro di non aver visto nulla?”
Mi ha preso in contropiede, mi stavo rilassando e pregustando il momento in cui avrei lasciato quel posto così caotico, invece lui ricomincia con le domande.
“Sicuro, lavoravo dentro il salone che dà sul cortile retrostante. Non ho visto nulla.”
“Del bambino si sono perse le tracce nel momento in cui lei lasciava la villa dei Rocchi una delle tante volte. Non ha visto qualche auto che passava da quelle parti?”
Mamma mia, stanno tornando i tic, il brivido comincia a salire nella spina dors… UAHHHHHH.
“Scusi tanto, mi dispiace, scusi tanto mi dispiace…”
“Sì… Sì… Mi dica, i tic arrivano quando lei è in ansia?” rispondo sì impulsivamente decretando la mia condanna a morte, se così si può dire.”
“Meglio di una macchina della verità.” Il commissario mi guarda ghignante mentre abbasso gli occhi come se mi avesse sorpreso con le mani nel vasetto della marmellata.
“Andiamo nel mio ufficio.” Mi dice improvvisamente. Io posso solo seguirlo e lasciare uscire i miei tic liberamente. Arriviamo nella ormai, ipervisitata sala d’attesa mentre un poliziotto si avvicina all’orecchio del commissario e gli sussurra qualcosa.
“Si sieda, attenda che la richiami.” Mi indica una panca, la solita che mi fa indignare, e con lo sguardo mi inchioda alla seduta.
Il piede comincia a fare il ballerino mentre la sala d’attesa si riempie sempre di più. Ormai la folla è così cresciuta che non ci sono più posti a sedere.
Guardo uno specchio al di là del banco delle informazioni e mi sembra di vedere un bambino con i cappelli biondi che sale su un furgone. Cerco di gridare, voglio avvisarlo di non salire su quell’auto.
Altrimenti avrebbe dovuto fare qualsiasi cosa per tornare a casa, qualsiasi cosa. Un urlo esce fuori dalla mia bocca mentre salto tre volte. I tic non mi danno tregua, non lo faranno mai.
“Signor Travel?” Il piantone mi chiama.
“Sì?”
“Può andare, ma resti a disposizione dei nostri agenti.”
Finalmente posso andare. Non riesco a capire perché mi chiamino ogni volta che qualcuno viene rapito. Chiamo la terapista per chiedergli se può ricevermi e con mia grande soddisfazione accetta. Scendo le scale del commissariato e mi ritrovo nella piazza del tribunale.
Il commissario non voleva lasciarmi andare. Ci scommetto che sospetta qualcosa. Ma non do spago ai pensieri negativi e prendo la metro per arrivare allo studio della terapista. Mi siedo di fronte ad una ragazzina che digita freneticamente al cellulare beata gioventù. Accidenti, arriva il brivido… No!
“Woff woff” Le mie mani toccano alternativamente le mie orecchie e mentre grido, storco la bocca e arrossisco, mi guardano tutti con gli occhi di fuori. E sento mormorare la parola: “drogato”. Mi viene da piangere. Mi alzo di scatto, lancio un urlo e dico.”
Cazzo, sono malato abbiate un po’ di ritegno non guardatemi.” Qualche risata dietro le mie spalle e sguardi di compassione da una vecchia signora seduta di fianco a me. La ragazzina non ha sollevato lo sguardo neppure per un secondo. Non sono importante per lei.
La metro si è fermata e scendo, anche se non è la mia destinazione. Il sospiro dei passeggeri si confonde con il fischio del compressore che chiude le porte. Mi asciugo le lacrime di rabbia.
La Tourette non mi da scampo. Certe volte vorrei morire, e lo penso mentre il polpastrello del dito indice si consuma strisciando nel muro. Finalmente sono arrivato allo studio della dottoressa. Salgo le scale e lei mi riceve sorridente come sempre.
È una bella ragazza, ho scoperto da poco che vive insieme ad un’altra donna. Mi ha confidato che si amavano e alla fine nonostante le loro famiglie erano contrarie hanno coronato il loro sogno. Vivono ormai insieme da vent’anni e sono felici.
“Leonardo, allora, cosa mi racconta?” Ne avrei da dire a cominciare dalla convocazione del commissario.
“Non va bene dottoressa, i tic che tra l’altro mi vengono spesso, quando sono sotto pressione, disturbano la mia vita sociale, anche se è quasi inesistente.
Il problema sono le ossessioni: non esco di casa se non torno indietro almeno 10 volte per vedere se ho spento le luci, e so che le ho spente, ma lo stimolo è irrefrenabile, lo devo assecondare altrimenti arriva il brivido nella schiena e poi i tic.”
“Sa che lei deve imparare a essere rilassato anche nei momenti più stressanti, vero? Gli esercizi che le ho dato li sta facendo?”
Wof wof. Sì…Sì. Dico mentre tocco ritmicamente il tavolino e il fermacarte di fronte a me.
Le devo confessare una cosa. Dico con aria greve.
“Mi dica, sono qua per ascoltarla.” La sua voce è dolce, mi rilassa.
“Oggi sono stato convocato al commissariato per il rapimento di quel bambino.” Vedo che non si stupisce e resta tranquilla seduta e attenta a quel che dico.
“Leonardo, il commissario ha chiamato anche me, per sapere se lei è una persona psicolabile, visto il suo comportamento.” Sorride mentre me lo dice.
“Naturalmente gli ho risposto che lei è una persona equilibrata e degna di fiducia, che la Tourette non invalida assolutamente il suo intelletto, che, anzi, ha una marcia in più in confronto a noi persone, cosiddette normali. Che è un validissimo artista pieno di fantasia.”
Il suo sguardo vaga alla ricerca del mio dipinto a parete. Da quella parte si apre la porta per i Caraibi, l’azzurro del cielo e il mare con le tartarughe che hanno una zampa dentro l’ambiente, e la palma che accarezza il portalampada; le onde che si infrangono a metà studio, tra il tappeto e la poltrona.
Se ci fosse stata la musica del mare sembrava di stare proprio in mezzo alla spiaggia incontaminata di Waikiki.
“Allora, perché mi tortura.” Dico esasperato.
“Vuole sapere cosa gli è capitato quando è stato rapito. Proprio non vuole dirglielo?”
Sicuramente lo sospetta, non è colpa mia ma ho paura del giudizio di chi non ha vissuto la mia stessa situazione.
“Dovrebbe parlare, Leonardo, forse servirebbe a trovare il bambino rapito.”
I brividi alla schiena ricominciano e la mia bocca si contorce. Ha ragione il commissario, la Tourette è meglio della macchina della verità. Dopo un’altra ora di chiacchiere e esercizi di rilassamento saluto e la ringrazio per i consigli.
Mi avvio alla fermata della metro per tornare a casa. Ho la mente dentro il dipinto dello studio. Qualcosa mi dice che sarebbe bello andare a stare in spiaggia senza stress, senza nessuno che ti giudica. Un sorriso illumina la mia faccia sempre adombrata.
Dura poco, qualcuno viene a sbattere violentemente sopra di me. Una ragazza, o meglio una donna a cui è caduta la borsa. Cercando di recuperarla mi è venuta addosso.
“Mi scusi, mi spiace.”
“Non è nulla.” Rispondo guardandole gli occhi del colore del mare di Waikiki. “Ecco, la borsa.” Mi ero inchinato a raccoglierla istintivamente. Restiamo così, a guardarci senza sapere perché. Poi lei mi dice: “Mi scusi, stavo andando a prendere un caffè, vuol farmi compagnia?” La sera più bella della mia vita.
Sono passati tre anni, disteso sulla spiaggia di Waikiki cerco di ricordarmi gli eventi che mi hanno portato qui. Ci rinuncio, guardare la mia compagna che nuota felicemente a qualche decina di metri da me è più coinvolgente. La mia mano tocca una testolina riccioluta che si sta svegliando proprio in quel momento.
“Papi” Dice con la bocca ancora impastata dal sonno.
“Voio acca” Lo guardo sorridendo e gli do il biberon pieno a metà d’acqua, ma la mia mano si scuote provocando una risata sincera nel mio bambino, i tic per lui sono dei giochi. Lo mette in bocca e torna a dormire. La mia mano lo sfiora delicatamente.
“Leonardo?” Monia mi chiama, è uscita dall’acqua e mi guarda con quegli occhi blu che mi hanno fatto innamorare. Strizzo gli occhi, dei tic mi è rimasto questo e qualche altro movimento involontario che riesco a gestire benissimo, anche se sono ancora compulsivo.
Gli esercizi insegnati dalla dottoressa hanno fatto miracoli, ma il colpo di grazia glielo ha dato l’arresto del mio rapitore. Era la stessa persona che aveva rapito il bambino tre anni prima. Lo hanno catturato grazie alla lettera che ho fatto recapitare al commissario prima di eclissarmi ai caraibi.
“Caro commissario, la mia terapista mi ha consigliato di confessare tutto quello che mi è successo, potrebbe aiutare a trovare il bambino prima che sia obbligato a fare cose che lo segneranno per tutta la vita. Il mio rapitore mi ha tenuto nove mesi chiuso in cantina.
Mi diceva che mi avrebbe lasciato libero solo quando io avrei fatto una determinata cosa solo perché la volevo fare, senza obblighi. Io non lo volevo fare, ma alla fine sono stato costretto dalla mia voglia di libertà.
Ho dovuto giocare al dottore di mia spontanea volontà con il rapitore. Può immaginare cosa significhi, non scendo in particolari. Il rapitore vestiva come un postino ed aveva a quel tempo circa trentanni. Le auguro di trovare il bambino. Io ho trovato l’amore e la serenità. Buona vita.”
Poco tempo dopo il commissario mi spedì una mail per dirmi che avevano ritrovato il bambino, ma lui non aveva subito ancora abusi sessuali. Era stato fortunato grazie a me.
Ero stato fortunato anche io, mentre pensavo a Waikiki, sono andato a sbattere contro un’agente di viaggi che mi ha amato a prima vista. Ora posso raccontare come la mia vita con la sindrome di Tourette non è più una tragedia.
Se non fosse stato per lei, non avrei mai conosciuto la mia dolce compagna. Non sarei diventato un famoso pittore d’interni e non sarei qui a far ridere mio figlio con quel verso del cane che odiavo a morte.
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