“Che serata lugubre.” Pensò Marco. Non sentiva neppure i pensieri, talmente lo scrosciare della pioggia era forte. I tuoni erano lontani, il temporale si stava allontanando, ma lasciava dietro di se gli scrosci violenti della coda temporalesca.
Tirandosi su il colletto della giacca attraversò la piazza, lasciando il porticato della chiesa. Anche se il tragitto fu breve, arrivò sotto il portone fradicio completamente.
Si voltò di scatto a una luce improvvisa senza suono. Pochi secondi dopo il boato. La Torre dell’Elefante si illuminò di rosso. La spina dorsale di Marco ebbe un brivido.
“Non essere sciocco Marco, sono tutte leggende.”
Il ricordo di quel racconto di quando era solo un’adolescente lo trafisse, non se lo aspettava. Erano passati diversi anni da quel dì.
Il capo scout aveva raccontato la vicenda di un viandante che si era perso in Castello durante un temporale. Stava cercando la locanda dove il padrone del mulo che stava per acquistare gli aveva dato appuntamento. Gli avrebbe portato il mulo proprio lì. Ma il viandante non c’era mai arrivato. L’avevano trovato impiccato nella torre di avvistamento di Castello. La torre cingeva le mura del centro storico di Cagliari e quella dell’Elefante era a due passi da lui.
Il buio era fitto, mancava l’elettricità anche in strada. E pensandoci non riusciva a ricordarsi dove doveva andare.
Una stilla di panico gli ghiacciò la nuca. Che ci faceva lì da dove era venuto, dove stava andando. Ormai i ricordi di quel campeggio avevano preso possesso della sua razionalità. Era fermo, nella piazza pavimentata da ciottoli antichi, bagnato fino all’osso. Si impose di camminare, voleva arrivare fin giù della scalinata. Ma ad un tratto un suono sovrastò la pioggia. Un raglio potente che poteva sentirsi anche al di la delle mura di Castello.
“Un asino? Qua. A Cagliari?” Quel suono lo destò dal torpore. Prese a correre allontanandosi dalla torre. C’era una luce fiocca davanti a lui. Forse un posto dove ripararsi. Quattro falcate e fu li davanti. Una lanterna accesa sopra una porta di legno consunto. Posò la mano sulla maniglia e aprì la porta. Dentro gli avventori si girarono per vedere chi fosse lo sciagurato che era in giro con quel tempo da lupi. Marco salutò, ma non ebbe risposta. Si avvicinò al banco. Ma l’ambiente non conciliava con l’idea che aveva lui. Avrebbe dovuto essere un locale pulito, moderno, almeno vintage. Ma quel locale era rozzo e sporco. Niente macchina del caffè, niente musica. Sì, forse non c’era perchè mancava la corrente. Ma i tavoli della sala erano vecchi,k vecchissimi, qualche sedia aveva tre gambe e altre erano rovesciate. Gli avventori erano vestiti di stracci e si sentiva un odore infernale. Era tentato di riuscire e prendersi la pioggia, magari poteva scegliere tra il colera o un raffreddore.
Un uomo lo chiamò dal fondo del locale.
“Hei..”
“Hei… Buonasera. Sono entrato per ripararmi dalla pioggia.
“Ma tu non sei il pastore che doveva comprami il mulo?” Una bocca sgangherata e maleodorante gli si era avvicinata.
Marco indietreggiò per l’orrenda puzza ma anche epr timore.
“No, io… Solo per la pioggia… Intendo.. Sono entrato per ripararmi.” Era evidente che quell’uomo era ubriaco e non voleva contraddirlo.
“Ma che discorsi mi vai a fare. Fuori le monete d’oro. Il mulo è dietro di te.” Girandosi verso l’indicazione Marco vide un mulo mangiare un po’ di paglia buttata nel pavimento.
Fece in tempo a dire, ma io non ho monete, tanto meno d’oro. Che l’uomo lo prese per il bavero della giacca.
“Mi hai fatto venire qua con questo tempo, mi hai fatto portare qua il mulo che non voleva venire, per nulla?”
“Ma non sono io che devo comprare il mulo.”
“E chi sarebbe allora?”
Non lo so.” Marco ormai stava urlando per il panico. Due brutti ceffi lo presero per le braccia e gli buttarono addosso una corda. Marco spalancò gli occhi.
“Oddio, no… Non può essere.” Lo trascinarono sotto la torre dell’Elefante, ormai aveva smesso di piovere, ma via La Marmora era ancora al buio La puzza tremenda di urina e aceto pervadeva l’aria. Strattonato e trascinato ebbe appena al forza di chiedere che anno era.
La risata sguaiata degli uomini erano pugnalate al cuore.
“Oltre che truffatore sei anche uno stupido? Siamo nel 1857.
Erano già arrivati all’arco della torre, lo trascinarono dentro e buttarono un capo della corda oltre la capriata. All’altro capo un nodo scorsoio che gli fini intorno al collo. Dieci minuti dopo Marco stava penzolando dalla trave. Morì chiedendosi se era tornato indietro nel tempo, oppure aveva sognato il futuro.
