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	<title>villacidro biz Archivi - Rita Pinna</title>
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	<title>villacidro biz Archivi - Rita Pinna</title>
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		<title>Facebook non funziona</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Aug 2025 15:38:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non funziona, e ora? Ecco la domanda di migliaia di utenti, almeno in quel di Villacidro. Che si fa ora? Io dal mio canto, non ho nessun momento di &#8220;panico&#8221; come altri che hanno basato la vita su facebook, anzi, ho la possibilità di scrivere questo articolo e di uscire</p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2025/08/14/facebook-non-funziona/">Facebook non funziona</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">Rita Pinna</a>.</p>
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<p>Non funziona, e ora? Ecco la domanda di migliaia di utenti, almeno in quel di Villacidro. Che si fa ora? Io dal mio canto, non ho nessun momento di &#8220;panico&#8221; come altri che hanno basato la vita su facebook, anzi, ho la possibilità di scrivere questo articolo e di uscire a fare delle foto al bellissimo paesaggio che mi circonda! Consiglio anche a voi di uscire e fare il SOCIAL PAESE  cioè, prendere un caffè reale con amici reali e scambiare quattro chiacchiere anche con degli sconsociuti, potrete sempre aggiungerli ai contatti in un altro momento. Ora vi saluto, vado a vivere la mia vita reale </p>
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		<title>Genetica, malattie e caratteri dei sardi</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Aug 2025 15:35:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti gli organismi viventi presenti nel nostro pianeta contengono al loro interno un progetto lineare formato da differenti combinazioni di 4 composti chimici chiamati nucleotidi che nella loro concatenazione formano il DNA. Tale molecola, formata da una doppia elica di catene nucleotidiche appaiate secondo specifiche regole di complementarietà, consente il</p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2025/08/14/genetica-malattie-e-caratteri-dei-sardi/">Genetica, malattie e caratteri dei sardi</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">Rita Pinna</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti gli organismi viventi presenti nel nostro pianeta contengono al loro interno un progetto lineare formato da differenti combinazioni di 4 composti chimici chiamati nucleotidi che nella loro concatenazione formano il DNA. Tale molecola, formata da una doppia elica di catene nucleotidiche appaiate secondo specifiche regole di complementarietà, consente il processo di divisione delle cellule e di riproduzione degli organismi, inoltre contiene le istruzioni per la sintesi delle componenti essenziali delle cellule. Queste sono formate da differenti combinazioni di 20 aminoacidi che a loro volta rappresentano le unità costitutive di molcole più complesse: le proteine. </p>
<p> All&#8217;interno delle cellule è contenuto un complesso ed elegante algoritmo, che prende il nome di codice genetico, al quale è affidato il governo del sistema operativo intracellulare responsabile della traduzione dell&#8217;informazione genetica dal linguaggio chimico del DNA al linguaggio, sempre chimico, degli aminoacidi/proteine che rappresentano le componenti operative e strutturali delle cellule. </p>
<p> Mentre il codice genetico, con piccole variazioni, è conservato in tutti gli esseri viventi, suggerendo la loro origine da un progenitore comune, la sequenza dei singoli blocchi costitutivi (o nucleotidi) tende a essere diversa negli delle organismi differenti specie. Queste variazioni sono legate al fatto che il DNA non è un&#8217;entità immutabile ma tende, seppure con frequenza molto bassa, ad accumulare cambiamenti: le mutazioni. Queste avvengono essenzialmente in seguito ad errori nella copiatura delle basi azotate (costituenti distintivi dei nucleotidi) durante la replicazione delle molecole di DNA, evento chiave nella divisione delle cellule. </p>
<p> Sono proprio tali mutazioni ad aver generato l&#8217;enorme variabilità con cui la vita si manifesta sulla Terra. Il DNA dei viventi rappresenta quindi un registro in cui sono catalogate una serie di informazioni sull&#8217;evoluzione della vita sul nostro pianeta. Le differenze e le affinità fra gli esseri viventi possono essere viste in termini di percentuali di condivisione nella sequenza del DNA, percentuali che a loro volta sono indicative dei tempi di separazione fra specie e, all&#8217;interno delle specie, tra popolazioni di individui. </p>
<p> Calcolando il tempo medio con cui si manifestano le mutazioni del DNA, e avendo a disposizione la sequenza completa del DNA di una serie di organismi, è stato per esempio possibile stabilire che il progenitore comune di tutti gli esseri viventi (animali, piante, funghi, protozoi e microbi) era un organismo unicellularevissuto durante la prima infanzia del nostro pianeta: circa 3.8 miliardi di anni fa. E&#8217; stato possibile chiarire che il nostro DNA è identico per oltre il 96.5% a quello degli scimpanzé, con i quali abbiamo un progenitore comune vissuto circa 5 milioni di anni fa. I dati a nostra disposizione indicano con chiarezza che siamo una specie omogenea e che quindi mostra poche differenze tra individui diversi: basti pensare che fra due persone prese a caso nel mondo tali differenze sono dell&#8217;ordine dello 0.1% rispetto al totale dei circa 7 miliardi di basi del nostro DNA. </p>
<p> Le differenze esistenti sono comunque sufficienti per calcolare i tempi di separazione tra differenti individui, che nel loro insieme formano differenti popolazioni. Più recenti saranno i tempi di separazione più simili saranno individui e popolazioni. In generale, la variabilità genetica viene misurata attraverso l&#8217;analisi di marcatori genetici, che tendono a variare da un individuo all&#8217;altro, mentre la loro frequenza e la loro distribuzione possono essere diverse in differenti popolazioni. Il potere di &#8220;risolvere&#8221; la diversità fra le varie popolazioni e di evidenziare differenze significative in sub-gruppi di individui all&#8217;interno di una determinata popolazione (ovverosia la sub-struttura) dipende dal sistema genetico analizzato. In particolare, nelle nostre cellule il DNA è ripiegato all&#8217;interno del nucleo in strutture denominate cromosomi che includono 22 copie denominate autosomi e 2 cromosomi del sesso rappresentati da due cromosomi X nel sesso femminile e da un cromosoma X e un cromosoma Y nel sesso maschile. </p>
<p> Molecole di DNA sono presenti anche al di fuori del nucleo: negli organuli denominato mitocondri. Oltre alle proprietà del singolo marcatore genetico, sono fondamentali anche le modalità di trasmissione della porzione di DNA su cui esso è localizzato. Il DNA presente sul cromosoma Y viene trasmesso dai padri a individui di sesso maschile, mentre il DNA mitocondriale viene trasmesso dalle madri a individui sia di sesso maschile che femminile. Infine il DNA presente nei cromosomi autosomici viene trasmesso da entrambi i genitori ai figli indipendentemente dal sesso. Un uso combinato di questi marcatori rappresenta certamente l&#8217;approccio più informativo. </p>
<p> <strong>La popolazione sarda</strong><br /> La popolazione sarda ha da sempre suscitato un notevole interesse in genetica umana sia per la peculiare distribuzione delle diverse varianti genetiche, sia per le numerose malattie su base genetica particolarmente frequenti nell&#8217;isola. Oggi è possibile stilare un primo bilancio delle evidenze accumulate nel corso degli ultimi anni e tentare di ricostruire alcuni avvenimenti della storia evoluzionistica di questa popolazione. </p>
<p> Dall&#8217;analisi dei vari sistemi genetici fin qui analizzati si evince che la popolazione sarda, pur collocandosi nell&#8217;ambito della variabilità europea, manifesti tutta una serie di caratterisitiche di unicità. Alcune varianti genetiche particolarmente frequenti in Sardegna sono rare o assenti in altre popolazioni, mentre altre varianti comuni al di fuori della Sardegna sono rare nell&#8217;isola. Queste caratteristiche peculiari si spiegano solo attraverso un lungo isolamento plurimillenario rispetto alle altre popolazioni. </p>
<p> Esistono inoltre numerose informazioni sulla distribuzione della variabilità all&#8217;interno dell&#8217;isola. Il miglior approccio per testare per l&#8217;eventuale esistenza di una differenziazione fra subregioni, è l&#8217;analisi della Varianza Molecolare (AMOVA). Quest&#8217;analisi permette infatti, di definire la distribuzione della variabilità (espressa come percentuale di variabilità), all&#8217;interno della popolazione in esame, fra sub-popolazioni e fra individui. Attraverso questa analisi è possibile definire quantitativamente il grado di differenziazione tra popolazioni e testare statisticamente il livello di tali differenze. Nelle varie subpopolazioni sarde considerate, la maggior parte della variabilità è presente all&#8217;interno delle popolazioni, si tratta cioè di una variabilità inter-individuale. </p>
<p> Infatti, meno del 1% della variabilità è presente fra le sub-popolazioni considerate e tale variabilità non è significativa, quando valutata da un punto di vista statistico. In Sardegna esiste quindi una notevole variabilità genetica interindividuale ma non esiste una significativa eterogeneità genetica nella distribuzione di tale variabilità quando si confrontano le principali macro-regioni dell&#8217;isola. Il fatto che macro-regioni come la Barbagia non si differenzino significamente rispetto a regioni costiere come l&#8217;area di Cagliari o di Oristano, indica che l&#8217;apporto genetico delle varie popolazioni che hanno occupato la Sardegna, Fenici, Punici, Romani, Bizantini etc, è stato sostanzialmente marginale. </p>
<p> Questa osservazione si spiega tendendo conto dei rapporti demografici fra invasori e sardi nativi, rapporti che erano decisamente a favore dei secondi. Infatti in base ai reperti archeologici e in particolare in base ai 7.000 nuraghi presenti nell&#8217;isola si è calcolato che circa 3.000 anni fa la popolazione sarda fosse pari a circa 200.000-300.000 individui. <br /> Un altro aspetto interessante in questa sorta di viaggio nel tempo guidato dalla lettura del nostro DNA e rappresentato dal fatto che la notevole variabilità presente nella popolazione sarda generale suggerisce un numero relativamente alto di fondatori e/o una serie di eventi di fondazione in un arco di tempo sufficientemente lungo. </p>
<p> L&#8217;elevata variabilità interindividuale spiega inoltre anche una certa micro-differenziazione osservata comparando piccoli paesi dell&#8217;interno. Tale ridotta variabilità è legata al ridotto numero di persone che hanno fondato quei paesi che determinava una perdita casuale della variabilità presente in quei &#8220;micro-isolati&#8221;. <br /> L&#8217;analisi del cromosoma Y è particolarmente adatta agli studi di genetica di popolazioni. Infatti, mentre i cromosomi autosomici vanno incontro durante la formazione dei gameti a continui rimescolamenti con scambi di materiale genetico paterno e materno, il cromosoma Y viene trasmesso per la maggior parte della sua grandezza in blocco da maschio a maschio. Questa peculiare modalità di trasmissione semplifica la ricostruzione di una serie di processi del passato. </p>
<p> Nel loro insieme le evidenze sperimentali derivanti dallo studio del cromosoma Y nella popolazione sarda sembrano fornire una linea interpretativa orientata verso l&#8217;esistenza di due ondate di popolazioni fondatrici: una principale pre-Neolitica caratterizzata dalla presenza di mutazioni quali M26 e M173 particolarmente comuni in Sardegna, l&#8217;altra tardo neolitica marcata dalla presenza della mutazione M78. Poi dopo l&#8217;arrivo in Sardegna delle varie tribù di fondatori e nel corso dei millenni si sarebbero verificati scambi e flusso interno alla Sardegna che avrebbe contribuito al processo di omogeneizzazione intra-regionale nella distribuzione di tali varianti. <br /> La conoscenza dell&#8217;assetto genetico delle popolazioni non solo permette di capire la loro origine, ma è anche essenziale per la ricerca dei geni coinvolti nella suscettibilità nei confronti di determinati tipi di malattie ovvero in tutta una serie di importanti caratteristiche come la risposta ai farmaci o le interazioni con la dieta e con altri fattori presenti dell&#8217;ambiente che ci circonda. </p>
<p> Quali sono quindi le implicazioni dello studio del DNA dei sardi per la comprensione delle malattie comuni in questa popolazione? L&#8217;attenzione del nostro gruppo di ricerca si è concentrata in particolare sullo studio delle malattie autoimmuni comuni in Sardegna che includono il diabete di tipo 1, la sclerosi multipla e la malattia celica. <br /> Il diabete di tipo 1 è la malattia per la quale nel corso degli ultimi anni si sono accumulate più informazioni. Si tratta di una patologia causata dalla deficienza di insulina, dovuta alla distruzione delle sole cellule del corpo capaci di produrla effcientemente: le cellule beta del pancreas. I responsabili di questo processo sono un particolare tipo di cellule dell&#8217;apparato immunitario, denominate linfociti T. </p>
<p> Nei pazienti diabetici i linfociti T, venendo meno alla loro normale funzione di difesa dalle infezioni, non riconoscono più la proinsulina come costituente dell&#8217;organismo e la attaccano distruggendo le cellule beta del pancreas che la producono. La malattia che compare spesso, ma non esclusivamente, durante l&#8217;infanzia, mostra una differente incidenza in Europa: è alta in Scandinavia e bassa nell&#8217;area mediterranea, con una eccezione, la Sardegna che mostra inseme alla Finlandia la più alta incidenza al mondo. Si sa infatti che alla base del processo che causa questa forma di diabete esistono fattori genetici predisponenti. Lo studio delle basi genetiche di una determinata malattia è basato sulle differenze esistenti fra le persone. Nel nostro caso dobbiamo confrontare la sequenza e la frequenza dei geni in persone non diabetiche con quella di pazienti affetti da tale malattia. I geni più frequenti nei diabetici predispongono alla malattia, mentre i geni più frequenti nei non diabetici esercitano un ruolo protettivo. </p>
<p> Analizziamo anche come i geni predisponenti vengono trasmessi dai genitori ai figli malati. Lo studio del diabete di tipo 1 nella popolazione sarda ha contribuito alla comprensione delle cause scatenanti la malattia. Alcuni geni che regolano le risposte immuni e il processo di riconoscimento della proinsulina come costituente propria dell&#8217;organismo, sono stati identificati come fattori chiave nel determinare il rischio di contrarre la malattia. Alcune forme di questi geni determinano predisposizione, altre protezione. </p>
<p> Ma perché il diabete autoimmune è così frequente in Sardegna? Sappiamo che alcune delle principali varianti di predisposizone sono più frequenti nella popolazione sarda generale rispetto alle altre popolazioni. Queste varianti sono antiche ed erano già presenti in quegli individui che diverse migliaia di anni fa hanno popolato l&#8217;isola. Sappiamo quindi che le caratteristiche genetiche dei sardi a seguito di questi eventi inziali, denominati effetti fondatori, conferiscono un aumentato rischio di contrarre il diabete e altre malattie comuni nell&#8217;isola. </p>
<p> L&#8217;analisi genetica nell&#8217;uomo sta subendo una fortissima accelerazione dovuta alla conoscenza e decifrazione della sequenza lineare del nostro genoma. Questo offre ai genetisti la possibilità di studiare le malattie molto più accuratamente di quanto sia mai accaduto precedentemente. Grazie a tali progressi e alle nuove tecnologie, ad esempio sistemi di caratterizzazione molecolare ad alta efficienza e sistemi di calcolo veloci, non si è mai avuta un&#8217;opportunità tanto grande di capire la genetica delle malattie. Comunque, malattie come il diabete non sono solo una questione di geni. Nei paesi cosiddetti ricchi, il numero di pazienti con questa malattia è in rapida crescita e questo non può essere spiegato dai fattori genetici. Qualcosa nell&#8217;ambiente è cambiato e sta cambiando nei paesi occidentali anche se i cambiamenti ambientali avvenuti negli ultimi 50 anni sono stati così tanti da rendere problematica l&#8217;identificazione di quelli effettivamente coinvolti in tale aumento di incidenza. La ricerca dei fattori ambientali implicati nella predisposizione al diabete e&#8217; ulteriormente complicata dalla loro interazione con i geni, o meglio con le proteine codificate dai geni. Infatti le proteine che costituiscono il nostro organismo interagiscono con le proteine di origine esterna, per esempio quelle di origine batterica o virale oppure quella che derivano dalla dieta. </p>
<p> Un&#8217;analisi sistematica del diabete di tipo 1 e di altre malattie autoimmuni nella popolazione sarda consentirà quindi non solo una maggiore comprensione della natura e della funzione dei geni che predispongono alla malattia, ma anche della loro interazione con l&#8217;ambiente. </p>
<p> Francesco Cucca <br /> Genetista dell&#8217;Università di Sassari </p>
<p> Biografia<br /> <strong>Francesco Cucca</strong><br /> Nato 48 anni fa a Cagliari, pediatra, allievo del Prof. Antonio Cao, insegna Genetica Medica nella Facoltà di Medicina dell&#8217;Università di Sassari. Si dedica da diversi anni allo studio delle basi eziopatogenetiche delle malattie autoimmuni multifattoriali, in particolare il diabete di tipo 1, la sclerosi multipla e la malattia celiaca (tematiche affrontate anche nel corso della permanenza all&#8217;Università di Oxford, dove ha lavorato dal 1994 al 1997 nel gruppo di ricerca coordinato da John Todd, Professor of Medical Genetics alla Wellcome Trust for Human Genetics). Rientrato in Sardegna ha costituito un gruppo di ricerca cui dobbiamo una serie di lavori scientifici sulle basi genetiche delle malattie multifattoriali e sulla struttura della popolazione sarda e di altre popolazioni contemporanee.</p>
<p><a href="http://www.sardegnaricerche.it/">Fonte</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2025/08/14/genetica-malattie-e-caratteri-dei-sardi/">Genetica, malattie e caratteri dei sardi</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">Rita Pinna</a>.</p>
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		<title>Il respiro luminoso (La respirazione olotropica)</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Aug 2025 15:35:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>un viaggio negli stati alternativi di coscienza   Mi chiamo Momi Zanda, ho 47 anni e vivo a Cagliari. Alcuni anni fa, nella speranza di risolvere una serie di disagi che più o meno da sempre caratterizzavano la mia vita, e col desiderio di ampliare la conoscenza di me stesso,</p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2025/08/14/il-respiro-luminoso-la-respirazione-olotropica/">Il respiro luminoso (La respirazione olotropica)</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">Rita Pinna</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="color: #000000; font-family: 'Comic Sans MS'; font-size: 15px; text-align: justify;">un viaggio negli stati alternativi di coscienza</p>
<p style="color: #000000; font-family: 'Comic Sans MS'; font-size: 15px; text-align: justify;"> </p>
<p style="color: #000000; font-family: 'Comic Sans MS'; font-size: 15px; text-align: justify;">Mi chiamo Momi Zanda, ho 47 anni e vivo a Cagliari. Alcuni anni fa, nella speranza di risolvere una serie di disagi che più o meno da sempre caratterizzavano la mia vita, e col desiderio di ampliare la conoscenza di me stesso, decisi di intraprendere una psicoterapia basata sull’ipnosi regressiva. Il 17 settembre del 2001, proprio nei giorni in cui il mondo era scosso dall’attentato alle Twin Towers, arrivai a Roma per iniziare la mia esplorazione negli stati alternativi di coscienza con la mia prima seduta di ipnosi. Come prevedevo, mi scontrai subito con i miei blocchi e le mie resistenze. Il mio scetticismo e la mia razionalità o, detto in altro modo, la mia incapacità di fidarmi di qualcosa che non conoscevo, mi impedivano di entrare in quello stato di rilassamento e di apertura che favorisce la trance. Ero di fronte a un universo le cui coordinate mi erano sconosciute e di cui non capivo il linguaggio, e la mia necessità di mantenere sempre il “controllo” su me stesso e sulla realtà che mi circonda non consentiva che emergessero dal mio inconscio e dalla mia memoria quei contenuti che avrebbero potuto aiutarmi nel mio percorso di autoguarigione. Dopo la terza seduta la mia terapeuta espresse con molta efficacia in una semplice frase quello che da tempo ben sapevo di me stesso: «Lei si è costruito una corazza razionale talmente resistente che ci vorrebbe una carica di dinamite per farla saltare.» Mi suggerì di provare una tecnica di respirazione che secondo lei avrebbe potuto aiutarmi, e la mattina dopo mi ritrovai a casa di Elisabetta Corberi che, visto che mi fermavo a Roma solo per pochi giorni, si era resa disponibile ad accompagnarmi in una respirazione olotropica individuale, al di fuori dei suoi soliti seminari. Ero assolutamente impreparato. Avendo frainteso le parole della mia terapeuta, ero convinto che avrei semplicemente imparato una tecnica di respirazione che mi avrebbe aiutato a rilassarmi meglio e a rendere di conseguenza più efficace l’induzione ipnotica nelle sedute successive. Ascoltando le spiegazioni di Elisabetta compresi invece che mi apprestavo a compiere un vero e proprio “viaggio” nelle profondità di me stesso. Fui dunque preso alla sprovvista — per fortuna! — e questo impedì che le mie solite resistenze si attivassero. Quando la respirazione cominciò, senza pensare a nulla mi concentrai totalmente sullo sforzo di riuscire a seguire il ritmo respiratorio suggeritomi da Elisabetta ed entro pochi minuti quella respirazione apparentemente così innaturale iniziò a venirmi spontanea. Quasi subito cominciai ad avere delle allucinazioni assolutamente realistiche. Volti di vecchi indiani d’america dall’aria saggia e ieratica, e di sciamani africani col viso dipinto, comparvero davanti al mio schermo visivo come se li avessi avuti realmente di fronte a me. La loro apparizione improvvisa fu leggermente inquietante, ma i loro sguardi erano penetranti e benevoli. Pareva volessero dirmi qualcosa. Forse si erano presentati per invitarmi a non aver paura, a lasciarmi andare fiduciosamente a quel rito iniziatico. Ero pronto ad accettare il loro invito. Il viaggio era incominciato. Il respiro fluiva liberamente nel mio corpo, entrando dalle piante dei piedi nudi come un soffio rinfrescante e vivificante. Dai piedi scorreva fino alla testa, come una leggera scossa elettrica, sciogliendo al suo passaggio, con un po’ di difficoltà, i blocchi e le tensioni muscolari. Nonostante avessi gli occhi chiusi vedevo il mio corpo attraversato dal respiro che ben presto divenne un fascio ininterrotto di fibre luminose, verdi e gialle, che mi avvolgeva dinamicamente. Cominciai ad inarcare la schiena, il collo, la nuca, per facilitare lo scorrimento di quelle fibre luminose e lo scioglimento dei blocchi che sentivo in alcune parti del corpo. Elisabetta intervenne discretamente, aiutando quel processo con leggeri massaggi in alcuni punti delle spalle e della nuca. La percezione della mia fisicità era acutissima. Sentivo la musica pervadere il mio corpo e fondersi con esso. Pur restando sdraiato, presi a danzare al ritmo incalzante della musica, abbandonandomi completamente a quel ritmo. Io stesso ero la musica. Molto presto mi resi conto di essere una donna di colore, un’africana. Il mio corpo era diventato femminile, le mie movenze erano femminili. La parte cosciente del mio io, che osservava per tutto il tempo l’esperienza, pensò che si trattasse della memoria di una mia vita precedente, tanto era forte la mia identificazione con le sensazioni e le emozioni di quella donna, ma mi dissi anche che in quel momento non aveva la minima importanza razionalizzare, trovare una spiegazione oggettiva di quel che mi stava accadendo. Continuai a danzare con movimenti sempre più sensuali. Vedevo davanti a me bellissimi corpi nudi di uomini di colore che mi suscitavano un intenso desiderio sessuale, e cominciai a muovermi ritmicamente e sempre più velocemente lasciandomi trascinare in una sorta di danza erotica con uno di loro. Non riuscendo a reggere a lungo quel ritmo incalzante, rallentai la respirazione, e scivolai in uno stato di leggero torpore simile al dormiveglia. Nuovamente volti di vecchi saggi indiani o africani, e maschere tribali, comparirono davanti al mio sguardo. Poi davanti a me si spalancò uno spazio cosmico di una profondità inimmaginabile del quale mi sentivo parte integrante. Da lontananze abissali una figura mi si fece dinnanzi. Era il volto enigmatico di un giovane, o meglio un adolescente, con gli occhi scuri e penetranti, circondato da una luminescenza divina. Mi sorrise e mi guardò con dolcezza, permettendomi di specchiarmi nel suo sguardo. Non potei fare a meno di esultare nell’attimo stesso in cui lo riconobbi, esclamando dentro di me: «È il mio bambino interiore!». Gran parte della mia vita era stata tormentata dalla estenuante ricerca negli altri uomini (io sono gay) di quella che non era altro che una parte di me stesso. Ora capivo che quel bambino era dentro di me, lo avevo ritrovato, mi riconciliavo con lui attraverso quel sorriso e quello sguardo incantevoli coi quali mi si presentava di fronte. Finalmente non ero più costretto a cercare perennemente all’esterno qualcuno che potesse rispecchiare quella parte di me. I volti dei vecchi saggi mi avevano aiutato a ritrovarla nell’unico posto dove andava cercata: dentro me stesso, nel mio sé. Il vecchio saggio e l’eterno fanciullo si erano riconciliati in quella dimensione fuori del tempo e da allora avrebbero finalmente potuto convivere armonicamente senza costringermi a un’impossibile scelta tra l’uno o l’altro. Il volto numinoso scomparve lasciandomi una sensazione di pienezza e di soddisfazione, di unione mistica col tutto. Accelerai nuovamente il ritmo del respiro, consapevole che il mio viaggio era solo all’inizio. Mi ritrovai all’improvviso in un canale oscuro, che mi avvolgeva. Respiravo con difficoltà, mi sentivo soffocare, ero spinto in avanti ma il canale era troppo stretto e non riuscivo ad avanzare. All’improvviso compresi di essere nel canale del parto. Stavo per nascere. Iniziai a spingere con forza con la testa e con le reni per uscire. Non era certo una situazione piacevole ma non ero spaventato, né preoccupato. Sapevo solo che dovevo uscire di là prima possibile. Pensai che mia madre stava soffrendo e quindi dovevo fare in fretta. Spinsi sempre più forte. A quel punto Elisabetta mi posò delicatamente le mani sulla sommità della testa, tenendola ferma. Mi avrebbe poi spiegato che lo aveva fatto per evitare che mi facessi male schizzando in avanti, come spesso succede a chi sta rivivendo quella fase del parto nel momento in cui esce. Io invece interpretai il suo gesto come un invito a calmarmi, e quindi interruppi di colpo l’esperienza. Avevo il corpo indolenzito per lo sforzo fatto, e mi concessi alcuni minuti di riposo. L’osservatore cosciente ne approfittò per riprendere a rimuginare e a elucubrare. «Non ho avuto il coraggio di andare fino in fondo, non sono riuscito a nascere» si disse con la sua antica tendenza a vedere le cose in negativo e a svalutarsi. Ma subito un’altra voce dentro di me lo contraddisse con decisione: «Ma io sono già nato!» Immediatamente il buio che mi aveva circondato nel canale del parto divenne luminoso. Ero un bambino appena nato. Sentivo le mani e i piedi piccolissimi, come quelli di un neonato. E di un neonato erano anche le smorfie che istintivamente presi a fare con la bocca. «Sono appena nato! È una cosa bellissima!» pensai. Era una sensazione fantastica. Cominciai a tastare il mio corpo con le mani, percependone anche fisicamente la piccolezza. Avevo una voglia enorme di esplorare la vita. Davanti a me vidi distintamente una porta bianca, di un bianco avorio. La porta si spalancò quasi immediatamente su un paesaggio di campagna di fine estate, dove predominavano il giallo e l’oro. Poi mi proiettai a velocità vertiginosa, come un uccello in picchiata, verso montagne boscose e altri idilliaci paesaggi naturali ricchi di acqua e di verde. «Dunque è questa la vita!» pensai. «È davvero meravigliosa.» Provavo una gioia immensa, raramente sperimentata in altre occasioni. La vita mi apparteneva, e io ero dentro la vita. Non c’era nessun problema. Non c’era spazio per ansie e tensioni. Mi sentivo totalmente libero e felice. Anche quando la montagna boscosa che vedevo davanti a me prese fuoco e una lingua di altissime fiamme la attraversò rapidissimamente dal basso verso l’alto, non persi minimamente la mia estatica serenità. Pensai subito alla metafora buddista che paragona la terra a una casa in fiamme, perché così la vedono i comuni mortali, mentre in realtà è la terra del Budda, eternamente tranquilla e indistruttibile. Sapevo che la montagna non stava davvero bruciando e che quelle fiamme non potevano farmi del male perché erano solo le fiamme dell’illusione, immateriali e irreali. Questo pensiero non fece che aumentare la mia gioia. Percepivo l’energia universale che mi circondava. Con le palme delle mani aperte riuscivo a catturarla, e a inviarla come fasci luminosi concentrati sulle persone amate a cui mi veniva da pensare. Mi sentivo unito al tutto, capivo che la mia vita era molto più vasta e più profonda, più ricca e più misteriosa di quanto riuscissi a percepire nella mia quotidianità, e desideravo che chiunque potesse avere quella stessa comprensione e sperimentare quella gioia incondizionata che stavo sperimentando io. Contemporaneamente, ero pienamente consapevole dei limiti del mio ego e del difficile cammino che avrei dovuto fare per riuscire a superarli definitivamente e a stabilizzare nella mia vita quel senso di unione cosmica e quella gioia che in quella condizione alterata di coscienza mi era così facile provare. Sentivo comunque una gratitudine incontenibile per quella vita universale che mi aveva permesso di nascere e che ora mi aveva concesso quella rara e inaspettata esperienza della totalità del mio essere. Uscendo da quella sorta di nirvana, ripresi il contatto con il mio corpo. Fisicamente mi sentivo benissimo, rilassato e insieme pieno di energia. Erano passate due ore e mezzo dall’inizio della respirazione, ma soggettivamente mi erano sembrate meno della metà. Elisabetta mi chiese se volevo continuare o se pensavo di avere già concluso il mio viaggio. Una parte di me pensava di non avere esplorato fino in fondo alcuni dei temi che erano emersi nel corso della respirazione, ma il viaggio era stato indubitabilmente intenso e curativo, un’esperienza di presa di coscienza e di rinascita psichica al di là di quanto avrei mai potuto aspettarmi. Perciò decisi di non strafare. Riaprii gli occhi, mi sedetti prendendomi alcuni minuti per tornare pienamente alla normale realtà e comunicai a Elisabetta che bastava così, che il viaggio per quella volta era finito. Questo è stato l’inizio. Dopo quella prima respirazione ho continuato la mia esplorazione utilizzando sinergicamente la respirazione olotropica e l’ipnosi (oltre che la meditazione buddista che pratico da oltre vent’anni, basata sulla recitazione di un mantra, Nam myoho renge kyo). Come tutte le imprese “importanti”, il mio viaggio negli stati alternativi di coscienza non sempre è stato facile. Ho dovuto scontrarmi con le mie resistenze più profonde, con i blocchi apparentemente inamovibili radicati nella mia personalità, con lo scetticismo, con la paura di “vedere” me stesso per quel che realmente sono. Gradualmente sono riuscito a crearmi una mia mappa personale, ovviamente imperfetta e imprecisa e sicuramente tuttora provvisoria, che però mi ha consentito di proseguire la navigazione. E una scoperta sicuramente fondamentale è stata rendermi conto che gli stati alternativi di coscienza non sono nulla di “anormale” o di fuori dall’ordinario. Sono semplicemente degli stati “naturali” ai quali normalmente non siamo abituati, che non conosciamo e nei quali dobbiamo solo imparare a muoverci per poterli utilizzare nel modo migliore arricchendo così la qualità della nostra vita. Grazie a questa comprensione, dopo un anno dall’inizio del mio percorso le mie esperienze si sono approfondite e ampliate. Ho iniziato a ricordare e a rivivere quelle che sembravano essere delle vite precedenti: un frate medievale, una sacerdotessa egizia, uno sciamano africano, uno schiavo dell’antica Roma, un giovane ebreo berlinese internato nel lager di Dachau, e molte altre. L’ipnosi mi aiutava a esplorare i dettagli e i sentimenti di queste molteplici identità da cui io sono formato, mentre la respirazione olotropica mi permetteva di trascendere la mia finitezza di individuo e di percepire e comunicare con una vita più grande, un mio sé più profondo che di tanto in tanto arrivava a coincidere con il sé universale. Oggi mi rendo conto di avere fatto degli enormi passi avanti nel mio processo di individuazione, nella realizzazione di me stesso e delle mie potenzialità. Avendo sciolto parecchi dei nodi che mi imprigionavano, ho molta più energia a disposizione per affrontare la mia vita quotidiana e portare avanti i miei progetti, ho un approccio con gli altri e con l’ambiente molto più rilassato e fruttuoso, e la qualità della mia vita è migliorata in maniera avvertibile anche dagli altri. Il mio viaggio, ovviamente, continua: ho iniziato a frequentare una scuola di ipnosi di Torino, col desiderio di potere a mia volta accompagnare altre persone nei loro viaggi, pensando che probabilmente non è importante la destinazione, la meta che ognuno si sceglie, ma che per noi esseri umani “il viaggio è la meta”.</p>
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		<title>La ricetta della felicità</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Aug 2025 15:30:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[la ricetta della felicità]]></category>
		<category><![CDATA[ossibucchi e purè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Foto di repertorio Metti che sei di malumore, ancora triste perché tuo padre è morto da poco. Però bisogna pur mangiare… allora, ideona! Ti dedichi con ostinata concentrazione alla cucina: spignattare ti consente di mettere il cervello a basso consumo, come le lampadine che ha distribuito gratis il tuo comune.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> Foto di repertorio</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/freephoto1potpotatoes-16d.jpg"></a> Metti che sei di malumore, ancora triste perché tuo padre è morto da poco. Però bisogna pur mangiare… allora, ideona!<br /> Ti dedichi con ostinata concentrazione alla cucina: spignattare ti consente di mettere il cervello a basso consumo, come le lampadine che ha distribuito gratis il tuo comune.<br /> Prendi quattro ossibuchi di vitello sardo-modicano, li passi nella farina e li stendi su un tegame ad hoc, su uno stratino di olio d’oliva (dei tuoi ulivi) non troppo caldo. Li volti uno per uno, nel frattempo hai tritato finemente una cipollotta bianca, che rovesci negli spazi lasciati liberi dagli ossibuchi.<br /> Continui a controllare la rosolatura dei quattro gagliardi ossibuchi, poi li bagni amorevolmente con un po’ di Vernaccia di Milis di un’annata memorabile, prepari un pomodoro secco, di quelli che ha preparato tua madre quest’estate e dopo averlo lavato sotto il rubinetto per togliere il sale in eccesso, lo triti e lo versi nel tegame insieme ad una manciata di pomodorini, quelli di Villanovaforru che coltiva tuo suocero senza usare prodotti chimici.<br /> Dopo un pochino, bagni con un po’ d’acqua e rimetti il coperchio.<br /> La cottura prosegue, scoperchi e l’aroma della vernaccia ti solletica le narici: sminuzzi un dado per brodo vegetale, aggiungi un filo di vernaccia e ricopri. Dopo un altro po’, provi se va bene di sale: ne vuole giusto un pizzico. Gli ossibuchi sono quasi pronti, rimesti il sughetto, provi la consistenza dell’ossobuco con una forchetta, versi un cucchiaino di capperi sott’aceto (aceto di quello che sapeva preparare tuo padre, esperto vignaiolo), rimesti ancora per distribuire i capperi e spegni il fornello.<br /> In accompagnamento, prepari una semplice purea di patate: non vuoi un gusto che prevarichi gli aromi e i sapori del sughetto e della carne.<br /> A cena, tuo marito si complimenta, e pulisce il piatto, con uno sgarro al galateo ma uno sguardo innamorato che si fa perdonare, con una “scarpetta” memorabile.<br /> Se questa non è la ricetta della felicità, le assomiglia parecchio.</p>
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		<title>La Donna del Castello</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Sep 2013 08:54:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[la donna del castello]]></category>
		<category><![CDATA[mauro atzei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Penetravano le luci dell&#8217;alba tra i merli delle mura turrite, e il luccichio dei ciottoli umidi di guazza faceva pensare ad un esercito di monachelle schiumose. La prima persona che vidi, appena attraversata la breccia che separava i quartieri bassi dalle strade del &#8220;palazzo&#8221;, fu una donna alta di statura,</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-top: 0px; margin-bottom: 15px; font-size: 14px; vertical-align: baseline; color: #444444; line-height: 21.59375px;">Penetravano le luci dell&rsquo;alba tra i merli delle mura turrite, e il luccichio dei ciottoli umidi di guazza faceva pensare ad un esercito di monachelle schiumose. La prima persona che vidi, appena attraversata la breccia che separava i quartieri bassi dalle strade del &ldquo;palazzo&rdquo;, fu una donna alta di statura, vestita di nero che sembrava piuttosto anziana, bench&eacute; ancora energica e in salute. Tornavo a casa da un lungo viaggio che mi aveva visto navigare sul Mar Giallo fino a toccare le coste della Manciuria.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Ero felice perch&eacute; avrei finalmente rivisto mia madre. Ero riuscito ad avvisarla del mio ritorno con una lettera che il comandante della nave ebbe modo di affidare al servizio postale di uno dei veloci brigantini destinati al trasporto di sete preziose.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Quando vidi la donna dirigersi verso l&rsquo;arcata, sotto la grande torre, m&rsquo;accorsi che trascinava con se un grande sacco di iuta che doveva contenere qualcosa di molto pesante. Mi fece tenerezza, cos&igrave;, in pochi secondi, la raggiunsi e le offr&igrave; il mio aiuto. Quando le fui vicino la riconobbi: si chiamava Anita ed era l&rsquo;anziana vicina di casa che non vedevo da oltre tre anni. Giusto in quello stesso periodo una malattia improvvisa l&rsquo;aveva costretta al letto; quell&rsquo;epoca corrispondeva altres&igrave; alla data della mia partenza per il lontano Oriente. Mia madre la conosceva bene perch&eacute; un tempo furono amiche assidue. Si recavano spesso a messa insieme, la domenica, alla cattedrale. Vederla fu per me un tuffo immediato nel passato, cos&igrave; mi avvicinai a lei con sollecitudine e le dissi:<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Signora Anita, permetta che l&rsquo;aiuti, ceda pure a me il suo fardello&rdquo;.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Buongiorno giovanotto, sei molto gentile ma, non ti preoccupare&rdquo; &ndash; mi disse risoluta, l&rsquo;anziana donna &ndash; &ldquo;sono praticamente arrivata: la diligenza sta per arrivare e, nel momento in cui la carrozza si fermer&agrave; qui dinnanzi, non dovr&ograve; far altro che sollevare il sacco sulla pedana e le mie fatiche saranno esaurite&rdquo;.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Va bene&rdquo; &ndash; risposi- &ldquo;mi permetta almeno di darle sollievo sollevando il sacco sulla pedana del carro in sua vece: lo far&ograve; molto volentieri.&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Ma in quel momento la diligenza proveniente dalla Piazza Reale, si ferm&ograve; proprio davanti a noi. La signora sollev&ograve; velocemente con le sue braccia il pesante bagaglio e lo depose sulla pedana della carrozza. Non mi&nbsp; concesse in nessun modo di darle una mano. A cose fatte rispose alla mia offerta d&rsquo;aiuto dicendo: &ldquo;Non &egrave; necessario figliolo, ci sono abituata. Queste operazioni le eseguo sempre da sola; non &egrave; grandissima pena per me, l&rsquo;importante &egrave; affrontare il lungo viaggio con soddisfazione.&rdquo; E cos&igrave;, il nocchiere impart&igrave; un leggero colpo di frustino ai cavalli e, con la signora Anita a bordo della diligenza, si avvi&ograve; verso la lunga discesa che portava fuori dalla cinta turrita.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Ci rimasi un po&rsquo; male, forse per il fatto di non essere stato riconosciuto dalla anziana amica di mia madre. Sapevo per&ograve; di essere irriconoscibile. Negli ultimi anni mi ero infatti lasciato crescere una lunga barba rossa che non avevo mai portato prima. Pensai quindi alle sue ultime parole, senza capire per&ograve; a quali operazioni si fosse riferita biascicando quelle frasi.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Reputai si trattasse di una povera vecchia, ormai andata via di testa, alla quale la grande falciatrice aveva lasciato in dono una deroga miracolosa. Tuttavia quasi mi rammaricai per non aver preso d&rsquo;imperio l&rsquo;iniziativa. Nondimeno, dal campanile della cattedrale, il rintoccare delle campane mi riportava alla realt&agrave; comunicandomi che erano scoccate le sette antimeridiane. Mia madre mi attendeva gi&agrave; da un pezzo nella sua dimora ed era giunto<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />il momento di raggiungerla&hellip;</p>
<p style="margin-top: 0px; margin-bottom: 15px; font-size: 14px; vertical-align: baseline; color: #444444; line-height: 21.59375px;">&ldquo;Celestino! Celestino figlio mio adorato! Lasciati abbracciare. Finalmente sei tornato a casa!&rdquo; La cara madre non stava in se dalla<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />gioia. Mi volle accompagnare a visitare tutte le stanze della casa che erano state rinnovate durante la mia assenza e mi fece trovare pronta anche una luculliana colazione. Naturalmente non mi tirai indietro e diedi fondo a tutte le squisite pietanze.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />Mentre sorseggiavo un ultimo caff&egrave; presi a raccontarle sommariamente del mio viaggio, e dei tanti soldi che avevo guadagnato col commercio in Manciuria e in Giappone. Fu allora che mi torn&ograve; in mente il fatto della signora Anita e iniziai a parlarle di quello strano incontro mattutino nei minimi particolari.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />La sua reazione fu veramente inaspettata: la vecchia parve cadere sinceramente dalle nuvole e per un&rsquo; attimo io stesso mi posi il dubbio d&rsquo;essermi sbagliato.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Di quale signora Anita parli figlio mio?&rdquo; Mi domand&ograve; mia madre<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&#8211; &ldquo;Non stai mica parlando di Donna Anita la nostra vicina di casa? La vedova di Don Ottavio Arper?&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Ecco che ci risiamo con questi titoli nobiliari&rdquo;, le risposi &ndash; &ldquo;non c&rsquo;&egrave; bisogno di farla lunga mamma. Vedo che non avete perso l&rsquo;antico vizio qui al Castello. Sarebbe ora di finirla con la continua auto celebrazione di un passato che non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave;. Dovete mettervi l&rsquo;anima in pace voi del Castello: siamo nell&rsquo;anno 1948 e la nobilt&agrave; &egrave; stata abolita con il referendum del 2 giugno 1946 in favore della Repubblica. Ecch&egrave; diamine! Certo che parlo di lei, ma per me si tratta della &lsquo;signora&rsquo; Anita, la vicina di casa, vedova del &lsquo;signor&rsquo; Ottavio Arper, per l&rsquo;esattezza. Nessuno, al giorno d&rsquo;oggi, nel continente osa pi&ugrave; usare i vecchi epiteti. Ormai si &egrave; tutti signore e signori perch&eacute; vige la Repubblica e il rispetto della Costituzione. E&rsquo; ad essa che si obbedisce e non pi&ugrave; al Re. Adesso si &egrave; tutti uguali, finalmente. E anche tu mamma faresti bene ad adeguarti al nuovo sistema.&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />La cara madre rimase pensierosa e non replic&ograve; subito alle mie parole. Dava l&rsquo;impressione di aver ascoltato solo qualche scampolo del mio accalorato discorso a sostegno del nuovo stile repubblicano. Sapevo bene che aveva votato a favore della Monarchia: me lo aveva scritto in una lettera, e si era comportata esattamente come la maggioranza dei Sardi.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Mamma che hai adesso? Non ti sarai offesa dai &hellip;va beh che sar&agrave; mai: spero non voglia tenermi il muso per questa storia del titolo Non mi importa nulla, sinceramente, della Signora Anita. Donna Anita se preferisci&hellip;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Per carit&agrave;! Non pronunciare pi&ugrave; quel nome!&rdquo; Sbott&ograve; ella ad un tratto facendomi sobbalzare sulla sedia.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Mamma, ma che hai? Sei impazzita? Replicai cominciando seriamente a nutrire forti dubbi sulla sua sanit&agrave; mentale.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Ma tu sei davvero sicuro di averla vista?! Sei disposto a giurarlo?! Mi domand&ograve; ancora con un modo di fare che mi procur&ograve; perfino un ghigno sarcastico. Ma sorridevo perch&eacute; continuavo a non capire cosa volesse dirmi. E pi&ugrave; sorridevo pi&ugrave; lei sembrava alterarsi.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Ma certo che era lei, ti dico, l&rsquo;ho vista bene e avrei anche potuto toccarla. Non capisco per&ograve; per quale motivo non abbia voluto che l&rsquo;aiutassi a trasportare quel pesante fardello&hellip;&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Allora&rdquo; &ndash; mi disse prendendo aria dalla bocca, come se avesse voluto riempirsi i polmoni prima di dire una frase d&rsquo;importanza capitale &ndash; &ldquo;se tu l&rsquo;hai davvero vista stamane, non puoi avere visto realmente lei. Tu devi aver incontrato il demonio in persona.<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Il demonio madre mia? Adesso che c&rsquo;entra il demonio?&rdquo;<br style="margin: 0px; padding: 0px; font-style: inherit; font-family: inherit; vertical-align: baseline;" />&ldquo;Certo che &egrave; cos&igrave;! Chi pu&ograve; essere capace di tanto inganno, se non il demonio? E dentro quel sacco era ammassata l&rsquo;anima stessa della mia cara amica, perch&eacute;&hellip;come ti avrei voluto spiegare, la povera Anita, dopo tre anni di sofferenze, costretta alle piaghe dal martirio del letto, &egrave; spirata stanotte stessa, giusto un&rsquo;ora prima dell&rsquo;alba.&rdquo;</p>
<p style="margin-top: 0px; margin-bottom: 15px; font-size: 14px; vertical-align: baseline; color: #444444; line-height: 21.59375px;">Fine</p>
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		<title>Tra l&#8217;XI ed il VI secolo sbarcano in Sardegna i Fenici, ben accolti dalla popolazione locale</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Sep 2013 11:06:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[archeologia sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa pagina vedremo i Fenici apparire improvvisamente sulla scena come grande potenza marinara. Ad essi si fanno risalire grandi conoscenze tecnologiche, come l&#8217;invenzione dell&#8217;alfabeto moderno, la diffusione del vetro e della porpora, e quella del sistema babilonese di pesi e misure. La presenza fenicia in Sardegna copre un periodo che</p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2013/09/08/tra-lxi-ed-il-vi-secolo-sbarcano-in-sardegna-i-fenici-ben-accolti-dalla-popolazione-locale/">Tra l&#8217;XI ed il VI secolo sbarcano in Sardegna i Fenici, ben accolti dalla popolazione locale</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">Rita Pinna</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questa pagina vedremo i <strong>Fenici</strong> apparire improvvisamente sulla scena come grande potenza marinara. Ad essi si fanno risalire grandi conoscenze tecnologiche, come l&#8217;invenzione dell&#8217;alfabeto moderno, la diffusione del vetro e della porpora, e quella del sistema babilonese di pesi e misure. La presenza fenicia in Sardegna copre un periodo che inizia nell&#8217;XI e si prolunga fino al VI secolo a.C..</p>
<h3>Chi sono i mercanti e navigatori Fenici</h3>
<p>Quella fenicia è una popolazione di <strong>origine semitica</strong>. Proviene da un&#8217;arida striscia di terra nel Mediterraneo orientale, che occupa la maggiore parte della costa dell&#8217;attuale Libano, limitata a sud dal monte Carmel, a nord dal golfo Dilskenderun, a est dalla catena del Libano e ad ovest dal mare.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/fenicia-49a.jpg" target="_new" title="Localizzazione di insediamenti Fenici nel Mediterraneo"></a>Il termine <strong>Fenici</strong> deriva dalla parola greca<em>Phoinikes</em>, con la quale già Omero chiama questo popolo. Probabilmente si tratta di un termine nato per designare questa popolazione, e non la parola con cui essa designava se stessa, infatti non risulta che i Fenici si siano mai dati una denominazione come popolo, a parte le denominazioni delle singole città-stato. Sebbene siano di origine probabilmente precedente, è nell&#8217;XI secolo che si osserva l&#8217;espansione dei Fenici, il cui centro principale è <em>Sidone</em>. Lo storico romano Giustino, da anche la notizia della fondazione di <em>Tiro</em>, ma la città è già conosciuta prima di questo periodo, dunque si crede che la città in quest&#8217;occasione sia stata rifondata.</p>
<h4>L&#8217;organizzazione della società fenicia</h4>
<p>La società fenicia è basata, infatti, sulle città-stato, che sorgono principalmente sulle coste. Un sovrano domina su ogni città-stato: ognuna di queste è un&#8217;entità autonoma, composta dall&#8217;abitato e dalla campagna circostante. Le dinastie diventano presto ereditarie. A volte compare un&#8217;assemblea cittadina, e comunque un affiancamento degli anziani, che prendono decisioni al posto del re, e sono molto probabilmente esponenti delle classi mercantili.</p>
<h4>L&#8217;economia della società fenicia</h4>
<p>Non essendo la loro terra adatta all&#8217;agricoltura, ma ricca di coste e di approdi, i Fenici si dedicano alla navigazione e al commerciò. I commerci Fenici riguarda soprattutto i metalli semilavorati, il grano, le conserve alimentari di carne e di pesce, il vino, il sale e gli schiavi, e dalle loro coste toccano le terre più lontane.</p>
<p>La fine dell&#8217;XI secolo ed il secolo successivo è il periodo del predominio di Tiro, con il commercio marittimo che si sviluppa da Cipro all&#8217;Egeo, fino ad arrivare in Anatolia, e verso occidente fino alle coste spagnole. Fonte principale della loro economia sono le intense attività commerciali e marittime, per sostenere le quali, dopo le prime frequentazioni occasionali, essi iniziano a fondare numerosi <em>empori commerciali</em>, punti di appoggio e colonie, sulle coste. Nel Mediterraneo occidentale le fondano soprattutto a Malta e in Sicilia, da cui partono due rotte: la prima per la Sardegna, le Baleari e la Spagna; la seconda per l&#8217;Africa, fino all&#8217;Atlantico, e poi, nuovamente, alla Spagna.</p>
<p>Sono grandi navigatori, e conoscono e sanno tracciare le rotte. Preferiscono navigare sotto costa, di giorno, orientandosi con il sole, hanno quindi bisogno di punti di approdo che non distino tra loro più di una giornata di navigazione. Se costretti a navigare di notte, si orientano con le stelle dell&#8217;Orsa Minore che verranno, per questo, chiamate dai greci <em>Stelle Fenicie</em>.</p>
<h4>L&#8217;organizzazione urbana delle città fenicie</h4>
<p>Le città fenicie sono caratterizzate da possenti mura difensive e da porti funzionali, realizzati in posizioni in grado di difendersi dalle maree o da fenomeni di insabbiamento. Le navi entrano in porto solo per operazioni di carico e scarico, mentre, per il resto del tempo, restano in mare.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;organizzazione urbana dei centri Fenici, sappiamo che all&#8217;interno della cerchia muraria si trovano le case, le botteghe, gli impianti artigianali, e i numerosi edifici pubblici. Vi sorgono, anche, i templi, e, soprattutto nella parte più alta della città, denominata <em>acropoli</em>, generalmente, sorge un importante santuario.</p>
<p>Al di fuori dalle mura cittadine, vengono, invece, realizzate la<em>necropoli</em>, nelle quali seppellire i defunti in tombe a pozzo scavate nella roccia, con seppellimento sia ad inumazione che ad incinerazione; ed il <em>tofet</em>, il luogo destinato alla sepoltura dei bambini, con l&#8217;incinerazione ed il loro seppellimento in vasi i terracotta.</p>
<h4>La cultura fenicia</h4>
<p>I Fenici possiedono una notevole cultura. Parlano una lingua semitica affine all&#8217;ebraico ed hanno inventato l&#8217;<strong>alfabeto moderno</strong>, che fa corrispondere ad ogni suono un segno. Il loro alfabeto, come in tutte le lingue semitiche, manca delle vocali che verranno successivamente aggiunte dai Greci.</p>
<p>Utilizzano e diffondono la conoscenza del <strong>vetro</strong>, che i Greci ritengono addirittura sia stato inventato proprio da loro. Utilizzano inoltre la<strong>porpora</strong>, una sostanza rossa estratta dalla conchiglia di alcuni animali marini, per colorare le vesti. E portano, inoltre, alla diffusione, in tutto il Mediterraneo, del sistema babilonese di <strong>pesi e misure</strong>.</p>
<h4>Un&#8217;ipotesi sulla misteriosa origine dei Fenici</h4>
<p>È, però, improbabile che si tratti di un popolo nativo del Libano, perché, dopo l&#8217;invasione del 1200 che tutto distrugge e dalla quale si salva solo Atene, sarebbero occorsi secoli prima che una civiltà ivi residente potesse riprendere il suo splendore.</p>
<p>E d&#8217;altra parte, le conoscenze dei Fenici si ritrovano tutte nella precedente storia degli Shardana, per cui siamo portati a vedere i Fenici come eredi degli Shardana, rientrati, dopo la grande catastrofe del 1200 a.C., nel territorio dal quale, tanti anni prima, erano partiti per muoversi verso occidente. Questo porta a ritenere che la civiltà fenicia sia stata originata dalla fusione della popolazione locale cananea, con gli Shardana e gli altri Popoli del Mare, che arrivarono ad occupare le coste orientali del Mediterraneo, in seguito alle loro terribili incursioni del 1200 a.C.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/nave-b72.jpg" target="_new" title="Nave commerciale fenicia (850 a.C.)"></a>Delle navi Shardana riprodotte nei bronzetti votivi abbiamo già parlato, vi si possono forse riconoscere le navi dei Feaci di Omero, e vi riconosciamo le caratteristiche delle navi dei Fenici. Come abbiamo parlato della navigazione lungo le coste dell&#8217;africa degli Shardana alla ricerca dello stagno per produrre il bronzo, le cui rotte a loro ben note, sarebbero poi state seguite dai Fenici.</p>
<p>Ed essi, infatti, le seguono. su incarico del faraone <em>Necao</em>, nel VII secolo a.C.; da <em>Hiram il fenicio</em>, verso la mitica Hofir; nel viaggio voluto nel 900 a.C. da <em>Salomone</em>, il quale invia i Fenici a cercare metalli, fino alla mitica Tartesso. A loro i Greci attribuiscono anche il primo periplo dell&#8217;Africa.</p>
<h3>L&#8217;arrivo dei Fenici in Sardegna</h3>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/datazioni-355.jpg" target="_new" title="Datazioni dell'età del Bronzo"></a>Attirati dalla posizione geografica dell&#8217;isola, le cui coste costituiscono un&#8217;ottima base di transito verso l&#8217;occidente, dalla fertilità della terra e dalla ricchezza delle miniere, i Fenici cominciano a frequentare la Sardegna per scambiare i propri prodotti con quelli delle popolazioni locali. Offono vasi, tessuti, gioielli e profumi, in cambio sopratutto di metalli greggi, soprattutto il rame, l&#8217;argento ed il piombo.</p>
<p>La collocazione degli insediamenti Fenici in zone in cui non esistevano precedenti insediamenti locali, fa pensare che non si determini alcun conflitto fra i Fenici e gli abitanti dell&#8217;isola. I Fenici si insediano in luoghi a bassa densità abitativa da parte della popolazione, o in luoghi da cui i locali si erano allontanati da molto tempo. Preferiscono insediarsi nel sud dell&#8217;isola, perché il nord ha folti insediamenti locali.</p>
<p>Effettuano un insediamento progressivo, dove l&#8217;entroterra lo permette, ma con una espansione esclusivamente difensiva: si acquisisce il territorio solo per necessità di approvvigionamento agricolo, soprattutto nel Sulcis. Si presume, comunque, che tra la popolazione locale ed i Fenici si instauri un buon rapporto di collaborazione e di scambio commerciale. Grazie alla presenza dei Fenici viene introdotta la scrittura, e la cultura dell&#8217;isola si arricchisce, uscendo dai suoi confini naturali ed entrando nel più ampio contesto della cultura mediterranea.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/602/034.jpg" target="_new" title="Scavi di Nora-La famosa stele di Nora con in caratteri Fenici le parole SHRDN (Shardana) e B TRSHSH (in Tartesso)"></a>A Nora è stata rinvenuta una stele sepolcrale, nota appunto con il nome di <strong>stele di Nora</strong>, risalente al IX secolo a.C. ed oggi conservata al museo Archeologico di Cagliari, sulla quale una iscrizione fenicia ricorda l&#8217;erezione di un tempio al dio cipriota<em>Pumay</em>, e sulla quale compare per la prima volta la parola <em>SHRDN</em>, da alcuni interpretata come Shardana. Il che, starebbe a dimostrare l&#8217;origine Shardana dei Fenici.</p>
<p>Se fosse vera, come noi riteniamo, l&#8217;origine Shardana dei Fenici, ciò farebbe comprendere perché al loro arrivo in Sardegna vengano accolti così bene dalla popolazione locale, che consentirà loro la creazione dei loro scali commerciali. Cosa che non avverrà invece con i Cartaginesi, e meno ancora con i Romani, che verranno sempre contrastati dalla popolazione locale.</p>
<h4>I primi sbarchi dei Fenici in Sardegna nell&#8217;età del Bronzo Finale</h4>
<p>In base a ritrovamenti effettuati a Sulci, sappiamo che i primi Fenici iniziano a frequentare le coste sarde già dall&#8217;XI secolo a.C., nel periodo in cui il predominio di Tiro li fa iniziare a spostarsi lungo le coste del Mediterraneo, e la loro presenza sull&#8217;isola dura in tutto circa seicento anni. Il primo periodo della presenza fenicia in Sardegna, è quello che viene chiamato della <strong>fase precoloniale</strong>, e che si inquadra nell&#8217;età del Bronzo Finale, dal loro primo approdo sull&#8217;isola nell&#8217;XI secolo, fino a verso l&#8217;850 a.C.. Nella fase precoloniale, vengono creati da parte dei Fenici i primi insediamenti, che vengono indicati nella letteratura specialistica con il termine di <em>empori commerciali</em>. Si tratta di centri abitati di piccole dimensioni, a carattere solitamente non di tipo stanziale, creati con una duplice funzione. Da un lato, per instaurare, incentivare e regolamentare le relazioni commerciali con le popolazioni locali. D&#8217;altro canto, per offrire alle navi Fenicie un supporto per le necessità di sosta, per quelle di ricovero delle navi in caso di avverse condizioni atmosferiche, e per riparare i possibili danneggiamenti ai quali le navi potevano essere soggette.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/micenea-c04.jpg" target="_new" title="Tharros-Frammento di ceramica micenea"></a>I dati archeologici attestano, nel periodo precoloniale, contatti commerciali e culturali tra i Sardi, i Fenici, gli Egei ed i Micenei, che avvengono in diversi centri, come, ad esempio, nel villaggio di<em>Sant&#8217;Imbenia</em>, nella baia di Porto Conte, vicino ad Alghero, in provincia di Sassari. L&#8217;abitato si è rivalato un centro di smistamento dei prodotti minerari locali, argento, rame e ferro; ed almeno nella prima metà dell&#8217;VIII secolo a.C. è stata realizzata un&#8217;officina ceramica e forse anche metallurgica. Qui sono state rinvenute, accanto alle ceramiche realizzate dalla popolazione locale, anche altre di importazione, in particolare fenicie e greche dell&#8217;Eubea, la presenza delle quali ha portato gli studiosi a ipotizzare la presenza stabile di popolazioni di provenienza orientale. È stato anche ritrovato a Tharros un frammento di ceramica micenea databile addirittura 1300 a.C..</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/tripode-f36.jpg" target="_new" title="Oristano-Riproduzione di un tripode fenicio in bronzo"></a>Sono databili, nel periodo precoloniale, anche un tripode rinvenuto a Oristano, manici di specchi trovati a Santadi, un bronzetto a Galtellì. Riferibili esclusivamente ai Fenici sono alcuni reperti del X e del IX secolo rinvenuti nella Nurra, mentre materiali del IX ed VIII secolo, soprattutto bronzi figurati, sono stati trovati a Santa Cristina di Paulilatino, e un bronzetto a Mandas. Risalgono all&#8217;VIII secolo diverse torcere di bronzo rinvenute a Santa Giusta, a Serri, a Tadasuni ed a San Vero Milis. Della stessa epoca sono una fibbia bronzea trovata a Barumini, alcuni bacili di Sardara e un tripode di Santadi.</p>
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<h4>Nella prima età del Ferro la presenza dei Fenici diventa stabile</h4>
<p>I Fenici incominciano a installarsi stabilmente in Sardegna nell&#8217;<strong>età del Ferro</strong>, verso l&#8217;850 a.C., in un&#8217;epoca, comunque, antecedente il VII o nel VI secolo, come si pensava fino a qualche tempo fa. Si tratta dei primi insediamenti Fenici, che in seguito assumeranno i connotati di vere e proprie realtà urbane.</p>
<p>Infatti, dall&#8217;850 a.C., ha inizio la fase dell&#8217;insediamento fenicio indicata con il nome di <strong>fase coloniale</strong>. Con l&#8217;arrivo dei Fenici in Sardegna, la popolazione preistorica entra, per la prima volta, in contatto diretto con il modello urbano, che dà tempo si è affermato nel bacino del Mediterraneo.</p>
<h4>Il primo periodo della presenza fenicia sull&#8217;isola, chiamato periodo Geometrico</h4>
<p>Nel periodo che va dall&#8217;850 al 730 a.C. si sviluppa la prima fase dell&#8217;età coloniale, ossia quell&#8217;età che viene detta <strong>periodo Geometrico</strong>. In questa fase comincia a comparire il ferro, ma prosegue l&#8217;utilizzo da parte della popolazione locale del bronzo. Vengono realizzati gli ultimi bronzetti, ed anche le ceramiche hanno forti analogie con quelle dell&#8217;epoca precedente. Inoltre, molti nuraghi non vengono abbandonati, ma ristrutturati e utilizzati come templi, ed è importante sottolieare che essi mangono un ruolo fondamentale, come ben evidenzia anche la riproduzione dei tanti modelli di nuraghe in pietra, bronzo e argilla. Durante il periodo Geometrico, vengono esportati manufatti Sardi in quasi tutte le regioni mediterranee, come evidenzia la diffusione della ceramica sarda anche oltre l&#8217;isola.</p>
<p>Il primo periodo, chiamato <strong>Geometrico I</strong>, fa riferimento ad alcuni rinvenimenti nel nuraghe di Genna Maria, vano 17, a Villanovaforru, nel Medio Campidano. Altri ritrovamenti riconducubili a questo periodo, provengono dai contesti di Sant&#8217;Anastasia, di monte Zara, e dal sepolcreto a pozzetti di Antas, a Fluminimaggiore.</p>
<p>Il successivo periodo, chiamato <strong>Geometrico II</strong>, si riferisce ancora al contesto di Genna Maria, vani 11 e 12, ma viene definito Genna Maria II per distinguerlo dal precedente. Tra gli altri contesti dove sono stati rinvenuti reperti di questo periodo, c&#8217;è quello di Barumini, ed il sepolcreto a pozzetti, cippi-nuraghi e statue, rinvenuti a Mont&#8217;e Prama, in territorio di Cabras, vicino ad Oristano.</p>
<h4>Il periodo Orientalizzante Antico e Medio-Evoluto</h4>
<p>Ma è verso il 730 a.C. che la presenza dei Fenici in Sardegna diviene stabile, si insediano, fondano le principali città, e vi si insediano. Tra il 730 ed il 580 a.C., si sviluppa il <strong>periodo Orientalizzante</strong>. In questo periodo continua, pur riducendosi come numero, la presenza di manufatti Sardi in quasi tutte le regioni del Mediterraneo, che hanno apprezzato i loro manufatti del periodo geometrico.</p>
<p>Nella fase iniziale, durante il periodo <strong>Orientalizzate Antico</strong>, gli insediamenti e i depositi costieri nella parte meridionale dell&#8217;isola, usati come scali marittimi e commerciali, diventano veri centri abitati. In questo periodo, i Fenici realizzano città importanti e potenti, belle e molto decorate.</p>
<p>Nella seconda fase del periodo, chiamato <strong>Orientalizzante Medio-Evoluto</strong>, emerge un rapporto privilegiato con l&#8217;Etruria, ma con direttrice invertita. Infatti, sono gli Etruschi a viaggiare in direzione della Sardegna, ed influenzano in modo significativo la produzione ceramica locale.</p>
<p>I Sardi si trovano, inoltre, a subire l&#8217;intraprendenza commerciale e politica dei Fenici, che, insediatisi sulle coste, tendono ad estendere la loro influenza culturale e politica in porzioni sempre maggiori del territorio, soprattutto nell&#8217;area del Sulcis.</p>
<h4>L&#8217;ultimo periodo della presenza fenicia sull&#8217;isola, denominato periodo Arcaico</h4>
<p>Negli ultimi anni della presenza fenicia in Sardegna, tra il 580 ed il 510 a.C., si sviluppa il <strong>periodo Arcaico</strong>, ma questo periodo, assai breve, è molto meno conosciuto di quello precedente. Nel periodo Arcaico, la fondazione, da parte di profughi greci provenienti da <em>Focea</em>, in Turchia, delle colonie di <em>Massalia</em>, oggi Marsiglia, sulla costa francese, di <em>Alalia</em>, in Corsica, e dell&#8217;emporio di <em>Gravisca</em>, oggi nota come porto Clementino, presso Tarquinia in provincia di Viterbo, iniziano a spezzare, con la presenza greca, il duopolio etrusco-fenicio nel Tirreno.</p>
<p>Ha inizio la presenza di popolazioni greche, almeno in aree portuali, libere e non ancora controllate dai Fenici, in particolare a Cagliari e ad Olbia, scalo fondamentale, come <em>Alalia</em>, per la navigazione dei Sardi verso l&#8217;Etruria e la costa francese. La presenza fenicia nell&#8217;isola prosegue, comunque, fino all&#8217;occupazione cartaginese delle piane della Sardegna, intorno al 510 a.C., suggellata dal primo accordo tra Roma e Cartagine, in una data assai vicina a quella che in Grecia chiude la fase arcaica e inizia quella classica.</p>
<h3>L&#8217;influenza della presenza fenicia in Sardegna</h3>
<p>Il contatto con i Fenici porta alla popolazione locale numeroso vantaggi. Questi vanno dalla introduzione della <strong>scrittura</strong>, che rappresenta un evento rivoluzionario nello scenario culturale sardo, alla nascita del concetto di città del quale abbiamo già parlato.</p>
<h4>La struttura sociale della società fenicia</h4>
<p>I Fenici sono <em>frazionati politicamente</em>. Ogni città è sovrana, ed è governata da un monarca, in genere ereditario, affiancato da un consiglio di anziani, espressione dell&#8217;<em>oligarchia</em> di commercianti e armatori, che ne limita la sovranità.</p>
<p>Ma la vera conquista in quel periodo, secondo l&#8217;archeologo Giovanni Lilliu, è l&#8217;organizzazione politica, che ruota intorno al parlamento del villaggio, nel quale un&#8217;assemblea composta dai capi e dalle persone più influenti, si riunisce per discutere sulle questioni più importanti e sulla giustizia. Secondo Giovanni Lilliu, questa forma di governo, benché non originale ed esclusivo della Sardegna, si ritroverà ancora intatto, dopo duemila anni, nello spirito delle «Coronas» del periodo Giudicale.</p>
<h4>L&#8217;economia</h4>
<p>Dai Fenici la popolazione locale impara a sfruttare meglio le risorse naturali dell&#8217;isola: migliora lo sfruttamento dei giacimenti minerari, inizia la coltivazione della palma e dell&#8217;ulivo, la produzione del sale, migliorano le conoscenze per la pratica della pesca. Porta anche la conoscenza di divinità diverse rispetto a quelle che avevano adorato per secoli.</p>
<p>Con il prosperare dei commerci, i prodotti della metallurgia e i manufatti Sardi raggiungono ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste siro-palestinesi a quelle spagnole e atlantiche. Quanto alle merci importate dai Fenici, sono soprattutto oggetti di lusso o stoviglie destinate ai banchetti, e provengono principalmente dalle città dell&#8217;Etruria.</p>
<p>I Fenici utilizzano la <strong>porpora</strong>, una sostanza rossa estratta dalla conchiglia di alcuni animali marini, per colorare le vesti. La porpora, però, era già conosciuta prima dei Fenici, dato che secondo la Bibbia Mosè affidò la costruzione dell&#8217;arca dell&#8217;alleanza a <em>Ooliab</em> della tribù di Dan, che intesseva la porpora viola, rossa scarlatto e ricamava il bisso.</p>
<p>Come già detto, secondo Esichilo in Sardegna, nella località dove sorgeva Cornus, era fiorente l&#8217;industria della porpora che era esportata in tutto il Mediterraneo con il nome di «ba&#8217; mma Sardianica», ossia tinta scarlatta sarda, ed ancora oggi gli abitanti del luogo lo chiamano «Campu &#8216;e corra», dove <em>corra</em> è il nome che danno al mollusco della famiglia dei gasteropodi, dal quale essa veniva estratta.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/505/037.jpg" target="_new" title="Sant'Antioco-Chiara Vigo che conserva la tradizione della lavorazione del bisso"></a>Per non parlare del <strong>bisso</strong>, detto anche la seta di mare, che viene ricavato da un filamento che secerne un mollusco, la <em>Pinna Nobilis Setacea</em>, che si trova, tra l&#8217;altro, nei fondali dell&#8217;isola di Sant&#8217;Antioco. E proprio a Sant&#8217;Antioco ancora oggi vive ed opera <em>Chiara Vigo</em>, l&#8217;ultima persona al mondo che raccoglie, carda, fila, tesse il bisso, e che lo tinge secondo l&#8217;antichissima tradizione.</p>
<h4>Come cambiano i villaggi e si avvia la costruzione delle città fenicie</h4>
<p>Nella prima età del Ferro, in Sardegna vengono superati i nuclei abitativi dipendenti dalla residenza del capo, ubicati in prossimità e direttamente dipendenti dal nuraghe, oppure distanti da esso ma legati al terreno agricolo e pastorale. Avvengono, inoltre, notevoli cambiamenti nell&#8217;assetto di alcuni nuraghi, che subiscono ristrutturazioni, a volte addirittura il parziale smantellamento di alcune delle torri e dei bastioni, come testimoniato, tra l&#8217;altro, dal nuraghe <em>Genna Maria</em>, a Villanovaforru. Ed intorno ai nuraghi, sempre più complessi ed elaborati, aumenta il numero delle capanne e vi è un ampio incremento demografico. La trasformazione dei nuraghi, indica che, ormai, il centro della comunità è diventato il villaggio.</p>
<p>Cambia, anche, l&#8217;assetto dei villaggi preistorici, con il passaggio dalla capanna circolare, a un complesso di diversi ambienti delimitati da un unico perimetro murario. Si tratta dei cosiddetti isolati, che tendono ad affermarsi con la comparsa della cultura fenicia. Le case sorgono spesso a ridosso, o sopra, i resti delle cinte antemurali di quelle che erano le regge nuragiche, e sono costituite da isolati formati da più ambienti, in genere da 6 ad 8, disposti inttorno a un cortile centrale.</p>
<p>Già dall&#8217;inizio del periodo Geometrico, i villaggi Sardi tendono all&#8217;urbanizzazione, ma non è chiaro quanto sia sviluppato questo processo. Gli isolati abitativi sono costituiti da vani a sviluppo prevalentemente rettilineo, con tetti lignei a spiovente. Le case sono relativamente semplici e modeste, con i muri di mattoni di fango o di pietre di media e piccola pezzatura, che vengono poi intonacate con la calce, mentre nel Campidano sono realizzati con muri di mattoni di fango chiamati <em>ladiris</em>, ed i pavimenti sono in terra battuta. Le case possono essere a pian terreno o a un piano, hanno spesso un cortile su cui si affacciavano le varie stanze. I vani hanno diverse destinazioni: per la preparazione dei pasti, per il pernottamento, come laboratori; ed a volte alcuni isolati comprendono anche un piccolo ambiente circolare provvisto di bacile e vasca, con adiacente un forno, destinato ai lavacri con acqua fredda e calda, ad uso termale. Le case sono, spesso, provviste di una cisterna per raccogliere l&#8217;acqua piovana. Sono presenti i primi forni per la ceramica con colonnina centrale, forni per il pane, oltre a resti di fornaci per fonderia, ed anche torchi per la vinificazione. Si notano anche i primi segni di viabilità, e nell&#8217;abitato di San Sperate si trova una larga strada lastricata. Frequenti nei villaggi sono i pozzi idrici, ed a volte si trovano anche canalette per il deflusso dell&#8217;acqua.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/505/014.jpg" target="_new" title="Sant'Antioco-Oggetti trovati in un'abitazione fenicia"></a><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/505/013.jpg" target="_new" title="Sant'Antioco-Oggetti trovati in un'abitazione fenicia"></a>Nel periodo Orientalizzante Antico sono ancora in uso gli ambienti circolari con bacile e vasca, e nel Campidano continua l&#8217;uso di case ad ambienti rettangolari con muri di mattoni di fango. Ma i principali segni dell&#8217;evoluzione del villaggio verso la città, è la presenza, in essi, della sala del consiglio, uno o più templi ed il santuario, che sorgeva sull&#8217;<em>acropoli</em>. Sono le sedi, rispettivamente, dei rappresentanti politici e religiosi della comunità. C&#8217;è, inoltre, spesso una palestra, funzionale alla crescita dei giovani.</p>
<p>É scarsa la conoscenza dell&#8217;edilizia abitativa nel periodo Orientalizzante Medio-Evoluto, così come di quello Arcaico, a causa dei pochi scavi effettuati in aree abitative, e dell&#8217;assenza di contesti funerari relativi a questo periodo. Le case sono, comunque, a vani quadrangolari, realizzate con basamenti in muratura, sul quale si alzano i muri in mattoni di fango. In questo periodo gli insediamenti diminuiscono in numero, ma in compenso si nota la tendenza all&#8217;inurbamento anche nelle aree campidanesi.</p>
<p>Delle città e delle fortezze fenicie ci restano, oggi, solo le <em>necropoli</em> ed i tophet, dato che, sui loro centri abitati, verranno edificate le città puniche; e, successivamente, su queste, le città romane.</p>
<h4>Le ceramiche</h4>
<p>La lavorazione della ceramica da parte della popolazione locale, nell&#8217;età del Ferro, è la logica prosecuzione di quella che si era effettuata nell&#8217;ultima età del Bronzo. La ceramica, che era caratterizzata da decorazioni in stile geometrico, con l&#8217;età del Ferro si caratterizza ancora per l&#8217;ornato di tipo geometrico, ma anche per un trattamento delle superfici a volte molto più curato.  Le produzioni ceramiche tornano, infatti, ad essere riccamente decorate, con caratteristiche orientalizzanti.</p>
<p>Le principali forme dei vasi del periodo Geometrico I, sono le brocche con bocca a taglio obliquo, con il corpo che tende al globulare; anfore con il collo alto e con l&#8217;ansa a gomito rovescio; ed anche scodelloni lenticolari biansati e scodelline a calotta sferica; ciotole decorate con simboli in rilevo; e molte altre forme. Nelle ceramiche, la decorazione si limita a motivi simbolici in rilievo, a isolate fasce orizzontali impresse a stecca sulla spalla delle brocchette askoidi, e a grossi punti impressi sulle anse a bastoncello schiacciato inferiormente dei vasi potori.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/406/035.jpg" target="_new" title="Barumini-Nuraghe su Nuraxi: brocca askoide in ceramica a becco caratterizzata dal collo inclinato su un lato e da un'ansa a ponte fra il collo ed il corpo"></a>Forme tipiche del Geometrico II sono i vasi piriformi, tipici dell&#8217;età del Bronzo, con falso beccucciò, a volte decorati con figure umane e con disegni di nuraghi; brocche a collo largo; brocche <em>askoidi</em>; anfore ad alto collo con anse a gomito; fiasche; lucerne cuoriformi a spalla carenata; e poi lucerne a contorno piriforme con protome zoomorfa e pintaderas a disco. Nella ceramica, la decorazione geometrica occupa tutta la superficie delle brocche e delle anfore, con fasce anche verticali disegnate a impressioni superficiali della stecca, o a incisione, o stampigliate.</p>
<p>Nel periodo Orientalizzante Antico, le forme più comuni dei vasi sono le brocche <em>askoidi</em> a largo collo, a volte con anelli in rilievo sul collo; e le brocchette <em>askoidi</em> dal collo stretto a corpo ellissoide. Non si trovano più i vasi piriformi. La ceramica d&#8217;impasto è sovradipinta. In particolare un secchiello con una serie di linee piegate a gomito dette<em>chévrons</em> tra serie di tratti verticali dipinti, e la brocca askoide con la bocca trilobata, risentono del gusto della ceramica euboica e cicladica.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/308/029.jpg" target="_new" title="Antiquarium Arborense-Kantaray (vasi per bere vino) in bucchero etrusco 600-560 a.C. rinvenuti in tombe Fenicie a Tharros"></a>Nell&#8217;età Orientalizzante Medio-Evoluta, nella produzione dei vasi prevale la ceramica sub-geometrica, spesso con un decoro metopale inciso e impresso, che comprende brocche e brocche <em>askoidi</em>a bocca trilobata, secchielli, attingiti, fiasche ed altro. Si trova la ceramica d&#8217;impasto tornita sub-geometrica sovradipinta, e la ceramica tornita con decorazione geometrica dipinta. Iniziano ad arrivare sull&#8217;isola numerosi vasi in bucchero, un tipo di ceramica nera fine e leggerissima prodotta dagli etruschi, e ceramiche italo-corinzie. Notevole anche la presenza di vasellame fenicio.</p>
<h4>La metallurgia</h4>
<p>Il bronzo era usato per fare utensili, dato che il suo punto di fusione è più basso di quello dell&#8217;acciaio. L&#8217;età del ferro inizia con lo sviluppo di tecniche di fusione a temperature più alte.</p>
<p>Durante l&#8217;età del ferro, i migliori utensili e armi sono fatti d&#8217;acciaio, una lega costituita da ferro e carbonio. Le armi in acciaio e gli strumenti sono pressapoco dello stesso peso di quelli in bronzo, ma più robusti. Tuttavia, l&#8217;acciaio è difficile da produrre con i metodi allora disponibili. Perciò, molti utensili in ferro sono forgiati in ferro battuto.</p>
<p>Si è arrivati rapidamente all&#8217;adozione del ferro per la fabbricazione di utensili ed armi, continuando ad usare il bronzo per oggetti decorativi. Sono molte le armi di questo periodo, soprattutto le lunghe spade a nervatura che sono state rinvenute sugli altari dei templi, ma alcune delle quali sono provviste d&#8217;elsa e risultano utilizzate. Non mancano le spade di varia foggia, spesso simili a quelle impugnate dai guerrieri dell&#8217;età del Bronzo, ed anche, sul finire del periodo, le spade ad antenne come quella rinvenuta a Ploaghe. Si trovano, inoltre, i pugnali, dei tipi con manico ad elsa gammata, che spesso sono rappresentati fissati alla bandoliera di vari personaggi rappresentati nei bronzetti.</p>
<p>Diventa, inoltre, più consistente l&#8217;utilizzo dell&#8217;oro e dell&#8217;argento, utilizzati per la realizzazione di monili e di diversi oggetti d&#8217;ornamento. Difficile determinare la provenienza degli oggetti in oro, che potrebbero essere stati importati dai Fenici e dai Greci, ma anche prodotti dagli stessi Sardi.</p>
<h4>I bronzetti</h4>
<p>Anche la produzione dei bronzetti da parte della popolazione locale, nell&#8217;età del Ferro, è la logica prosecuzione di quella che si era effettuata nell&#8217;ultima età del Bronzo.</p>
<p>Comunque, a questo periodo da alcuni sono attribuiti i <strong>bronzetti in stile popolaresco o Mediterraneo</strong>, quello che viene chiamato anche<strong>stile Abini-Serri</strong>, di cui abbiamo visto diversi esemplari nella pagina dedicata all&#8217;età del Bronzo ed agli Shardana. Ed anche le sculture dei<strong>colossi in calcare di Mont &#8216;e Prama</strong>, rinvenute vicino a Cabras, anch&#8217;esse descritte nella pagina dedicata all&#8217;età del Bronzo ed agli Shardana. La cronologia è sostenuta dai confronti stilistici con i bronzetti dello stile Abini-Serri, datata in base all&#8217;utilizzo della necropoli a pozzetti, simili a quella di Antas, oltre che dalle ceramiche rinvenute nel corso degli scavi, ed infine da uno scarabeo ellittico di tipo Hyksos rinvenuto nella Tomba T 25, simile a un esemplare rinvenuto in una tomba di Tiro databile intorno al 760-740 a.C.. La loro datazione è, comunque, estremamente incerta, ed oscilla dall&#8217;VIII al IX o addirittura al X secolo a.C.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/501/003.jpg" target="_new" title="Fluminimaggiore-Tempio di Antas: statuetta di un eroe o una divinità nuda itifallica"></a>Al Geometrico I, ossia nell&#8217;VII secolo, è attribuita la realizzazione della statuina di un eroe o una divinità nuda itifallica, ossia con un evidente fallo in erezione, rinvenuta nel corso dei lavori di scavo effettuati nel tempio di Antas, a Fluminimaggiore.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/005-186.jpg" target="_new" title="Dorgali-Statuetta di un sacerdote pugilatore"></a>Alcuni attribuiscono alla fase del Geometrico II, ossia ai decenni intorno alla metà del VII secolo a.C., il bronzetto, connotato dagli occhi cerchiati, chiamato, secondo una definizione di Giovanni Lilliu, bronzetto del sacerdote pugilatore, rinvenuto a Dorgali. La definizione di pugilatore appare, presumibilmente, impropria, dato che più che uno scudo, di solito rigido, tiene in testa qualcosa di flosciò, e pugno ed avambracciò sono inguainati e rigidi. Quindi il bronzetto di Dorgali potrebbe raffigurare un fedele che, accostandosi alla divinità, si mette sul Capo un panno in segno di deferenza alla divinità stessa.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/804/049.jpg" target="_new" title="Oliena-Villaggio Sa Sedda e Sos Carros: &lt;em&gt;askos&lt;/em&gt; in lamina di bronzo con versatoio e protome bovina, ispirato a modelli ciprioti"></a>Nel periodo Orientalizzante Antico, la produzione bronzea inizia a risentire fortemente dell&#8217;influenza fenicia. Si diffondono diverse varianti di lucerne e diversi contenitori pregiati, come una brocchetta askoide in bronzo con palmetta, di imitazione fenicia, ed una brocca askoide con protome bovina.</p>
<p>Nell&#8217;Orientalizzate Medio-Evoluto, prosegue la produzione di bronzi figurati e di navicelle in stile orientalizzante, piuttosto manieristiche, in prevalenza a scafo trapezoidale, provviste di maniglia con un anello.</p>
<h4>L&#8217;artigianato dell&#8217;epoca fenicia</h4>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/505/015.jpg" target="_new" title="Sant'Antioco-Il Vaso della Vita trovato nel tophet fenicio (vaso nebulizzatore di profumo)"></a>L&#8217;artigianato dell&#8217;epoca fenicia produce ceramiche raffinate e strumenti sempre più elaborati, mentre aumenta la qualità delle armi. Di questo periodo della storia dell&#8217;isola ci resta soprattutto un&#8217;arte a carattere sacro, con piccole sculture dedicate alle divinità, cippi e steli votive. Ci restano, poi, raffinate ceramiche e vasetti per la conservazione dell&#8217;olio profumato.</p>
<p>In questo periodo i Santuari diventano le banche dei villaggi, che conservano le riserve comunitarie in metallo e di altro tipo, ed accumulano consistenti ricchezze. Per misurare le ricchezze si ricorre ai pesi da bilancia, che si presentano in forme diverse: discoidale, a botticella, parallelepipeda, a campana. Risultano realizzati in pietra, in bronzo ed in piombo, con segni numerali che ne indicano il valore. I segni numerali, ora geometrici ora letterari, appaiono oltre che nei lingotti in rame a pelle di bue, detti <em>ox-hide</em>, e si trovano incisi o impressi su recipienti fittili e su elementi architettonici.</p>
<p>Tra gli attrezzi più diffusi citiamo le asce a margini rialzati e le asce bipenni e piatte, scalpelli con immanicatura a cannone, e altri strumenti usati nella lavorazione del legno. Questo è il periodo in cui si diffondono nell&#8217;isola i grandi calderoni derivanti da esperienze metallurgiche cipro-fenicie, prima con attacchi a spirale e poi, verso la fine del periodo, con attacchi a fiore di loto. Come i tripodi ed altri manufatti in bronzo legati ai cerimoniali nei templi. Nei templi si trovano, con grande frequenza, i bottoni conici e le navicelle in terracotta e in bronzo, offerte alle divinità.</p>
<h4>La religiosità</h4>
<p>Nella religione dei Fenici sono personificate le forze della natura, che variano da regione a regione oltre a variare nel tempo. La cosmonogia fenicia ha inizio con l&#8217;unione del <em>caos primitivo</em> con una divinità chiamata <em>El</em>, un dio del pantheon dell&#8217;area semitica siro-palestinese e della mesopotamia, spesso presentato con caratteristiche del dio supremo. I Fenici credono che dà questa unione nasce un uovo, il <em>mot</em> ossia l&#8217;<em>uovo cosmico</em>, e che una sua rotazione violenta avesse separato terra e acque. Poi furono creati gli dei e fu fatto l&#8217;uomo, da cui ebbero origine la vita animali e quella vegetale.</p>
<p>I Fenici non hanno sviluppato mai il concetto di un dio solo, di una divinità suprema. Sono sempre stati politeisti. Nella loro religione esiste una trinità: <em>El</em>, <em>Baal</em> e <em>Astarte</em>. Il dio <em>El</em> è, come già detto, il padre degli dèi, un dio inafferrabile, lontano dall&#8217;uomo. Ma, oltre ad esso, anche i Fenici, come i Sardi, adorano i due principi della vita, quello maschile e quello femminile.</p>
<p>La principale divinità maschile è <em>Baal</em>, padre di tutte le cose, che ogni anno a febbraio muore e poi risorge, richiamando il ciclo delle stagioni: si sacrifica per l&#8217;uomo morendo e risorgendo per lui. Il termine <em>Baal</em> si trova anche nella bibbia, ed in ebraico vuol dire signore, possessore o marito.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/503/024.jpg" target="_new" title="Carbonia-monte Sirai: il Tempio di Ashtart"></a><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/astarte-2b4.jpg" target="_new" title="Carbonia-monte Sirai: statua di Ashtart (&lt;em&gt;Museo Archeologico Nazionale&lt;/em&gt; di Cagliari)"></a>La divinità femminile è <em>Astarte</em> o <em>Ashtart</em>, che verrà chiamata <em>Tanit</em> a Cartagine, è la grande Madre, la dea della fecondità e del piacere, colei che dà calore, che dà fertilità ed anche sicurezza all&#8217;uomo. E, come auspiciò per la fertilità, presso i Fenici si celebra il rito della<em>prostituzione sacra</em>, per il quale ogni donna, solo una volta l&#8217;anno, in occasione di particolari feste, concede all&#8217;uomo il proprio corpo, per consentirgli di corrispondere direttamente con la divinità.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/bes-00d.jpg" target="_new" title="Carbonia-monte Sirai: Lastrina in osso raffigurante il dio Bes, divinità guaritrice"></a>Oltre a questi dei, nelle varie città ne sono presenti altri, come soprattutto <em>Melqart</em> o <em>Melkart</em>, una divinità maschile di Tiro che rappresenta un punto di contatto nella mitologia di culture adiacenti, protettore dei naviganti, il cui nome significa «re della città». La religiosità popolare si avvale di ulteriori divinità, ciascuna preposta a tutelare da un singolo male, per cui ad esempio il dio <em>Bes</em>, nano deforme di origine egizia cui sono dedicate la Sardegna e le isole Baleari, ha la fama di proteggere dai morsi dei serpenti velenosi o degli scorpioni, che infatti non esistono in queste isole.</p>
<p>Inoltre i Fenici avevano in comune con i Sardi il culto dei betili, cioè le pietre o pilastri sacri nei quali si credeva scendesse ad abitare la divinità. Già dal periodo Geometrico, fanno la loro comparsa i Santuari. In alcuni villaggi, di grande rilevanza politica e religiosa e da considerare come ossero i capoluoghi distrettuali, i templi dell&#8217;età del Bronzo Recente e Finale, vengono inseriti in grandi aree sacre che comprendono nuovi edifici sacri. Continuano ad essere utilizzati anche i templi dedicati al culto delle acque, e forse ancora costruiti nella primissima fase dell&#8217;età del Ferro.</p>
<p>I luoghi di culto delle città fenicie si trovano sempre in un luogo sacro, in posizione elevata, l&#8217;<em>acropoli</em>, un luogo dove sorge il santuario, e dove si prega e si offrono agli dei pani, frutta, fiori, profumi, e si effettua pure il sacrificio degli animali.</p>
<h4>Il culti dei morti con la realizzazione delle necropoli e dei tophet</h4>
<p>Allo stato attuale sono poche le aree sepolcrali del Geometrico investigate, ma di grande rilevanza. Le sepolture non sono più collettive, ma individuali. Si tratta di una vera rivoluzione per la Sardegna, che era stata una delle patrie dei sepolcri collettivi. Già all&#8217;avvio del primo Ferro le tombe sono caratterizzate da pozzetti, in cui gli inumati sono deposti seduti, forse nella posizione del banchetto. In questo periodo sono note anche altre tipologie di tombe individuali: a fossa ed in tafoni. Si mantiene, comunque, in alcune tombe di giganti l&#8217;antico rito dell&#8217;inumazione collettiva.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/503/025.jpg" target="_new" title="Carbonia-monte Sirai: la necropoli Fenicia con una settantina di fosse di incinerazione"></a>Nel periodo Orientalizzate inizia la costruzione delle città. Ogni città fenicia ha una <strong>necropoli</strong>, la città dei morti, che sorge al di fuori delle mura cittadine. La sepoltura è per incinerazione, cioè la cremazione del corpo le cui ceneri vengono raccolte e sistemate in vasi di terracotta e quindi seppellite. L&#8217;inumazione, cioè la sepoltura semplice nella nuda terra, si viene ad affermare solo successivamente, per i contatti con i Cartaginesi. Sono stati rinvenuti diversi tipi di sepoltura, che variano probabilmente a seconda del rango sociale del defunto: semplici fosse di incinerazione, urne cinerarie sepolte nella terra, sarcofaghi scavati nella pietra calcarea e ricoperti da tegole in terracotta o da una lastra in pietra calcarea. Nell&#8217;area sulcitana ha inizio un intenso processo di osmosi tra la cultura locale e quella fenicia, e non è da escludere che sia stata adottata la sepoltura ad incinerazione anche dà parte della popolazione sarda.</p>
<p>Caratteristica delle città Fenicie sono inoltre i <strong>tophet</strong>, luoghi sacri per i sacrifici alle divinità, dove vengono bruciate le salme dei defunti che, non avendo ancora affrontato i riti di iniziazione, non possono venire sepolti nella necropoli. Si tratta quindi delle sepolture dei bambini. In Sardegna resti di un tophet si vedono tra le rovine di Tharros e sul monte Sirai, ma il più noto è il tophet di Sant&#8217;Antioco, dove sono stati trovati vasi di terracotta contenenti le ceneri di oltre 5.000 bambini, spesso in compagnia di piccoli animali domestici, e molti altri sono ancora sepolti.</p>
<p>In base ai resoconti degli antichi Romani, che però ne erano avversari e quindi ne davano un giudizio non sempre imparziale, si è ritenuto che si trattasse di <em>cruenti sacrifici dei primogeniti</em> delle più alte classi sociali: questo a dimostrazione che gli avversari dei Romani erano incivili e crudeli. Oggi una interpretazione storica più attendibile ci fa escludere questa interpretazione, dato che si ritiene improbabile che, in un&#8217;epoca nella quale solo una minima percentuale dei bambini sopravvive alle malattie della prima infanzia ed arriva alla maggiore età, vengano offerti in sacrificio i primogeniti, e soprattutto quelli delle famiglie più abbienti.</p>
<p>Da analisi effettuate in questi ultimi anni proprio sui reperti del tophet di Sant&#8217;Antioco, si è infatti visto che molti erano feti, per cui oggi si tende a ritenere che in gran parte si sia trattato proprio di <em>aborti</em> o di<em>morti premature</em> avvenute prima delle cerimonie di iniziazione. I corpi dei neonati o di piccoli animali sacrificati, venivano bruciati, e le loro ceneri venivano collocate in un&#8217;urna di terracotta che, coperta con un piattino, veniva sistemata negli anfratti naturali del terreno. Li vicino si trova un altare, che alcuni studiosi hanno ipotizzato come il luogo dove avvenivano i sacrifici, e dal quale, poi, partiva la processione che portava i resti al tophet. I piccoli animali domestici venivano probabilmente sacrificati alla divinità per scongiurare il ripetersi di un simile luttuoso evento. Ed una stele funeraria veniva posta sul luogo dove era sepolta l&#8217;urna con le ceneri del defunto, per ringraziare la divinità, probabilmente dopo la nascita di un nuovo figlio.</p>
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<h4>Lo scontro tra Fenici e Cartaginesi</h4>
<p>L&#8217;incontro nell&#8217;isola, avvenuto intorno alla metà del VI secolo a.C., tra Fenici e Cartaginesi, dunque tra due culture che si riconoscono nello stesso modello politico, economico e sociale, provoca un conflitto che non si era manifestato all&#8217;arrivo nell&#8217;isola dei Fenici, che erano stati ben accolti dalla popolazione locale.  l&#8217;esito finale di questo scontro, è il passaggio della Sardegna sotto il controllo di Cartagine.</p>
<h3>Le principali città fenicie in Sardegna</h3>
<p>Nel periodo Orientalizzante, i Fenici passano dagli insediamenti e depositi costieri alla edificazione di vere e proprie città. La nascita del concetto di <strong>città</strong> costituisce una organizzazione della comunità per la popolazione del tutto nuova, rispetto a quella che era la vita dei villaggi.</p>
<p>Le principali città realizzate dai Fenici sono <em>Sulki</em>, con più all&#8217;interno la città fortificata di <em>monte Sirai</em> e la fortezza di <em>Pani Loriga</em>, e di <em>San Giorgio</em>, vicino a Portoscuso, tutti nel Sulcis. Sorgono, poi, le installazioni di <em>Tharros</em> e di <em>Othoca</em>, nell&#8217;Oristanese, quelle di <em>Bythia</em>, di<em>Nora</em>, e di <em>Karalis</em>, nel Cagliaritano; e probabilmente anche di Olbia. Vengono realizzati anche diversi centri minori.</p>
<h4>Tharros, oggi San Giovanni di Sinis</h4>
<p>Nel comune di Cabras, vicino a San Giovanni di Sinis, sul promontorio che chiude verso nord l&#8217;ampio golfo di Oristano, si trova la laguna di Mistras. Durante uno scavo in questa laguna, è stato rinvenuto un muro sommerso lungo circa cento metri, che sembra facesse parte di una struttura portuale molto antica, e, dato che solo nel 1200 a.C. il livello del mare è salito inghiottendo tutte le pre-esistenti costruzioni, si ritiene oggi che fosse collocato fra gli insediamenti costieri degli Shardana.</p>
<p>Su questo insediamento, viene fondata dai Fenici, a partire dalla seconda metà dell&#8217;VIII secolo a.C., la città di <strong>Tharros</strong>, sulla quale è stata successivamente edificata la città punica ed in seguito quella romana. I Fenici trovano, nelle caratteristiche della penisola, le condizioni ideali per l’insediamento di una cittā portuale, grazie ai due possibili approdi naturali alternativi, a nord ed a sud del promontorio.</p>
<p>Della Tharros fenicia resta assai poco, e quel che resta è legato soprattutto all&#8217;ambito funerario e votivo. Sono stati rinvenuti i resti di due necropoli a incinerazione di epoca fenicia: la necropoli sud, situata a Capo San Marco; e l&#8217;altra, la necropoli nord, a San Giovanni di Sinis, vicino ai resti dell&#8217;abitato fenicio. Proprio accanto a quest&#8217;ultima, nell&#8217;area di Murru Mannu, si trovano i resti del tophet fenicio, circondato da un recinto sacro e contenente all&#8217;interno le urne con i resti ridotti in cenere dei bambini e degli animali sacrificati.</p>
<h4>Othoca, oggi Santa Giusta</h4>
<p>Dove sorge l&#8217;odierna Santa Giusta, situata sulla riva dell&#8217;omonimo stagno poco a sud di Oristano, nella seconda metà dell&#8217;VIII secolo a.C. i Fenici, più o meno contemporaneamente a <em>Tharros</em>, hanno costituito un emporio commerciale del quale ignoriamo il nome fenicio, ma che verrà successivamente denominato dai Cartaginesi<strong>Othoca</strong>. Il geografo Claudio Tolomeo, nel II secolo d.C. menziona la città nella forma alterata <em>Othaia</em>, indicandone le coordinate geografiche.</p>
<p>L&#8217;attribuzione dell&#8217;origine di <em>Othoca</em> ai Fenici è frutto degli scavi archeologici degli ultimi 130 anni, ed è noto che il centro sorge su un precedente insediamento sardo del Bronzo recente e della prima età del Ferro. È molto significativo, a tale proposito, il fatto che in una tomba a fossa nella necropoli, qualche decennio fa, è stata rinvenuto un defunto, nel cui corredo c&#8217;erano pure due stiletti in ferro, che potrebbero costituire le insegne di rango di un personaggio sardo.</p>
<p>Nell&#8217;insediamento, al quale se ne è sovrapposto uno successivo punico, sono stati rinvenuti importanti materiali di produzione fenicia della seconda metà dell&#8217;VIII secolo a.C., e dei primi decenni del VII secolo a.C..</p>
<p>La necropoli Fenicia di Othoca, che si sviluppava a sud dell&#8217;abitato, documenta il rito della cremazione, ed ha restituito materiali dalla seconda metà del VII agli inizi del VI secolo a.C.. Essa, che è prevalente, e dell&#8217;inumazione. I corredi funebri presentano anche vasi d&#8217;importazione etrusca e greca, il che sta a documentare l&#8217;apertura commerciale dell&#8217;insediamento.</p>
<h4>Sulki o Sulci, oggi Sant&#8217;Antioco</h4>
<p>Nell&#8217;estremo sud occidentale dell&#8217;isola, nell&#8217;isola di Sant&#8217;Antioco presso la città omonima, sono stati rinvenuti i resti della città fenicia di <strong>Sulki</strong>, chiamata anche <strong>Sulci</strong>. La più antica ceramica fenicia trovata, quella più arcaica, anche di fattura orientale, è associata a vasellame greco realizzato in stile tardogeometrico. In base a questi ritrovamenti, si ritiene che la realizzazione di Sulky sia iniziata nella prima ondata della colonizzazione fenicia, verso la metà del VII secoloa.C., nel periodo geometrico II. A favore di questa ipotesi gioca anche il ritrovamento di recipienti di chiara fattura libanese.</p>
<p>Dei resti di Sulki, è stata rinvenuta solo una sovrapposizione di ambienti rettangolari e quadrangolari, disposti come in tutte le città fenicie secondo uno schema ortogonale, edificati con pietre di piccole e medie dimensioni, legato con malta di fango, con un alzato in mattoni in terra cruda, ed i piani di calpestio sono in terra battuta ed in argilla. In uno di questi ambienti è stato rinvenuto un silos contenente i resti di derrate alimentari, probabilmente di cereali É stata rinvenuta anche una cisterna di forma quadrangolare, nella quale sono state rinvenutoe diversse ceramiche, riferibili a varie epoche, ma per la maggior parte riconducibili al periodo cartaginese.</p>
<p>Per quanto riguarda la necropol fenicia, la si può localizzare probabilmente sulla costa, sotto l&#8217;area portuale. Ma più importatne è, invece, il <em>tofet</em>, situato all&#8217;estremità settentrionale dell&#8217;abitato, in<em>località Guardia de Is Pingiadas</em>, da sempre indicata dalla gente del posto con il nome di <em>Vedetta delle Pignatte</em>. Nel tophet di Sant&#8217;Antioco, sono presenti sepolture a <em>enchytrismos</em>, ossia all&#8217;interno di anfore; sono stati trovati, infatti, vasi di terracotta contenenti le ceneri di oltre 5.000 bambini, spesso in compagnia di piccoli animali domestici, e molti altri sono ancora sepolti. È stato attivo dall&#8217;VIII al I secolo a.C. ed è il più importante tophet di tutta la Sardegna ed uno dei principali al mondo, dato che solo quello di Cartagine è superiore come numero di urne e steli funerarie. Il primo impianto del tophet risale al primo periodo di vita dell&#8217;insediamento fenicio, dato il rinvenimento di tegami monoansati di chiara fattura fenicia ma di derivazione nuragica, sintomo di un integrazione pacifica dei nuovi venuti con le popolazioni locali. Al tophet di Sulki è dedicata un&#8217;ampia descrizione più avanti.</p>
<h4>La città fortificata di monte Sirai</h4>
<p>Proprio di fronte alla città di Carbonia, in posizione dominante a 194 metri sul mare in modo da controllare dall&#8217;alto tutta la costa sottostante, dagli abitanti di Sulki o forse da quelli dell&#8217;<em>emporio commerciale</em> di Portoscuso, ove è stata rinvenuta di recente una necropoli Fenicia, viene edificata intorno al 725 a.C. la città fortificata di <strong>monte Sirai</strong>.</p>
<p>L&#8217;abitato di monte Sirai si sviluppava attorno ad un vecchio nuraghe, ed era costruito intorno a un luogo sacro chiamato <em>Mastio</em>, poiché si era pensato che avesse scopo militare e difensivo, ma che in realtà era un luogo di culto chiamato <em>Tempio di Astarte</em> o <em>Ashtart</em>. Qui è stata rinvenuta la statua della dea <em>Ashtart</em>, oggi conservata nel Museo Nazionale di Cagliari, oltre ad arredi di culto, statuette in bronzo e placchette di osso, tra l&#8217;altro una rappresentante il dio <em>Bes</em>, maschere in terracotta, ed altro masteriale. Il Tempio, la statua e le placchette, verranno descritti più avanti.</p>
<p>Le abitazioni si trovavano sulla dorsale rocciosa dal Mastio, verso sud ovest, poi occupato dagli edifici punici, tra i quali emerge solo piccola parte delle strutture murarie fenicie. Si può ipotizzare, comunque, che le abitazioni di epoca fenicia fossero formate da più ambienti raccolti attorno ad un cortile centrale.</p>
<h4>La città fortificata di Pani Loriga</h4>
<p>Più all&#8217;interno, nel comune di Santadi, viene edificata in posizione dominante, in modo da controllare dall&#8217;alto tutta la zona circostante, la fortezza di <strong>Pani Loriga</strong>. L&#8217;insediamento sorge su un rilievo isolato all&#8217;incrocio tra due vie al centro della piana di <em>Su Pranu</em>: una verso il Campidano e l&#8217;altra, lungo il corso del fiume <em>Riu Mannu</em>, verso il Cagliaritano. È evidente l&#8217;importanza strategica del sito, che si trova in rapporto visivo con l&#8217;abitato di Sulki, i collegamenti con il quale erano facilitati dal corso del <em>Rio Palmas</em>, che era allora navigabile.</p>
<p>La città fortificata è stata fondata nel VII secolo a.C. da coloni Fenici insediatisi lungo la costa sud-occidentale. L&#8217;insediamento, forse fortificato fin dall&#8217;inizio, si sviluppa a partire dai primi anni del VI secolo a.C., e successivamente nell&#8217;età punica. La struttura dell&#8217;abitato doveva avere una forma interna che prevedeva, fin dalla prima concezione, una griglia di abitazioni, intervallate da un sistema di vie rettilinee perpendicolari.</p>
<p>Oltre all&#8217;abitato, è presente una necropoli, il tophet fenicio ed un santuario. La necropoli comprende circa 150 tombe di due diverse tipologie, essendo stata frequentata in epoca fenicia e successivamente in età punica. Le tombe fenicie sono tipiche tombe a fossa, che documentano il rito dell&#8217;incinerazione. Da esse provengono corredi funebri che hanno restituito bocchette con orlo a fungo o con orlo bilobato, orecchini a cestello, scarabei, piatti e tazze, e che appartengono ad epoche che hanno inizio nel VII secolo a.C., data di prima edificazione della città fortificata.</p>
<h4>San Giorgio di Portoscuso</h4>
<p>In <strong>località San Giorgio</strong>, vicino a Portoscuso, a solo sette chilometri verso nord ovest rispetto all&#8217;insediamento fortificato di monte Sirai, è stata rinvenuta una piccola necropoli Fenicia, che comprende undici sepolture databili intorno alla metà del VII secolo a.C..</p>
<p>Le sepolture sono ad incinerazione, con le tombe del tipo a cassetta litica, ed i resti cremati dei defunti sono deposti all&#8217;interno di anfore commerciali, normalmente adibite al trasporto marittimo di derrate alimentari. Il corredo funerario è composto da brocche rivestite di vernice rossa, coppe a un&#8217;ansa, in alcuni casi anche gioielli d&#8217;argento e armi di bronzo.</p>
<p>Non è stato ancora rinvenuto il centro abitato cui apparteneva la necropoli, ma è verosimile che sia localizzato verso nord, nell&#8217;area di Portovesme.</p>
<h4>Bythia, oggi Chia</h4>
<p>A Chia, in territorio di Domus de Maria, sono stati rinvenuti i resti della città fenicia di <strong>Bythia</strong>, che è conosciuta soprattutto grazie ai rinvenimenti effettuati nell&#8217;area della necropoli e del tofet.</p>
<p>Sull&#8217;isolotto di <em>Su Cardolinu</em>, l&#8217;isolotto del fungo, che chiude a sinistra la <em>spiaggia de su Portu</em>, si trovava il tophet fenicio, di cui non è, però, più visibile praticamente nulla. Sull&#8217;isolotto sono presenti anche poche tracce delle mura a pseudo-telaio, che delimitavano l&#8217;area sacra della citta.</p>
<p>Alla destra della spiaggia di Chia, sul promontorio sul quale si trova la Torre di Chia, sono presenti alcuni altri resti. Ma le necropoli, databili tra la fine del VII secolo e l&#8217;ultimo quarto del VI secolo a.C., sono localizzate nella fascia sabbiosa del litoraneo, ad ovest del promontorio, a ridosso della chiusura a sinistra della <em>spiaggia di Sa Colonia</em>, dove aveva sede anche l&#8217;abitato. La tipologia degli interramenti attesta la predominanza delle incinerazioni, sia in fossa scavata nel terreno sia in cista litica, ma si trova, sia pure in misura inferiore, anche la pratica dell&#8217;inumazione, che è stata probabilmente introdotta dai Cartaginesi.</p>
<p>I resti dell&#8217;antica città sono molto difficili da individuare, sia perchè è rimasto molto poco, sia per la particolare struttura della città, priva di un centro urbano vero e proprio.</p>
<p>Gli scavi svolti in diverse aree hanno comunque permesso di localizzare le aree più importanti della città e hanno portato alla luce grandi quantità di reperti dell&#8217;età fenicia.</p>
<h4>Nora</h4>
<p>Il primo insediamento abitativo fenicio in Sardegna è stata <strong>Nora</strong>, situata vicino a Pula, nel comune di Domus de Maria, lungo la costa meridionale dell&#8217;isola. Sono numerose le testimonianze storiche sull&#8217;origine di Nora. Lo scrittore greco Pausania racconta che gli Iberi, sotto la guida di Norace, vennero in Sardegna e vi fondarono Nora, la prima città dell&#8217;isola; tradizione poi ripresa dallo scrittore romano Solino, che specifica la loro provenienza da Tartesso. Si è, comunque, interpretato che gli Iberi guidati da Norace fossero invece i Fenici. A Nora è stata rinvenuta la famosa <em>stele di Nora</em>, che abbiamo già descritta.</p>
<p>I primi scavi effettuati hanno fornito solo poche indicazioni relative alla fase fenicia della città. Nelle case sul litorale è stata rinvenuta ceramica protocorinzia e rodia, e all&#8217;inizio del secolo è stata appena sfiorata una necropoli ad incinerazione fenicia, da cui provengono reperti databili tra la fine del VII e l&#8217;inizio del VI secolo a.C.. Altre testimonianze sono stati pavimenti in terra battuta nella zona a mare, dove si sono trovati di recente materiali della prima metà del VI secolo a.C.. Gli scavi eseguiti a partire dal 1990 hanno permesso di acquisire nuovi importanti dati archeologici, infatti dalle indagini condotte sulle pendici del Coltellazzo e nel foro romano provengono numerosi frammenti fittili databili tra la fine dell&#8217;VIII e la prima metà del VI secolo a.C.. Sono state poi rinvenute alcune strutture riferibili alla tarda età fenicia: un importante complesso sacro nell&#8217;area del Coltellazzo, e un quartiere abitativo e produttivo sotto il foro.</p>
<p>Testimonianza dell&#8217;età fenicia sono anche i suoi tre porti, posti nelle insenature di nord est, nord ovest e sud est, che risultano, comunque, oggi in massima parte sommersi.</p>
<h4>Karalis o Caralis, oggi Cagliari</h4>
<p>Dove successivamente sorgerà la città di Cagliari, viene realizzato nel X o nel IX secolo a.C. un primo scalo fenicio, forse improvvisato. Lo scalo si trova nella zona di San Paolo, all&#8217;interno della laguna di Santa Gilla, che allora era navigabile e facilmente difendibile, e diventa col tempo un approdo stabile per la flotta fenicia, ma non doveva avere strutture permanenti.</p>
<p>In seguito, lo scalo si rende autonomo, viene denominato <strong>Karalis</strong>, chiamato anche <strong>Caralis</strong>, e si pensa che venga spostato al di fuori dello stagno, all&#8217;interno della città, dove si trova adesso la banchina di via Roma. La fondazione urbana risale presumibilmente tra la fine del VII e l&#8217;inizio del VI secolo a.C., quando, da semplice emporio e scalo per merci in transito, diventa il porto naturale della Karalis fenicia, diventando successivamente di importanza primaria e insostituibile per gli scambi commerciali con il Mediterraneo orientale.</p>
<h4>Olbia</h4>
<p>Il maggior numero di resti del periodo punico hanno fatto supporre, sino a un decennio fa, la fondazione di <strong>Olbia</strong> nel IV secolo a.C., ma la presenza di materiali risalenti alla seconda metà del VII secolo, fa ipotizzare un primo insediamento realizzato già dai Fenici.</p>
<p>Dalla seconda metà dell&#8217;VIII alla prima metà del VII secolo a.C., ad Olbia si assiste, infatti, all&#8217;insediamento dei Fenici, dimostrato dal rinvenimento di un frammento di anfora, di un frammento d&#8217;ansa di anfora dipinta, e da una statuetta lignea. Non è provata, ma è possibile, la presenza sull&#8217;acropoli di un santuario dedicato a Melqart, divinità maschile fenicia nume tutelare della città di Tiro, corrispondente all&#8217;Eracle greco; e presso il porto di un santuario dedicato ad Ashtart o Astarte, la Grande Madre fenicia legata alla fertilità, alla fecondità ed alla guerra.</p>
<p>Ma dalla metà del VII fino al VI secolo a.C. provengono solo materiali di <strong>origine greca</strong>, prodotti corinzi ed anche materiali ionici. Dalla presenza nella zona di una colonia greca sarebbe derivato il nome Olbia, da Olbiòs ossia felice, ad indicare la sua felice posizione geografica, poi mutato, per i fonemi della prima lingua sarda, in Ulbia. Nel 535 a.C. nelle acque tra il golfo di Olbia e la Corsica, una flotta di 60 navi dei greci Focesi stanziati nella colonia di <em>Alalia</em> in Corsica, si scontrano con una flotta di navi etrusche e cartaginesi, coalizzate per bloccare la penetrazione greca nel Tirreno. Lo scontro, noto come la battaglia di <em>Alalia</em> o battaglia del Mare sardonio, viene ritenuto da molti studiosi la prima battaglia navale avvenuta nei mari dell&#8217;occidente.</p>
<h4>Altri centri minori</h4>
<p>Probabilmente, oltre alle città già descritte, i Fenici costruiscono diversi altri empori commerciali e centri abitati di più piccole dimensioni, lungo le coste centro e sud occidentali dell&#8217;isola.</p>
<p>Secondo lo storico romano Tito Livio ed il geografo greco Claudio Tolomeo, sulle coste di Cuglieri approdarono i Fenici, che vi costituirono un emporio commerciale, probabilmente in prossimità di<em>s&#8217;Archittu</em>, dove sorse quello che verrà in seguito denominato il<em>Coracodes Portus</em>. All&#8217;interno, nella zona denominata «Campu &#8216;e Corra», sorse la città di <strong>Cornus</strong>, successivamente cartaginese. Del periodo fenicio rimangono, nei resti della necropoli, alcune sepolture ad incinerazione. Secondo Esichilo nella località era fiorente l&#8217;industria della porpora, ed il nome <em>Campu &#8216;e Corra</em> deriva dalla parola <em>Corra</em>, che è il nome che danno al mollusco della famiglia dei gasteropodi, dal quale essa veniva estratta.</p>
<p>Nei dintorni del sistema lagunare formato dagli stagni di Marceddì, San Giovanni e Santa Maria, nella parte sud del golfo di Oristano, si trovano le rovine della città di <strong>Neapolis</strong>, il cui centro portuale fondato alla popolazione locale ha visto la frequentazione di genti orientali già in una fase precoloniale, ma la componente etnica di queste genti non è fenicia, bensì filistea. L&#8217;ipotesi della presenza di filistei residenti in quest&#8217;area è basata, principalmente, su un frammento di sarcofago antropomorfo rinvenuto in quella che probabilmente era la necropoli a nord ovest della città.</p>
<p>Vicino a Villasimius, su quattro colline che si distendono parallele alla costa, nella parte est del golfo di Carbonara, nella metà del VII secolo a.C.è stato realizzato il porto fenicio di <strong>Cuccureddus</strong>, con un magazzino commerciale e con un santuario probabilmente dedicato alla dea <em>Astarte</em>. Le caratteristiche del territorio circostante erano di forte interesse per i Fenici, infatti l&#8217;estuario del <em>rio Foxi</em> costituiva l&#8217;unico porto naturale della Sardegna sud orientale, e in breve costituì una tappa fondamentale sulle rotte da e per l&#8217;Etruria, la penisola iberica, la Sicilia e la costa africana.</p>
<p>In territorio di Villaputzu, sulla sommità di un rilevo denominato<em>Cuccuru Santa Maria</em>, situato presso una larga ansa del fiume Flumendosa a circa tre chilometri dalla foce, è stato fondato l&#8217;abitato fenicio di <strong>Sarcapos</strong>. L&#8217;abitato, del quale restano le successive costruzioni puniche, si trova in una posizione rispetto al Flumendosa che induce a ipotizzare la presenza di un porto fluviale, per consentire alle navi di trovare un rifugio sicuro. Il porto poteva venire utilizzato per l&#8217;imbarco del minerale d&#8217;argento, proveniente dalle miniere del medio corso del Flumendosa.</p>
<p>Forse risale a epoca fenicia anche <strong>Bosa</strong>, nell&#8217;Oristanese, dato che a Bosa è stato trovato un frammento di una iscrizione fenicia, incisa su una lastra di roccia effusiva compatta. Il frammento è stato rinvenuto nel XIX secolo, ma è poi andato perduto, per cui non se ne hanno troppe certezze. La grafia del testo sarebbe stato confrontabile con quella della stele di Nora, e l&#8217;iscrizione, secondo alcuni, avrebbe contenuto il poleonimo <em>BS&#8217;N</em> ad indicare Bosa, ma recentemente è stata proposta in sua vece la lettura <em>BM&#8217;N</em>.</p>
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		<title>Il colle di Sant’Elia e la Torre del prezzemolo</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Sep 2013 14:20:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[storia cagliari]]></category>
		<category><![CDATA[villacidro biz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La torre sorvegliava la spiaggia sottostante e l&#8217;area del Lazzaretto, per segnalare eventuali incursioni verso le saline. Era inoltre in contatto visivo con le vicine torri di Calamosca, Cala Fighera, Sant&#8217;Elia e le fortificazioni di Cagliari. Essendo a circa 34 m slm, aveva una portata ottica di circa 23 km.  La denominazione della</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La torre sorvegliava la spiaggia sottostante e l&#8217;area del Lazzaretto, per segnalare eventuali incursioni verso le saline. Era inoltre in contatto visivo con le vicine torri di Calamosca, Cala Fighera, Sant&#8217;Elia e le fortificazioni di Cagliari. Essendo a circa 34 m slm, aveva una portata ottica di circa 23 km. <br /> La denominazione della torre variò nei secoli, a partire dal toponimo &#8220;Capo Bernat&#8221; o anche &#8220;Cala Bernat&#8221; o &#8220;San Bernardo&#8221; in epoca spagnola. Nel &#8216;700 venne denominata &#8220;di Santo Steffano detta del Lazzaretto&#8221;, &#8220;de la Prajola&#8221; (della spiaggiola), &#8220;Vecchia&#8221; nel XX secolo. Il nome attuale &#8220;del Prezzemolo&#8221; o &#8220;de su Perdusemini&#8221; o &#8220;Petro Semolo&#8221;, già attestato nel XVIII-XIX secolo, è in realtà preso in prestito dalla torre di Cala Fighera, come risulta da un documento del 1740. <br /> Nel 1578 si segnalava la presenza di due torri, una a Calamosca e una Capo Bernat, mantenute a spese della città di Caller. La costruzione della torre risalirebbe a quell&#8217;epoca. Ma già nel 1597, dopo pochi anni dalla costruzione, la torre di Capo Bernat era in restauro. All&#8217;epoca la guarnigione era costituita da due torrieri. Un ulteriore restauro si ebbe nel 1605, quando fu sistemato nell&#8217;ingresso un balconcino pensile. Nel 1606 e 1615 venne aumentata la guarnigione. La torre è presente nella carta spagnola dell&#8217;Archivio di Simancas datata 1625. <br /> La torre del Prezzemolo è una costruzione dalla classica forma troncoconica ma di dimensioni ridotte. Tra le torri costiere è quella più piccola avendo un diametro di fondazione di appena 4,5m e un&#8217;altezza residua di 11 m. Ciò è dovuto all&#8217;angustia del sito dove fu edificata, uno spuntone roccioso con accesso da un&#8217;unica direzione, a ridosso della caletta sottostante. La torre, destinata soltanto alla funzione di avvistamento, era definita &#8220;torrezilla&#8221;. <br /> Come le altre torri del cagliaritano, l&#8217;alloggio interno presentava un&#8217;unica apertura che corrispondeva all&#8217;ingresso. Questo è realizzato con piedritti e architrave in pietra, a circa 4 m dal suolo. Tramite una botola nella volta a cupola si raggiungeva la piazza d&#8217;armi, cioè la terrazza esterna, a sua volta coperta da una mezzaluna (tettoia in canne e coppi utilizzata per dare riparo a soldati e munizioni, dalla forma a semicerchio). <br /> Nel 1638, in seguito all&#8217;entrata in attività della vicina torre di Calamosca, fu dimessa e non comparirà più negli atti ufficiali del XVII e XVIII secolo. In realtà una torre del Lazzaretto compare nella relazione del Cagnoli, I Commissario di Artiglieria, Fabbriche e Fortificazioni, nel 1720. Comunque solo nel 1772 si pensò di riarmarla come punto di posta per fucilieri e per sostegno di una compagnia di fanteria leggera. <br /> In occasione dell&#8217;attacco francese del 1793, l&#8217;ingegnere Lorenzo fece disporre una piccola batteria di cannoni a ridosso della torre, grazie alla quale venne evitato lo sbarco nella spiaggia sottostante. Dopo questo episodio, però, la torre venne definitivamente abbandonata. Nel dicembre 1916 venne restaurata e nel 1967 venne puntellata la roccia su cui sorge, per evitarne lo sfaldamento.</p>
<p><strong>Il promontorio di Sant’Elia fu interessato da eventi storici di portata anche internazionale, come l’attacco anglo-olandese del 1708 durante la guerra di successione spagnola, quello francese nel 1793 e il secondo conflitto mondiale.</strong></p>
<p>I resti presenti nel colle testimoniano visibilmente le varie epoche che si sono succedute nella nostra Isola, tra questi ricordiamo soprattutto la <strong>Torre di Sant’Elia</strong>, poco distante dalla cisterna punica, la cui presenza è documentata fin dal XIII sec. La torre prese il nome dalla chiesetta poco distante intitolata proprio al santo, ma pare che anticamente fosse chiamata Lanterna perché nel ripiano superiore era presente un braciere di segnalazione.<br /> Attualmente restano in piedi solo scarsi ruderi della parte basale e di quella sommitale.</p>
<p>Durante l&#8217;epoca spagnola furono edificate altre torri tra le quali ricordiamo soprattutto quella <strong>DEL POUET o Poetto</strong>costruita sicuramente dopo il 1590, dal momento che non fa parte dell&#8217;elenco delle torri presenti nella &#8220;<em>Chorographia&#8221;</em> del Fara, scritta tra il 1580 e il 1585 e che viene invece menzionata  nella <em>&#8220;Description della Isla y Reino de Sardena&#8221;, </em>una carta del XVII secolo.</p>
<p>Probabilmente aveva la funzione di controllare la parte occidentale del golfo di Quartu e l&#8217;insenatura sottostante corrispondente all&#8217;attuale Marina Piccola. Si esclude invece una funzione militare vista l&#8217;esiguità dello spessore murario.</p>
<p>Durante il governo piemontese fu costruito il forte di Sant&#8217;Ignazio, abbiamo due teorie circa l&#8217;anno della sua edificazione, una lo vede costruito frettolosamente nel 1792, quando era imminente l&#8217;attacco francese, mentre l&#8217;altra opta per un periodo successivo compreso tra il 1793 e il 1795. In ogni caso, in occasione dell’attacco dei francesi rivoluzionari, l&#8217;area partecipò attivamente alla battaglia sparando cannonate contro gli invasori.</p>
<p>Durante la Seconda Guerra Mondiale (1940-1945) Sant’Elia per breve tempo diventò nuovamente uno dei baluardi della città di Cagliari perché fu sede di un centro d’ascolto e di batterie antinavi e antiaeree.</p>
<p> </p>
<p>Notizie tratte da:</p>
<p>Web<br /> Giovanni Spano, <em>Guida della città di Cagliari</em><br /> Bartolo Guido, De Waele Jo &amp; Tidu Alessandro (2005) &#8211; <em>Il Promontorio di Sant&#8217;Elia in Cagliari</em>. Oristano; S&#8217;Alvure; 347 pp</p>
<p>Immagini di Villacidro.Biz</p>
<p> </p>
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		<title>Sky cane Indiano</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2012 13:11:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  Joe Benson, di Wendover, nell&#8217;Utah, era il capo spirituale degli indiani Goshute. Era sempre accompagnato da un superbo pastore tedesco che chiamava Sky. Quando Benson diventò vecchio e semicieco, Sky gli fece da guida e lo difese dai pericoli. Ma la salute di Benson continuò a peggiorare, e un</p>
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<p>Joe Benson, di Wendover, nell&#8217;Utah, era il capo spirituale degli indiani Goshute. Era sempre accompagnato da un superbo pastore tedesco che chiamava Sky. Quando Benson diventò vecchio e semicieco, Sky gli fece da guida e lo difese dai pericoli.</p>
<p>Ma la salute di Benson continuò a peggiorare, e un giorno, verso il finire del 1962, egli annunciò a sua moglie Mable che sentiva che, di lì a poco, sarebbe morto. Mable avvertì i parenti e poco dopo essi furono al suo capezzale. Ma, avendo ormai abbandonato le tradizioni indiane, insistettero perché egli venisse portato all&#8217;ospedale nella vicina Owyhee, nel Nevada. <br /> Ignorarono le sue proteste e il sordo ringhiare di Sky e lo fecero ricoverare. Benson rimase all&#8217;ospedale solo per breve tempo. Quando i medici videro che non c&#8217;era più niente da fare, lo rimandarono a casa dove, poco dopo, nel gennaio del 1963, morì. <br /> Dopo le cerimonie funebri parecchi degli intervenuti chiesero di poter avere Sky. La signora Benson, vedendo che il cane sembrava ancora più prostrato di lei dal dolore, sentì che non sarebbe stato giusto cederlo, e così lo tenne con sé. Dieci giorni dopo, nel guardare dalla finestra, vide che qualcuno stava dirigendosi verso la casa. Allora accese la stufa e preparò del caffè. Quando alzò gli occhi, comparve sull&#8217;uscio un uomo che essa riconobbe subito: era il suo defunto marito. <br /> Fedele alle tradizioni del suo popolo, la donna gli disse gentilmente che era morto e che non aveva niente da fare in questo mondo. Joe Benson annuì e si limitò a dire: &#8220;Me ne vado subito. Sono tornato a prendere il mio cane&#8221;. Fece un fischio e Sky, scodinzolando gioioso arrivò dicorsa nella cucina. &#8220;Voglio il mio guinzaglio&#8221; disse Benson. Sua moglie lo staccò da un gancio appeso alla parete e glielo porse, badando bene a non toccare il fantasma. Egli allacciò il guinzaglio al collare di Sky e uscì dalla cucina, scese le scale e si avviò per il sentiero che circondava la collina. Dopo qualche minuto di esitazione, la signora Benson corse dall&#8217;altra parte della collina. Di Joe e Sky non c&#8217;era neanche l&#8217;ombra. <br /> Arvilla Benson Urban, la figlia di Joe e Mable, che abitava alla porta accanto, fu testimone della strana visita e lo confermò in una dichiarazione scritta e giurata in questi termini: &#8220;Ho visto mio padre entrare nella casa e non più di pochi minuti dopo l&#8217;ho visto andarsene col nostro cane al guinzaglio. Ho visto mia madre andargli dietro e, d&#8217;impulso, l&#8217;ho seguita. Quando sono arrivata sulla cima della collina, mio padre e il suo cane non c’erano più&#8221;. Nei giorni che seguirono i giovani della famiglia cercarono il cane, ma senza risultato. Era come se Sky fosse svanito, col suo amato padrone, in un altro mondo.</p>
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		<title>Messaggi dal passato</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2012 17:24:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono andata alla Tomba di Giganti di Is Concias (Quartucciu – Cagliari) la prima volta nel mese di settembre, pochi anni fa. Era una giornata ventosa, il posto è bellissimo, il verde della macchia mediterranea è addirittura insultante, il cielo azzurro, pulito dal maestrale, pareva appena lavato a secchiate. Ho</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono andata alla Tomba di Giganti di Is Concias (Quartucciu – Cagliari) la prima volta nel mese di settembre, pochi anni fa. Era una giornata ventosa, il posto è bellissimo, il verde della macchia mediterranea è addirittura insultante, il cielo azzurro, pulito dal maestrale, pareva appena lavato a secchiate. Ho ammirato la bellezza del sito archeologico, gironzolando un po’ nei dintorni, ma fu una visita breve.<br /> L’unica cosa insolita che ho notato dopo, è stato che dal momento della mia visita, mi si è bloccato il ciclo mestruale. Ne ho parlato con un amico, che mi ha spiegato che il bio – magnetismo di questi luoghi può avere effetti sul ciclo. Ne ho preso atto, visto che non ci avevo sicuramente pensato, e non ci credevo neppure, prima di verificarlo personalmente.<br /> La seconda visita, un mese dopo, con delle amiche, venne organizzata come una gita, per regalarmi un momento di spensieratezza dopo il lutto. Pochi giorni dopo la mia prima visita, infatti, mio fratello è morto, investito da un’auto. Sapendo quanto mi era piaciuto quel posto, le amiche, che non c’erano mai state, mi hanno chiesto di accompagnarle.<br /> A differenza della volta precedente, sono entrata dentro il monumento. Da sola. Mi sono seduta su una grossa pietra vicina all’ingresso, ho poggiato la schiena alla parete di pietra e ho raccolto dal pavimento di terra un frammento di roccia, grande come una mandorla.<br /> L’ho stretto tra le mani, ho chiuso gli occhi e, per la prima volta da un mese, mi sono sentita in pace. Pensavo a mio fratello ma senza dolore: una grande conquista. Sentivo quel sassolino pulsare fra le mani, e stavo bene.<br /> Che sia stato il sito, o il piacere della gita, i bei momenti con le amiche, ma sono stata meglio.<br /> Poi ho parlato del posto con un amico, appassionato anche lui di archeologia, e abbiamo concordato di andarci insieme, quando fosse tornato in Sardegna un suo amico, che io non conoscevo, col quale aveva visitato a settembre una Tomba di Giganti nella provincia di Nuoro.<br /> L’appuntamento coi ragazzi, a novembre, era per le due del pomeriggio. Quando ci siamo ritrovati sulla piazzola, abbiamo liquidato frettolosamente i convenevoli e le presentazioni di rito, mentre prendevamo i nostri zaini dal bagagliaio, e subito ci siamo fiondati oltre l’ingresso della zona archeologica.<br /> Breve pausa per estrarre le macchine fotografiche dagli zaini, e poi subito ad annusare il terreno intorno, come cani da caccia.<br /> Ricognizione del perimetro, misurazione, verifica con la bussola. Appena posizionata sulla parte terminale della Tomba, la bussola pare impazzita. Il nord varia di volta in volta di 30°. Si ferma ogni volta in un punto diverso.</p>
<p> </p>
<p>Ci allontaniamo di alcuni metri, inoltrandoci nel sentiero circondato da corbezzoli. Arrivati a un certo punto, che ricordavo dalla precedente escursione, chiedo al gruppetto di osservare la roccia di fronte a noi. Voglio tentare un esperimento, simile al test delle macchie di Rorschach.<br /> Nel blocco di granito che sovrasta un breve strapiombo, S. vede la stessa cosa che vedo io, un avvoltoio appollaiato. G. e M., invece, vedono un elefante.<br /> Alle nostre vigorose proteste, M. si mette in precario equilibrio su uno spuntone di roccia, più in alto, per osservare da un altro punto di vista il nostro avvoltoio. Col suo plaid frangiato piegato e buttato sulla spalla come un poncho, magro e dinoccolato com’è, sembra il Clint Eastwood del Marghine, sghignazzo. Continuando a litigare sulle forme animali, rientriamo verso la Tomba.<br /> Altre verifiche con la bussola, sopra l’ingresso e davanti all’esedra. Sempre lo stesso risultato: il nord continua a variare di 30°, avanti e indietro. Foto del betile aniconico e dei focolari, che sono stati usati recentemente per qualche spuntino.<br /> Senza dire nulla, M. stende il suo plaid sotto la volta del bassissimo ingresso, ed entra carponi. Avanza di poco e subito dopo io lo seguo. Quindi è la volta di G. e poi di S., che ha riposto la macchina fotografica e la bussola nello zaino, là fuori.<br /> Ci alziamo in piedi, facciamo un giro su noi stessi per guardarci attorno, poi ci sediamo. Tutti e quattro, sul plaid piegato, davanti all’ingresso, da cui filtra la luce.<br /> Appena fuori dell’ingresso, abbiamo lasciato occhiali, orologi, anelli, braccialetti, tutti gli oggetti metallici che avevamo addosso. Dapprima, osserviamo distrattamente i graffiti dei soliti fessacchiotti. Ci sentiamo protetti, come in un guscio senza tempo. Sempre con un tono di voce sommesso, parliamo di nostre impressioni, di cose avvenute nel passato.<br /> Poi la mia amica G. si lamenta del freddo, non sente più le mani. S. ride, lui invece sente molto caldo. Le sue mani sono caldissime. Allora le impone su quelle di G. Sotto la guida di M., le mani di S. funzionano meglio di un termoforo a sabbia.<br /> G. sorride, si rinfranca, ride di cuore insieme a me, quando M., nel guidare S., gli fa cambiare posizione dei palmi delle mani e lo rimprovera: “Attento, sennò così mi bruci la donna!”<br /> Dopo alcuni contorcimenti e manovre per evitare di cavarci un occhio o pestarci gli alluci, dato lo spazio ristretto – M. puntualizza che, tecnicamente, la nostra si chiama ammucchiata – G. ed io ci scambiamo di posto.<br /> È il mio turno al termoforo, ridacchio. Ero diffidente, ma devo ricredermi. Percepisco distintamente il calore che emana da S..<br /> Dopo un po’, su indicazione di M., impone le mani sul mio ginocchio matto. Pochi minuti, e il ginocchio sembra voler prendere fuoco.</p>
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<p>Quando chiedo a S. di fermarsi, lui ed io cominciamo uno strano esercizio di “scarico” e “carico” di forze. Ci teniamo per una mano, e con l’altra tocchiamo la parete di pietra di fronte a noi. G. allunga le gambe davanti a sé, sfiorando M., che sfiora me: una catena, un circolo chiuso. Pensiamo di esser là dentro da una trentina di minuti al massimo. Usciamo, e il sole basso ci fa capire che siamo stati dentro più di due ore. Ci precipitiamo sugli zaini, e cominciamo a mangiare.</p>
<p>Mentre divoriamo le provviste, arrivano quattro persone. Un uomo anziano, e due donne e un uomo di mezza età. Ci salutiamo cortesemente.</p>
<p>Noi proseguiamo a lavorare di mandibole. I nuovi arrivati si avvicinano all’ingresso della Tomba, il vecchio fa chiaramente da guida. Qualcosa di ciò che dice ai suoi tre ospiti ci incuriosisce. Ci avviciniamo per sentire meglio. Ci basta un attimo per capire. Il vecchio è lo scopritore della Tomba!</p>
<p>Ci racconta l’incredibile scoperta, nel 1954, durante una battuta di caccia. Quel giorno, per seguire il suo cane, si arrampicò su un rilievo del terreno coperto da una fitta vegetazione.</p>
<p>Il cane era sparito. Ma lo sentiva abbaiare. Dove era andato a finire? Avanzando nella macchia, seguì l’abbaiare del cane, rischiando di precipitare nel vuoto. Riuscì a scendere, e a trovare il segugio. Era entrato in una grotta, o forse un nuraghe, fatto di pietre squadrate. C’erano tante ossa… teschi e femori.</p>
<p>L’indomani, corse all’università a segnalare il ritrovamento. Su richiesta del prof. X., al cacciatore venne assegnato il compito di scavare e liberare dalla vegetazione il monumento.</p>
<p>Ridacchiando, il vecchio ci mostra il betile a fianco all’ingresso. Ci ripete le tesi degli archeologi sul betile a guardia dei sepolti. Poi, con un sorrisetto complice, ci svela un segreto. Il betile non era lì. Era a qualche metro dall’ingresso, per terra, di sbieco. Quel masso lungo e cilindrico disturbava l’andirivieni delle carriole con la terra scavata, così lui e l’amico che lo aiutava nei lavori di disboscamento e scavo, lo misero in piedi e lo piantarono al lato, per non doverlo circumnavigare ogni volta. Ci mostra i due sassi di rincalzo che gli misero per tenerlo in piedi.</p>
<p>Sempre con un sorriso che gli illumina il volto segnato da rughe, ci racconta di quando il Prof. Y., entrato dentro la Tomba finalmente accessibile, corse il rischio di farsi spatassare la faccia da un gatto selvatico, non contento di avere compagnia…</p>
<p>La nostra guida ricorda che portarono via tre casse piene di costole, femori, i teschi che si sbriciolavano appena all’aria, e poi, con il suo campidanese doc, scherza: “Ma cali Tomba di Giganti! Innoi fiant totus pipius!” (Ma quale Tomba di Giganti! qui erano tutti bambini!).</p>
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<p>Si è fatto tardi, dobbiamo andare. Ci piange il cuore lasciarlo lì, in penombra, solo con i suoi animali e i suoi studi. Dopo calorosi ringraziamenti, ci congediamo, con la solenne promessa di tornare a trovarlo.<br /> In macchina, risalendo il tratturo, parliamo solo del nostro incredibile incontro. Chi avrebbe mai immaginato una fortuna simile? Esprimo la mia sorpresa: alla mia terza visita al sito, trovarvi proprio lo scopritore? S. ammira la lucidità del vecchio signore, e G. pone l’accento sull’altissimo senso morale e civico, e di istintiva tutela per il patrimonio archeologico, che un semplice apicoltore mostra, in misura perfino maggiore di parecchi studiosi e cattedratici.<br /> M., che vive in una nebbiosa città del nord, ammette la sua bonaria invidia per la vita sana e in un luogo incontaminato, dove riesci ancora a pensare, concentrarti, e non sai cosa sia lo stress della vita moderna. Io, stordita ed emozionata, sono silenziosa, non parlo molto, se non per convenire con i miei compagni d’avventura.<br /> L’indomani, al telefono con S., casualmente viene fuori che sia io, che lui, la notte prima abbiamo stranamente sofferto d’insonnia. Sarà effetto del magnetismo del sito, ipotizza S.. Eravamo carichi come pile, addirittura euforici. Ci lasciamo con il progetto di indagare coi nostri rispettivi amici e compagni di seduta terapeutica, se anche a loro il sito ha fatto quell’effetto.<br /> Breve giro di telefonate, ma G. e M., a 200 km di distanza, hanno dormito come sassi. Forse non erano carichi d’aspettativa come noi due, deduce S.<br /> Parlando con lui, ho come un flash improvviso. Giusto la settimana precedente, avevo sognato per la prima volta mio fratello, da quando era morto in un incidente d’auto due mesi prima.<br /> Appena sveglia, non capivo perché avessi sognato che la strada bianca che porta alla nostra tenuta fosse così disastrata e scoscesa, pareva un tratturo di montagna. E il tavolo cui era seduto mio fratello nel sogno non era affatto quello della nostra casa, per giunta illuminato da candele.<br /> Solo ora riconoscevo la stradina e la casa: avevo sognato mio fratello a casa del cacciatore, senza neppure sapere della sua esistenza! Ero già stata nel sito, per la prima volta proprio due mesi prima, ma non potevo immaginare che ci fosse quella stradina nascosta, che dopo chilometri portava alla casa del vecchio!<br /> Quel che è certo è che da quella visita e da quell’incontro noi quattro siamo sicuramente usciti arricchiti, di qualcosa che nessuna cifra potrà mai comprare.<br /> <a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/PICT3415-6a0.jpg"><img  title=""  alt="PICT3415-6a0 Messaggi dal passato" fetchpriority="high" decoding="async" src="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/PICT3415-6a0.jpg" border="0" width="296" height="222" /></a></p>
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<p>Ai primi di luglio abbiamo organizzato una nuova visita.<br /> Siamo entrati dentro, dopo aver strisciato per oltrepassare la bassa architrave. E lì, è stato come entrare in un altro mondo. Era fresco, la luce del sole riflessa sulla terra davanti all’esedra dava un meraviglioso riflesso all’interno.<br /> Abbiamo steso un telo di cotone. Ci siamo tolti i sandali, abbiamo lasciato in auto gli orologi, i cellulari, che comunque non prendevano.<br /> Abbiamo cercato una posizione comoda, ma il posto è davvero ristretto. Non riuscivo a star seduta troppo a lungo, anche se all’inizio poggiare la schiena sulle pareti di pietra era piacevole.<br /> Così, visto che sono piccina, mi sono sdraiata in terra, di sbieco e ho posato i piedi sulla parete di fronte, davanti a M.<br /> Abbiamo ripreso fiato per un po’, senza parlare, poi ho preso un sassolino che stava in terra nello spazio limitato che c’era tra me e lui, lo stringevo in mano.<br /> M. ad occhi semichiusi mi ha detto di non intrecciare le mani.<br /> Così ho posato il sassolino sulla fronte, e ho disteso le mani, una l’ho posata sul cuore.<br /> Anche M. ha avuto difficoltà a restare seduto lungo la parete, come me prima.<br /> Allora, visto che avevo le gambe ancorate alla parete, si è voltato e ha poggiato la schiena sulle mie ginocchia.<br /> Non so per quanto siamo rimasti così. Io sono riuscita a estraniare quasi tutti i pensieri, sentivo solo il rumore del vento e delle foglie che vorticavano in terra: era come se il vento mi parlasse.<br /> Sentivo un odore particolare, (dopo anche M. mi ha detto di aver sentito un odore dolciastro che gli ricordava le viole) ma non saprei dire cosa fosse.<br /> Sono perfino riuscita a pregare, confusamente, non so chi o cosa… ma stavo bene.<br /> Provavo delle sensazioni che non ricordavo di aver mai provato, o comunque non così nitide. Ero sdraiata e mi pareva di non avere più la mente carica di pensieri, ma di esser solo un corpo. Sentivo il battito del mio<br /> cuore, e il rumore del sangue che scorreva nelle vene, il ronzio di un insetto.<br /> Mi sentivo ancorata al suolo, come se fossi fatta della stessa materia del terreno.<br /> Anche se avevo gli occhi chiusi, mi pareva di vedere, attraverso i pori della pelle, l’aria soffusa di luce aranciata<br /> della tomba, il cielo blu fuori, il verde delle querce e dei cespugli, le pietre sopra di me. E la sensazione del cuore che batteva, dei nostri respiri come amplificati dallo spazio ristretto.<br /> Sono rimasta sdraiata, ancora per un pochino. Stavo bene, in pace e senza dolore spirituale o fisico. Quando mi sono voltata, M. ha proposto di andare in fondo alla tomba.<br /> Ha spostato il telo sulla pietra che fungeva da altare e mi ha detto: “Sei così piccina che ci stai anche seduta”. Quindi mi ha issato sull’altare. Si è seduto ai miei piedi.<br /> Però, lì non ero altrettanto a mio agio, avevo quasi malessere.<br /> Mi sono alzata e siamo usciti dalla Tomba. Abbiamo fatto un breve giro intorno al monumento, ma faceva un caldo pazzesco.<br /> Siamo tornati davanti alla tomba, e a quel punto abbiamo lasciato il sito.<br /> Sono felice di esserci andata. Io lì mi sento “a casa”.<br /> <a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/PICT3408-59c.jpg"><img  title=""  alt="PICT3408-59c Messaggi dal passato" decoding="async" src="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/PICT3408-59c.jpg" border="0" width="296" height="222" /></a></p>
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		<title>Storia degli Arditi del Popolo</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Nov 2012 10:04:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia degli arditi]]></category>
		<category><![CDATA[villacidro biz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ARDITI, NON GENDARMI! (dal libro di Marco Rossi) Dalle trincee alle barricate: arditismo di guerra e arditi del popolo (1917-1922) Gli Arditi del popolo, prima espressione dell’antifascismo in armi, si opposero con ogni mezzo agli squadristi di Mussolini alla vigilia della sua salita al potere, nella guerra civile seguita alla</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>ARDITI, NON GENDARMI! (dal libro di Marco Rossi)</p>
<p> Dalle trincee alle barricate: arditismo di guerra e arditi del popolo (1917-1922)</p>
<p>Gli Arditi del popolo, prima espressione dell’antifascismo in armi, si opposero con ogni mezzo agli squadristi di Mussolini alla vigilia della sua salita al potere, nella guerra civile seguita alla Prima guerra mondiale. Anche se per breve tempo, la loro azione fu al centro delle cronache dell’epoca e tutti gli schieramenti politici dovettero misurarvisi. Ciò nonostante, è stata oggetto di una lunga rimozione: il fatto che ex-combattenti, veterani dei reparti d’assalto, non solo si fossero sottratti alla strumentalizzazione mussoliniana, ma vi si fossero opposti anche con le armi contendendo al fascismo l’eredità “spirituale” dell’arditismo, ha rappresentato un precedente scomodo, difficile da interpretare. Ancora oggi la storiografia stenta a distinguere i ruoli giocati rispettivamente da arditi, futuristi, legionari fiumani e sindacalisti rivoluzionari in una situazione instabile e contraddittoria quale fu quella del Primo dopoguerra. La nuova edizione rivista e ampliata di Arditi, non gendarmi! ripercorre le tracce che dal fango delle trincee, passando attraverso le piazze di Fiume, portarono alle barricate dell’autodifesa proletaria contro l’aggressione fascista.</p>
<p><em>&lt;&lt;Fino a quando i fascisti continueranno a bruciare le case del popolo, case sacre ai lavoratori, fino a quando i fascisti assassineranno i fratelli operai, fino a quando continueranno la guerra fratricida gli Arditi d&#8217;Italia non potranno con loro aver nulla di comune. Un solco profondo di sangue e di macerie fumanti divide fascisti e Arditi.&gt;&gt;*</em></p>
<p><em> &lt;&lt;&#8230; Ben lontani dal patriottardo pescicanismo, fieri del nostro orgoglio di razza, consci che la nostra Patria è ovunque siano popoli oppressi: Operai, Masse Lavoratrici, Arditi d&#8217;Italia, A NOI!&gt;&gt;° </em></p>
<h2><em><span style="font-size: small;">GLI ARDITI DEL IX D’ASSALTO: LA PATTUGLIA SARDA. PROPOSTA DI MEDAGLIA D’ORO </span></em></h2>
<h2><em><span style="font-size: small;">AL VALOR MILITARE ALLA MEMORIA PER GIOMMARIA SIMULA DI ITTIRI</span></em></h2>
<p> </p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><strong>Riferisce Giorgio Canu</strong></em></span></p>
<p> </p>
<p>(dal libro “La nostra guerra di Liberazione” scritto da don Lorenzo Bedeschi – Cappellano Militare)</p>
<p>L’Artiglieria dello schieramento nemico arretrato si affrettò inutilmente a sbarrare l’avanzata degli Arditi. Poche ore dopo il primo assalto, sulla torre dell’orologio sventolava il Tricolore. L’aveva issato lassù <strong>Trudu</strong>, il bell’ardito della Sardegna. <strong>Arru</strong> era scomparso: aveva mantenuto la promessa e stava bevendo un bicchiere di vino nella casa di Lidia. Dinanzi a questa fedeltà isolana, non c’è chi non ricorra con la mente alle visioni dei leggendari cavalieri del Logudoro, della Gallura e del Marghine, col nero cappuccio e il manto d’orbace stesi nel vento, ciascuno tenendo fermo davanti a sé sulla sella la propria donna chiassosamente vestita, coppia a cavallo formante un solo fremente tutto, terminante in alto dalla canna del fucile. La città intanto si riversava con un grido solo: “ <strong>Viva l’Italia !</strong> “ sugli Arditi che percorrevano furibondi ogni strada di Cingoli: fiori ed abbracci, applausi e tricolori, pianti e gioia. Il nemico aveva arretrato appostandosi su nuove posizioni. Occorreva sapere subito con precisione la nuova dislocazione avversaria. Tredici uomini partono in pattuglia con l’ordine di internarsi nella difesa nemica per riportarne dati e ubicazioni. Toccò alla pattuglia sarda. Dodici isolani dal volto ferrigno come la loro terra, vera sublimità sarda ! Uomini dall’eroismo delle labbra strette, senza parole: tutto nervi e audacia. Li comanda un giovane ufficiale napoletano …….</p>
<p><strong>Un eroe</strong></p>
<p>La bella sorpresa era riuscita in grazia ad un audace: l’ardito Simula G. Maria, il quale, da solo, per favorire l’azione di accerchiamento ai suoi compagni, si era assunto volontariamente il compito di andare frontalmente contro la pattuglia tedesca. Parecchi caricatori mise nella canna del suo mitra. Tentò il guado sotto la fucileria nemica. Due volte fu ferito e non si arrestò: Continuò l’attacco fino a quando al lancio di una bomba a mano una raffica che lo colpiva al cuore , lo stese bocconi a terra facendo sentire ai compagni per ultimo grido alla fede in cui moriva: “ VIVA L’ITALIA!“. I sardi, uniti in un vincolo di sublime carità, si stringono attorno, lo baciano, lo ricompongono con le mani incrociate sul petto come negli antichi sepolcri delle Chiese e lo trasportano nelle retrovie. Uno sguardo intenso fu scambiato fra loro, compreso e sottolineato da una identica espressione, particolare alla loro razza e non mai ripetute da altre. Poi nel curvarsi ogni tanto lungo il trasporto doloroso, dissero insieme le stesse parole: “<strong>Custu est figau sardu, piccius</strong> !” “<strong>Forza paris!</strong>“. Chissà !.. Forse un antico motto di guerra della loro isola, ereditato dai padri e rifiorito aspro e verde come il natio lentischio nelle loro labbra oscure.</p>
<p><strong>Proposta di medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria</strong></p>
<p><strong>Ardito SIMULA G. MARIA di Antonio nato il 2 – 4 – 1917 a Ittiri ( Sassari )</strong></p>
<p>Ardito fra i più audaci, offertosi volontario per partecipare con una pattuglia ad una temeraria ricognizione, scorta una pattuglia nemica che tentava di rientrare nelle proprie linee, si gettava arditamente fra essa e le posizioni avversarie attraversando un tratto di terreno completamente scoperto e battuto da armi automatiche.  Ferito due volte in modo grave da raffiche di mitragliatrice, incurante del dolore, si lanciava sul nemico e a colpi di bombe a mano riusciva ad uccidere due avversari e a fermare gli altri, dando così tempo ai suoi compagni di raggiungere ed annientare completamente la pattuglia, finché colpito una terza volta, cadeva immolando la propria vita, mentre con le ultime parole incitava i compagni alla lotta. Fulgido esempio di eroismo e di spirito di sacrificio.</p>
<p><span style="font-size: x-small;"><em>Cingoli, 14 – 7 – 1944 Luogo dell’operazione militare: fiume Esino, sotto Villa Strada (Macerata)</em></span></p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>* Dichiarazione del tenente Argo Secondari, pluridecorato della prima guerra mondiale, all&#8217;assemblea degli Arditi del Popolo del <strong>27 giugno 1921</strong>, riportata da «Umanità Nova», Roma, 29 giugno 1921</p>
<p>°Sintesi di documento fornito alla questura Roma nel 1922</p>
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