Jaco

Il fuoco crepitava lanciando stelle incandescenti intorno al ceppo ormai alla fine della sua vita. L’oscurità era scesa ormai da qualche ora. Un bicchiere rovesciato rifletteva la fiamma ormai morente.
Jaco seduto scomposto come una marionetta abbandonata, fissava il camino senza emozione.


Quella mattina era cominciata come tutte le altre. La bottiglia era già a metà. Gli occhi velati da lacrime mai cadute, ripeteva i soliti gesti meccanicamente. A momenti la lucidità tornava a fargli compagnia procurandogli stilettate dolorose allo stomaco. Come si era ridotto così, si chiedeva in quei pochi barlumi di coscienza che tornava proprio quando non voleva.


Poi tornava nell’apatia più completa. Eppure non erano lontani i momenti in cui lui e Argo, il fedele meticcio, andavano a zonzo per i boschi della Linea Cadorna. Era felice in quei momenti, non pensava alla solitudine che si stava impossessando piano del suo corpo, della sua mente. Sessantacinque anni, non erano tanti, ma lui li aveva in qualche modo sprecati. Non aveva messo su famiglia, non aveva avuto figli, rammentava a malapena solo un primo e unico amore, agli albori della sua vita. Non l’aveva trattenuta, era partita, e forse bastava dirle di restare, per cambiare tutto.


Ma quando era nei boschi non pensava, vagava per ore con la carabina sottobraccio in cerca di selvaggina per procurarsi il pasto giornaliero. E quando era fortunato, ne aveva d’avanzo e lo scambiava per qualche pezzo di formaggio con il bovaro sull’alpeggio.
Ma ora, ora non riusciva più a muoversi. Argo era morto, lui era rimasto solo. E si era affidato all’oblio di cui poteva disporre ancora per qualche mese. Il vino.


Aveva a malapena la forza di portare dentro i ceppi per il fuoco, e quelli erano gli ultimi. La fiamma era già spenta, ma continuava a guardare quei carboni ardenti. Non mangiava da giorni. Il suo piede ormai incancrenito cominciava a puzzare. Se lo era rotto cadendo dal tetto dove era salito per aggiustare delle tegole, proprio il giorno dopo della sepoltura del suo amato Argo.

In cuor suo sapeva che se avesse mantenuto i contatti con le persone giù al paese ora non sarebbe stato in quelle condizioni, ma una parte di lui sapeva da tutta la vita che sarebbe morto da solo.
La tosse lo scosse e annaspando cercò la bottiglia. Era vuota.
È un’ingiustizia, pensò, morire sobrio. Con un sorriso sghembo guardò la bottiglia di vino sul tavolo, e con un rantolo se ne andò solo e cosciente.

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