Bruxia

1606 a Siligo Un paesino del centro Sardegna, una folla urlante intorno a un falò che con le sue fiamme quasi lambiva il cielo. Le donne del paese vestite di nero, con i fazzoletti che coprivano il capo sembravano un’unica macchia intorno al rosso del fuoco. I bambini dietro le gonne lunghe e stracciate. La sofferenza si sentiva, era palpabile, anche attraverso quell’odore che si sollevava dalla folla urlante. La paura era un odore acido e sanguigno, selvaggio, sapeva di morte.


La notte era rischiarata da centinaia di torce. E satura di rumori. All’improvviso il silenzio. Un urlo lacerò la notte creando dei brividi agli astanti. Una voce di donna continuava a dire “NO”. Era lei: la strega.
L’inquisitore DeArguello chiedeva una pena esemplare. Julia era una bruxia.
Una strega che praticava, nel villaggio, e perfino dentro il carcere dove fu rinchiusa all’inizio della sua condanna, le stregonerie.
Est una bruxa si diceva per indicare una donna che confezionava pozioni e cataplasmi per la cura di alcune malattie. Oppure faceva sa mexina e s’ogu. Una strega da mandare al rogo secondo l’inquisizione.


Un uomo di chiesa si avvicinò a lei, la catasta di legna dove era legata stava per essere bruciata come il falò vicino. Continuava a gridare, ma vedendolo smise.
“Vi prego prete, non sono una bruxa, slegatemi.”
“Posso anche crederti, ma l’inquisitore ha dato ordine di bruciarti viva. Sono qui per confessarti.”
“Che male avrei fatto, se non quello di far passare mal di testa e far nascere i bambini del villaggio, proprio da quelle donne che ora mi lanciano sassi e mi vogliono morta.”
“Figliola, non posso far niente per te. Confessa i tuoi peccati.” Julia si ricompose, neppure la pelle cadente delle braccia opera di torture dell’inquisitore, o delle vesti stracciate che facevano vedere un seno martoriato dalle pinze, riusciva a scalfire la dignità di donna e sciamana che lei aveva dentro. Scacciò una lacrima sollevando il bel viso insanguinato e disse al prete di avvicinarsi per ascoltare la sua confessione.


“Prete, guarda dentro i miei occhi e vedrai la verità.”
Il prete si scostò allarmato, aveva paura che gli lanciasse qualche maledizione.
“Non aver paura prete, voglio solo confessarmi, ma guarda dentro i miei occhi, la verità è lì, non posso mentire, gli occhi sono lo specchio dell’anima.” Il prete, nonostante il terrore volle crederle, si avvicinò guardando dentro quegli occhi grigi. Quello che vide era qualcosa di indecifrabile e spaventoso. Scese dalla pira pronta a bruciare e prese una fiaccola. Julia pensò di averlo convinto solo per un attimo. Fino a quando la torcia non toccò le fascine.

Guardandolo negli occhi Julia chiese perché.
“Non siamo ancora pronti.” Rispose il prete.
L’alba trovò il prete seduto di fronte alla pira bruciata, il corpo della strega piegato su se stesso era un ammasso di carboni ormai freddi.


Il prete si avvicinò e tese la mano verso il viso della strega. Prese quello che rimaneva degli occhi e si chiese cosa potessero essere quelle forme tondeggianti di metallo argenteo, percorsi da altrettanti fili e una piccola pupilla nera con al centro un punto rosso. Un filo più grosso li collegava al cervello che non sembrava tale, ma una cassetta di metallo senza incrinature,senza cerniere, chissà come si apriva.
“Non siamo ancora pronti per Dio, e soprattutto non per un Dio femmina.

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