Oh, ragazzi, vediamo se a qualcuno è rimasta la voglia di leggere racconti lunghi. ![]()
Dylan Moriarty presenta: IL RACCONTO DEL CLOCHARD
PREFAZIONE
Salve, mi chiamo Emilio Sartorelli e sono un clochard. Un barbone, se preferite, visto che tutti qui, nella vostra bella Roma, avete l’abitudine di chiamarmi così. Vivo per strada io. A pochi passi da Piazza San Pietro. Sono un barbone un po’ differente però.
Infatti, mentre tutti gli altri miei colleghi di sventura erano intenti a spendere tutti i loro miseri guadagni derivati dall’elemosina per mangiare o bere qualche bicchiere di vino scadente in cartone, io ho risparmiato circa due euro al giorno per un anno, mangiando meno del solito per riuscire a comprarmi, finalmente, un tablet nuovo di zecca.
La mia intenzione era quella di cominciare a buttar giù due righe per creare una storia. E alla fine eccomi qua. Come dicevo prima mentre mi presentavo a voi, mi chiamo Emilio Sartorelli, vengo da Torre del Greco (Napoli) e questo è il mio romanzo.
IN UN PRATO DI ASFODELI.
Dedicato ad Anna, mia amata compagna di banco dell’Università Federico II di Napoli. In antichità, più precisamente in epoca romana, vi era l’usanza di piantare degli asfodeli sulle tombe di alcuni defunti.
A quegli stessi defunti, che in vita erano stati giudicati spregevoli, toccava spesso quest’infame sorte, poiché si riteneva che l’asfodelo nascesse e crescesse solo di fronte alla porta degli inferi. L’asfodelo, per sua natura, cresce frequentemente in una zona dove tempo prima vi era stato un incendio.
Per questo gli antichi lo associavano spesso all’inferno e alle sue fiamme. L’asfodelo insomma, proprio per questa sottile coincidenza, veniva spesso piantato lì, sulle tombe delle persone che si erano macchiate di crimini efferati. Lo scopo era quello di impedire loro di uscire dalle tenebre dell’Ade per far sì che non tornassero a far del male nel mondo dei vivi.
Anya conosceva bene questa leggenda. L’aveva letta più volte, rimanendone ogni volta affascinata, tra le pagine ingiallite degli enormi tomi che le badesse le ordinavano di spolverare. Ad Anya succedeva spesso di subire questa punizione. Era una prerogativa del suo carattere, quella di rispondere sgarbatamente ogni volta che si sentiva con le spalle al muro.
Era cominciato tutti lì, in quello scantinato dell’orfanotrofio. Era lì che Anya aveva cominciato a indagare sull’orrore che si annidava nei corridoi di quell’antro oscuro, e a distanza di un anno e mezzo, finalmente, ormai quindicenne, Anya aveva capito tutto. Tutto sulla tremenda verità che legava a doppio filo l’orfanotrofio e il non lontano prato di asfodeli.
Era finità lì, nell’orfanotrofio Regina Elena, a causa della morte della madre, un’immigrata ucraina. Per la madre di Anya quella gravidanza era stata da sempre indesiderata, fin dal giorno in cui si scoprì incinta. Perché esse era il frutto di chissà quale errore commesso da uno dei suoi mille amanti troppo focosi. Ben presto, essendo ragazza madre, il tormento di non riuscire a mantenersi per sé e il rimorso nel sentirsi incapace persino di provvedere a sfamare la figlia, la condussero fino a stringersi in un cappio che aveva posto su di un’alta tubatura del lavatoio di una casa popolare.
Ad Anya non era mai stato raccontato nulla su come accadde quel tragico evento. Aveva sempre dato per scontato di essere nata lì. Non si sa bene da chi e perché. Questo almeno succedeva fino al momento in cui decise che era giunto il momento di scoprire tutta la verità su sé stessa.
Fu proprio dal momento in cui cominciò ad indagare verso quella direzione, però, che Anya aprì inavvertitamente anche lo scrigno di tutti i mali che fino ad allora erano stati tenuti nascosti per secoli e secoli dalle padrone di casa dell’orfanotrofio. Anya mosse un altro passo e percepì che dalle assi di larice che calcava coi suoi piedi scalzi dal passo un po’ incerto, e che rappresentavano ormai l’ultimo baluardo che la separava dalla finestra della sua stanza, non proveniva nessuno scricchiolio.
Non si sentiva più al sicuro nell’orfanotrofio Regina Elena. Sentiva, dalle indagini che aveva fatto assieme a due altre sue compagne, che qualcosa di sinistro incombeva in quello che dapprima le era sempre parso solo come un placido complesso ottocentesco dall’aria addormentata. Le sue due amiche non si vedevano da tre giorni, e per quanto lei chiedesse, nessuno sapeva rispondere su dove fossero o su che fine avessero fatto.
Quasi come se tutti fossero complici di un gioco sadico e perverso. L’ombra di quel segreto ben nascosto per lustri tra quelle bianche e candide mura stava ormai per essere rivelato ai suoi occhi, ma Anya sentiva in cuor suo che nella fuga da quel posto c’era un premio ben più ricco rispetto alla semplice soddisfazione nell’essere quasi arrivata a dipanare l’intricata matassa che la aveva tenuta occupata per le tre precedenti settimane.
Questo premio consisteva nel tenersi cara la sua giovane vita in cambio di una morte certa. Una morte alla quale sarebbe andata incontro qualora quel terribile segreto fosse stato svelato al mondo. Con un ultimo balzo si arrampicò sul davanzale. Poi aprì gli scuri per ammirare il cupo cielo della notte e infine saltò nel chiostro.
Nell’atterrare fece molto meno rumore di quanto avesse sempre pensato ogni volta che aveva studiato quel piano di riserva.- Che fare? – pensava. – Scappare via a gambe levate, o raggiungere il prato di asfodeli per scoprire finalmente se avevo ragione? -Anya si torceva nel suo atroce dubbio quando fu spaventata da un rumore improvviso. Si rese conto che era stato solo il rumore di un arcolaio messo in funzione da una novizia qualche finestra più su e ne fu sollevata.Proprio in quel momento decise che doveva arrivare alla verità, qualunque essa fosse.
Si arrampicò sopra l’alto muro di cinta, sul quale qualche giorno prima aveva piantato senza farsi scorgere, secondo lei, degli invisibili puntelli. Scavalcò il muro agilmente e si ritrovò davanti il sentiero che portava nel bosco. Dopo qualche minuto di cammino fu inghiottita dal nero delle fronde delle querce e scomparve. Una volta dentro, avvolta da un buio che le impediva di vedere addirittura le proprie caviglie, si inerpicò per il ripido viottolo che portava in cima alla collina.
Il sangue le si raggelò nelle vene quando udì il fruscio di foglie lontane che, sofferenti, crepitavano sotto al peso dei passi di qualcuno che si stava avvicinando verso di lei. Sperò con tutta sé stessa che si trattasse di qualche bestia selvatica, ma scrutando nella direzione da cui aveva sentito provenire il rumore si accorse ben presto che si sbagliava.
Riconobbe, tra i rami intrecciati, le nivee sottane della Madre Superiora che le si facevano sempre più vicine. Così affrettò il passo per raggiungere più in fretta il prato di asfodeli.- Si fermi, signorina Bajuskova.
Non lo faccia, o se ne pentirà per il resto dei suoi giorni. Non svegli la creatura, signorina Anya, la prego. – Anna non si fermò. Arrivò fino al piccolo simulacro che si celava esattamente al centro del prato di asfodeli e si girò un’ultima volta verso la Madre Superiora.- No, signorina Bajuskova. Non lo faccia, per carità. La creatura rivelerebbe il segreto al mondo e tutto finirebbe. -Anya si frappose tra il simulacro e la Madre superiora, poi pronunciò la formula imparata a memoria nei mesi precedenti.- Asfodeli, non intralciate il passaggio.
Lasciate che Pambalauwj torni tra noi. -Gli asfodeli presero a mulinare in maniera frenetica, come sospinti da un vento invisibile, e infine si incendiarono mettendo a nudo il grifo dalla faccia malvagia. L’effige su cui era stato forgiato il suo nome in latino si fece incandescente e Pambalawj si manifestò in tutta la sua imponente figura.Anya e la Madre Superiora stettero lì tremanti finché Pambalawj schiuse le labbra e finalmente parlò…
– Ué Ué, scurnacchiat! Ven cca, ramm ‘o tabblett, mannaggia chitemmuort! Torn caaa, mariuol! Ramm ‘o tabblett mij, mannaggia a sor’ ta, chella zombaper’ta. L’agg paat 699 eur, stu sfaccimm! Torna caaa. – Certo che i clochard sono proprio sfortunati, cari irriverenti.
L’aveva appena comprato quel tablet. E aveva sudato tanto per averlo. Peccato. Però pure voi, ragazzi. Dico… Cosa vi mettete a leggere il romanzo scritto da un clochard. Si sa che queste povere persone fanno una vita durissima e che campano di stenti.
Era inevitabile che prima o poi, con tutta la fame che c’è in quell’ambiente, qualcuno gli avrebbe ciulato il tablet, no?Mi dispiace, ma credo non sapremo mai cosa stava per dire Pambalawj, e del perché le sue parole avrebbero dovuto porre fine alla nostra esistenza.’Nnaggia… Vi vedevo così presi…E invece niente finale. DYLAN MORIARTYE invesce sì. Fascio io finale. Mi presento. Sono Aziz, barbone che viene da Esgitto. Quelo che ha rubato il tablet a l’altro barbone. Io prima avevo negossio frutta e verdura.
Poi buffi, debiti e io finito co’ culo per tera.Io però visto che lui stava a scrive libro. Ho leto tuto. Scusate, mi dispiasce tanto per voi. Era interesante. Però fame è brutta…Se volete finisco io storia di Anal. Vuoi? Allora Madre superiora fa:- Ferma, signorina Bagasciova… -Ma era tropo tardi.
Pandoro Bauli cominscia parlà.- Quanto casso dormito io? Casso siete voi? Vuoi datteri? Vuoi pompelmo? Questo pompelmo di Jaffa, eh? Fresco fresco. Bono bono. Ssasgia pure nosci. Se vuoi, pure sgusciate sce l’ho. Scicoria? Puntarele? Queste no lumache. Lavate io. -Anal e Madre superiora spaventate e così disce che non vuole niente.Allora Pandoro Bauli arrabbia perché capisce che lui non solo svejato a casso, ma poi nun fa nemeno na lira… Quindi lui arrabbia e…Lui arrabbia e… Lui arrabbia e mangia Anal co Madre superiora.FINEVa bene così storia?A proposito, io sono quelo di foto. Felice dopo che ho rubato tablet.
Sciao, beli.
Dylan Moriarty
