Ashtag #vatuttobene

Uscì dal negozio mettendosi la borsa a tracolla. Il mezzo sorriso a beneficio della commessa  era già sparito. I pensieri erano sparsi, rotolavano giù per la china di rabbia, o saltavano fossi di lacrime. Non riusciva a racimolarli.

Era una giornata di quelle che era meglio rannicchiarsi sotto le coperte e dormire per non pensare. Non c’era nulla di eclatante, non era successo nulla. Ma come altre volte dimostrare a tutti quelli che le stavano intorno, che stava bene, era pesante. Molto pesante.

La chiamavano la signora “vatuttobene”. Poteva essere un ashtag per instagram, se non fosse per la tristezza che le provocava e il malessere fisico che stilettava a ogni respiro.

Era stanca, stanca di sostenere marito, figli, amiche. Nessuno si preoccupava di chiederle come stava. Forse era colpa sua, non si lamentava, non era piagnucolosa, non chiedeva. Andava avanti a testa bassa come un ariete e sfondava muri e barriere per gli altri, mai per se stessa. Era nata crocerossina, accudiva tutti gli altri fuorché se stessa. Aveva paura. Paura di non essere accettata. L’insicurezza di una educazione antidiluviana le aveva condizionato metà della vita. Si stava riprendendo, ora che era arrivata alla mezza età. Ma gli altri non capivano. Ciò che lei aveva dato fio a quel momento se non lo dava più veniva accusata di essere egoista, di essere cambiata, di non mare più come una volta. E invece amava, stava cominciando ad amare se stessa. Ma l’egoismo accecava anche chi diceva di amarla.

Scese le scale che la portavano in piazza e sul marciapiede vide dei papaveri solitari, si sentiva proprio come loro. Sollevò lo sguardo e vide che le veniva incontro una figura famigliare, era sua sorella.

“Ciao Carlotta, come va?” Domande di rito che sentirle le facevano accapponare la pelle.

“Ciao, tutto bene grazie.” Rispose automaticamente, e non c’era nulla da fare. Sembrava un disco rotto.

Non capiva neppure sua sorella, che alla sua riposta cominciò a intercalare tutto quello che la faceva andare in bestia. Ma ascoltò placidamente con l’inferno dentro.

“Beata te che stai bene. Tu non sai che mi è successo, sai l’altro giorno…” E via con le solite storie di pettegolezzi. Ma oggi non era in vena. La congedò bruscamente, la sorella restò di stucco,  poi si girò stizzita andandosene.

Se l’avesse ascoltata avrebbe saputo che stava attraversando un periodo nero. Che avrebbe voluto qualcuno che l’abbracciasse davvero, non distrattamente o perché bisognava farlo. Il  peso nel cuore si acuiva ogni giorno di più. Sapeva che doveva cercare aiuto, ma continuava a sorridere e di rimando chi le stava vicino cercava il suo sostegno. Tornando a casa con la busta della spesa vide la finestra della camera di suo figlio aperta. Non si chiese il perché, era come anestetizzata dalla sua sofferenza. Era invisibile , per tutti. Altrimenti avrebbero visto che era pallida e dimagriva a vista d’occhio.

Salì le scale, aprì la porta e chiamò.

“Sono a casa, Filippo Ci sei?” Il figlio no rispose.  La porta della camera da letto era socchiusa, senti dei rumori.

“Mamma, che ci fai qua?”

“È casa mia, non credi?”

Filippo era imbarazzato, 17 anni di adolescenza goffa e irrispettosa.

“Si va bene, ho capito, vuoi stare da solo. Vado a fare il pranzo. Ma come mai oggi niente scuola?”

“Sciopero” La risposta era laconica come sempre.

Si tolse le scarpe e si sedette con un bicchiere d’acqua in mano. Lo sguardo fisso e lacrime solitarie che scendevano sul suo viso.

“Sono sola.” Una frase che scatenò la più cupa delle disperazioni. Cominciò a piangere senza ritegno. La disperazione sgorgava dalle sue lacrime e dalle sue labbra. Ormai quella sensazione stava diventato preponderante. Si sentiva in mezzo a u deserto freddo. Sentì la chiave nella toppa. Il marito era già rientrato. Guardò l’orologio, erano passate quasi due ore da quando si era seduta a piangere. Probabilmente Filippo aveva sentito ma non si era preoccupato di andare a vedere che stava succedendo.

“Leana? Sto morendo di fame, non è ancora pronto?” la voce di suo marito la scosse, si asciugò in fretta le lacrime, ma gli occhi erano arrossati e il viso gonfio, se ne sarebbe accorto e cominciava già a cercare delle scuse per la sua faccia rovinosamente sbagliata in quella bella mattina di sole.

Entrò in soggiorno lisciandosi la gonna. I piedi nudi quasi viola per il pavimento freddo e un sorriso imbarazzato.

“Ciao Leana, buongiorno. Che si mangia?”

“Ora metto in tavola.”  Per fortuna aveva degli avanzi del giorno prima e non si sarebbe accorto di nulla.

Proprio di nulla, non l’aveva neppure guardata in viso, aveva acceso la TV per ascoltare le notizie e aveva cominciato a imprecare contro il governo. Era invisibile. Eppure le sarebbe bastato anche solo un abbraccio e un come stai.

Si riprese in fretta, come sempre. Chiamò Filippo per il pranzo, lei non si sedette a tavola e nessuno le chiese come mai. Padre e figlio mangiarono in silenzio guardando al TV. Leana sorrise amaramente guardandoli. Decise di fare una passeggiata, e cominciò a camminare senza meta pensando alla sua vita. La tristezza nona accenna va a passare anche se si ripeteva continuamente che sarebbe passata come tute le altre volte.

Entrò nel parco e incuriosita dal movimento insolito si avvicinò a un capannello di persone. Sul prato una decina di cuccioli del colore del miele attirò la sua attenzione. Si inginocchiò e ne prese uno in braccio, accarezzandolo, la tristezza si alleggerì anche s rimase in sordina. La ragazza che teneva i cuccioli le sorrise.

“Signora, li sto regalando, vorrebbe prenderne uno?”

“Non so, vivo in appartamento e credo che potrebbe soffrirne”

“Ha bisogno di poco, è una taglia piccola. A lui basta solo amore e un po’ di cibo.”

Leana strinse il cucciolo a se tornando a casa. Sapeva che suo marito non voleva animale, ma non gli importava nulla. Questa volta era lei che aveva bisogno di qualcosa e aveva deciso di prendersela. Era un piccolo passo, ma ne seguirono altri e con il tempo Leana non sarebbe più stata invisibile, si sarebbe fatta sentire. Esattamente come quel cucciolo, che in quel momento guaendo, attirò l’attenzione dei presenti provocando stupore.

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