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		<title>L’ISOLA AL TEMPO DEI GIGANTI E DELLA GRANDE ONDA</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jul 2012 08:14:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da: La Nuova Sardegna, venerdì 22/02/2008www.lanuovasardegna.it Immagine tratta da: http://pierluigimontalbano.blogspot.it Pauli Arborei, tra mito e antichi racconti, testimonianze su sospetti ritrovamenti osseiDall’inviato Walter Porcedda In un tempo lontano. Molto, ma molto lontano. All&#8217;epoca delle possenti torri dei nuraghi e delle navi che solcavano il mare per andare verso lidi dai</p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2012/07/16/lisola-al-tempo-dei-giganti-e-della-grande-onda/">L’ISOLA AL TEMPO DEI GIGANTI E DELLA GRANDE ONDA</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">Rita Pinna</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><em>Da: La Nuova Sardegna</em>, venerdì 22/02/2008<br /><a href="http://www.lanuovasardegna.it" target="_blank">www.lanuovasardegna.it</a></p>
<p><strong>Immagine tratta da: </strong>http://pierluigimontalbano.blogspot.it</div>
<div><em>Pauli Arborei, tra mito e antichi racconti, testimonianze su sospetti ritrovamenti ossei</em><br /><em>Dall’inviato Walter Porcedda </em><br />In un tempo lontano. Molto, ma molto lontano. All&#8217;epoca delle possenti torri dei nuraghi e delle navi che solcavano il mare per andare verso lidi dai nomi esotici viveva in un posto, non troppo distante dal mare, un popolo di adoratori delle stelle e della luna. Alcuni di questi erano dei giganti. Vivevano in città circondate da fiumi e canali ma che un giorno<br />vennero spazzate via, sommerse da un onda gigantesca arrivata dal mare&#8230; Potrebbe essere il racconto giusto per far innamorare un poeta della narrazione come il compianto Sergio Atzeni, autore dell&#8217;intrigante e visionario romanzo dedicato ai sardi, «Passavamo sulla terra leggeri», dei quali ne evoca poeticamente origini e destini. Eppure di questi ed altri accidenti si ascolta a Pauli Arbarei, centro della Marmilla. Tra storia e leggenda, il mito si intreccia con il racconto orale, passato da padre in figlio, di generazione in generazione proprio come il rito antico e oscuro di Antonio Setzu, il custode del tempo del libro di Atzeni, che trasmette la memoria collettiva al suo giovanissimo discepolo.<br />«Diecimila anni fa vivevano da queste parti un re con dieci dame di corte e una flotta di milleduecento navi». Così rievoca tziu Alfredo Garau, 69 anni, mentre con gli occhi misura i filari ben ordinati del suo orto. Piccole e regolari cunette di terra grigia scura come la cenere, così come è da queste parti, dentro le quali iniziano a spuntare dei germogli verdi. Ed è come se tutto fosse accaduto appena ieri. «Là nella città perduta vivevano anche des&#8217; ominis mannus che nessuno poteva toccare». Poi un giorno la catastrofe. Quello che era un grande lago con canali navigabili fino al mare diventò solo una palude d&#8217;acqua (e il nome Pauli Arbarei potrebbe proprio voler dire questo).<br />«S&#8217;unda manna» annientò così una grande civiltà. E poi? «Quel posto era rimasto sacro nella memoria di tutti.<br />Non si poteva e doveva violare. Invece&#8230; Dai campi ogni tanto saltavano fuori delle ossa. Tantissime e tutte in sa idda boccia. Grandi, enormi. Io stesso ho visto, avevo allora 17 anni, una tibia grande come questo tavolo. Sa, non si sapeva bene cosa fossero, si prendevano e si buttavano via. Poi arrivarono i trattori e queste finivano frantumate sotto i cingoli&#8230; anche per la paura che bloccassero tutto».<br />Così continua l&#8217;anziano di questo villaggio a un tiro di schioppo dalla Statale 131, dove scorre senza soste il fiume argenteo delle auto e dei tir.<br />Qui è come una piccola Macondo dove il tempo sembra essere rallentato. Vie linde e strette, dove sfilano antichi portali di legno, si indovinano giardini rigogliosi di erbe e profumati d&#8217;aranci. Dappertutto, nell&#8217;aria, l&#8217;odore pungente di fuochi accesi dentro i cammini. Dove un silenzio calmo e di pace sembra avvolgere come una morbida coltre segreti nascosti nel cuore degli uomini.<br />Molti di questi parlano anche dei Giganti. Aveva appena dieci anni Luigi Muscas, oggi ultraquarantenne quando, mentre pascolava le pecore a Corte e Baccasa, altipiano sopra il paese, allo scoppiare di un temporale si era rifugiato tra le rocce, dentro una cavità. Enorme lo stupore nello scoprirvi all&#8217;interno un grande scheletro mummificato. Corre trafelato in paese ad avvisare il nonno che, dopo aver condiviso senza alcun stupore la scoperta, inizia a tramandare al nipote le antiche leggende del luogo. Leggende che da allora per quel pastorello, oggi diventato scultore, sono diventate una grande passione, fino a raccoglierle in un libro, «II popolo dei giganti» (sarà presentato oggi alle 16,30 a Oristano nella sala conferenze ex Ept di Oristano in piazza Elenora d&#8217;Arborea) che, certo lungi da pretese di essere un volume con il crisma della scientificità, non solo raccoglie storie, dubbi e interrogativi senza risposte ma è di fatto — questo l&#8217;elemento più interessante — un bell&#8217;incontro tra mito e conto popolare. Al suo interno infatti ci sono le testimonianze di ben ventiquattro persone del paese e del circondario. Una sorta di antologia alla Spoon River revocatrice di immagini sfocate dal tempo e consegnate in quel limbo fluttuante tra il sogno e la realtà. Ed è come se così fosse un solo uomo a parlare, o meglio a narrare con le ansie e pure le contraddizioni, ma sempre con austera e rispettosa sacralità, quella che è dovuta agli avi. Grandi o piccoli che fossero.<br />Così il racconto di Virgilio Saiu, di 92 anni. «Io, un gigante l&#8217;ho visto davvero. Era il 1950, lavoravo con altri due operai vicino alla locale chiesa di Sant&#8217;Agostino. Fui io per primo a colpire con il picco una lapide di pietra. Pulii la terra attorno al coperchio e aprii una enorme bara di pietra. Dentro c&#8217;era lo scheletro di un uomo grande tre volte la mia altezza. Oltre i due metri e mezzo. Era mummificato e nelle braccia si vedeva no le arterie pietrificate. Nelle mani aveva tre monete lucenti. Che diedi al parrocco, don Sideri perché (così mi disse) avrebbe dovuto farle vedere a Cagliari. Ma non le ho più riviste. Lo scheletro? Ci disse di farlo a pezzi e seppellirlo». Ma non fu l&#8217;unica volta. «Sì. L&#8217;anno prima facevo dei lavori come bracciante nella vigna di Nadali Pusceddu vicino a Nuraxi e&#8217;Passeri.<br />Scavando, scoprimmo una ventina di scheletri tutti allineati. Alcuni avevano caviglie grandi come quelle dei buoi».<br />Tanti concordano nel dire che i Giganti (dei quali vengono mostrati ipotetiche ossa, qualche stranissimo dente, resti che molti si augurano vengano analizzati scientificamente) appartenuti a una gens e a una civiltà cancellata da «s&#8217;unda manna» vivevano là nella città dimenticata.<br />Nell&#8217;altopiano sopra il paese, in effetti, numerose sono le tracce di siti che forse andrebbero studiati e tutelati meglio (e finora purtroppo solo preda degli agguerriti tombaroli che spogliano e distruggono senza curarsi della memoria e della scienza). Nuraghi interrati, massi ciclopici rovinati, cocci etc&#8230; E perstno grandi e pesanti anelli di ferro che dicono servissero per l&#8217;attracco delle navi. «Erano nella giara, sotto il nuraghe de S&#8217;ununcu e su sensu» dice Eugenio Cuncu che rivela: «demolendo una vecchia casa ne trovammo una quarantina che gettarne in una discarica di Ussaramanna». Ma non ci sono solo Giganti. Adriano Picchedda, 82 anni svela che «fino all&#8217;età di 17 anni, con miei genitori e altre persone in certe notti andavamo attorno a delle pozze d&#8217;acqua a pregare le stelle e la luna. Per chiedere che l&#8217;annata fosse buona».<br />Ecco forse l&#8217;estremo indizio di una memoria che dal mito diventa poesia. Ultimo segnale di un popolo che come scrisse Atzeni nella sua affascinante saga non lasciò «altre tracce che i nuraghe, le navi di bronzo di Urel di Mu e i piccoli uomini cornuti, guardiani dell&#8217;isola che molti fecero imitando Mir. Nessuno sapeva leggere e scrivere.<br />Passavamo sulla terra leggeri come l&#8217;acqua».</p>
<p><strong>LE TRADIZIONI ORALI VANNO ASCOLTATE</strong><br /><em>L’opinione del giornalista Sergio Frau</em></p>
<p><strong>Scavando dentro leg-gende senza tempo, anche tra i vecchi di Pauli Arbarei che rievocano storie di giganti e popoli marinai, torna l&#8217;eco sotterranea di un grande onda che dal mare cancellò una civiltà.<br />Per primo lei, in «Le Colonne d&#8217;Erede, un&#8217;inchiesta» ha ipotizzato scenari diversi per la storia della Sardegna, quella che lei stesso ha nel Mediterraneo. Cosa ne pensa di questo reperto di tradizioni popolari?</strong><br />Non vorrei prendermi meriti altrui&#8230; Di Plafone soprattutto: è stato lui a parlarne per primo. In quel mio libro io, infatti, ho semplicemente verbalizzato le sue parole, quelle di Omero e quel che la Memoria degli Antichi d&#8217;Oriente — in Grecia, in Egitto — aveva conservato a proposito di una strabiliante e ricchissima Isola d&#8217;Occidente, al di là delle prime&#8221; Colonne d&#8217;Erede, nel l&#8217;Oceano di Omero: qui da noi, quindi! Le stesse storie dicono che poi, però, intorno al XII secolo a.C. quell&#8217;isola fu colpita da terribili cataclismi marini che la ferirono a morte. I taccuini di scavo di Giovanni Lilliu (in cui racconta di quando tolse 30 metri di fango dalla sua Barumini) e un&#8217;occhiata<br />ai tanti nuraghi sotto il fango in pianura, mi hanno convinto che le tradizioni orali vanno ascoltate e verificate con rispetto e attenzione. Del resto, ormai, l&#8217;antropologia di alto livello lo fa ovunque&#8230;»<br /><strong>— Cosa fare per trovare ulteriori indizi che possano dare un supporto scientifico a questi racconti?</strong><br />«Non c&#8217;è nulla di meglio che incrociare il rigore nella ricerca delle fonti testimoniali con campagne di analisi geologiche ben fatte. A volte, poi, basta soltanto metter da parte pre-giudizi e ragionare con mente serena&#8230;».<br /><strong>— Nel sottosuolo dell&#8217;isola c&#8217;è ancora molto da scoprire. Tanto da dover riscrivere la storia del nostro popolo?</strong><br />«A mio avviso la prima storia della Sardegna è già stata scritta: è quella che ci raccontano Omero, Ramses III, con gli Shardana sulle mura di Medinet Habu. Giustamente Lilliu si è raccomandato di non scavare più tanto! Sono ormai troppe le meraviglie rinchiuse da anni nelle casse. Riordiniamo prima quelle! E, piuttosto, cerchiamo di capirlo cos&#8217;è successo davvero al nostro territorio: come mai Losa e migliaia di altri nuraghi sembrano fatti ieri? E come mai nelle piane troviamo a centinaia altri nuraghi sepolti dal fango? Finito il libro l&#8217;ho fatto avere a Mario Tozzi, geologo del Cnr che stimavo ma ancora non conoscevo: è stato proprio lui a confermare molti dei sospetti<br />che ormai avevo. E ora — nel nuovo catalogo della mostra Atlantikà: Sardegna, Isola Mito — ci sono decine e decine di foto, fatte da Francesco Cubeddu con il suo paramotore: stringono il cuore tutti quei nuraghi del Sinis e del Campidano, sepolti come giganti abbattuti. Chiunque potrà giudicare e ragionarci su: solo se ha voglia di ragionare, ovviamente&#8230;». <em>(w.p.)</em></div>
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