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	<title>archeologia sarda Archivi - Rita Pinna</title>
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	<title>archeologia sarda Archivi - Rita Pinna</title>
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		<title>Tra l&#8217;XI ed il VI secolo sbarcano in Sardegna i Fenici, ben accolti dalla popolazione locale</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Sep 2013 11:06:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questa pagina vedremo i Fenici apparire improvvisamente sulla scena come grande potenza marinara. Ad essi si fanno risalire grandi conoscenze tecnologiche, come l&#8217;invenzione dell&#8217;alfabeto moderno, la diffusione del vetro e della porpora, e quella del sistema babilonese di pesi e misure. La presenza fenicia in Sardegna copre un periodo che</p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2013/09/08/tra-lxi-ed-il-vi-secolo-sbarcano-in-sardegna-i-fenici-ben-accolti-dalla-popolazione-locale/">Tra l&#8217;XI ed il VI secolo sbarcano in Sardegna i Fenici, ben accolti dalla popolazione locale</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">Rita Pinna</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questa pagina vedremo i <strong>Fenici</strong> apparire improvvisamente sulla scena come grande potenza marinara. Ad essi si fanno risalire grandi conoscenze tecnologiche, come l&#8217;invenzione dell&#8217;alfabeto moderno, la diffusione del vetro e della porpora, e quella del sistema babilonese di pesi e misure. La presenza fenicia in Sardegna copre un periodo che inizia nell&#8217;XI e si prolunga fino al VI secolo a.C..</p>
<h3>Chi sono i mercanti e navigatori Fenici</h3>
<p>Quella fenicia è una popolazione di <strong>origine semitica</strong>. Proviene da un&#8217;arida striscia di terra nel Mediterraneo orientale, che occupa la maggiore parte della costa dell&#8217;attuale Libano, limitata a sud dal monte Carmel, a nord dal golfo Dilskenderun, a est dalla catena del Libano e ad ovest dal mare.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/fenicia-49a.jpg" target="_new" title="Localizzazione di insediamenti Fenici nel Mediterraneo"></a>Il termine <strong>Fenici</strong> deriva dalla parola greca<em>Phoinikes</em>, con la quale già Omero chiama questo popolo. Probabilmente si tratta di un termine nato per designare questa popolazione, e non la parola con cui essa designava se stessa, infatti non risulta che i Fenici si siano mai dati una denominazione come popolo, a parte le denominazioni delle singole città-stato. Sebbene siano di origine probabilmente precedente, è nell&#8217;XI secolo che si osserva l&#8217;espansione dei Fenici, il cui centro principale è <em>Sidone</em>. Lo storico romano Giustino, da anche la notizia della fondazione di <em>Tiro</em>, ma la città è già conosciuta prima di questo periodo, dunque si crede che la città in quest&#8217;occasione sia stata rifondata.</p>
<h4>L&#8217;organizzazione della società fenicia</h4>
<p>La società fenicia è basata, infatti, sulle città-stato, che sorgono principalmente sulle coste. Un sovrano domina su ogni città-stato: ognuna di queste è un&#8217;entità autonoma, composta dall&#8217;abitato e dalla campagna circostante. Le dinastie diventano presto ereditarie. A volte compare un&#8217;assemblea cittadina, e comunque un affiancamento degli anziani, che prendono decisioni al posto del re, e sono molto probabilmente esponenti delle classi mercantili.</p>
<h4>L&#8217;economia della società fenicia</h4>
<p>Non essendo la loro terra adatta all&#8217;agricoltura, ma ricca di coste e di approdi, i Fenici si dedicano alla navigazione e al commerciò. I commerci Fenici riguarda soprattutto i metalli semilavorati, il grano, le conserve alimentari di carne e di pesce, il vino, il sale e gli schiavi, e dalle loro coste toccano le terre più lontane.</p>
<p>La fine dell&#8217;XI secolo ed il secolo successivo è il periodo del predominio di Tiro, con il commercio marittimo che si sviluppa da Cipro all&#8217;Egeo, fino ad arrivare in Anatolia, e verso occidente fino alle coste spagnole. Fonte principale della loro economia sono le intense attività commerciali e marittime, per sostenere le quali, dopo le prime frequentazioni occasionali, essi iniziano a fondare numerosi <em>empori commerciali</em>, punti di appoggio e colonie, sulle coste. Nel Mediterraneo occidentale le fondano soprattutto a Malta e in Sicilia, da cui partono due rotte: la prima per la Sardegna, le Baleari e la Spagna; la seconda per l&#8217;Africa, fino all&#8217;Atlantico, e poi, nuovamente, alla Spagna.</p>
<p>Sono grandi navigatori, e conoscono e sanno tracciare le rotte. Preferiscono navigare sotto costa, di giorno, orientandosi con il sole, hanno quindi bisogno di punti di approdo che non distino tra loro più di una giornata di navigazione. Se costretti a navigare di notte, si orientano con le stelle dell&#8217;Orsa Minore che verranno, per questo, chiamate dai greci <em>Stelle Fenicie</em>.</p>
<h4>L&#8217;organizzazione urbana delle città fenicie</h4>
<p>Le città fenicie sono caratterizzate da possenti mura difensive e da porti funzionali, realizzati in posizioni in grado di difendersi dalle maree o da fenomeni di insabbiamento. Le navi entrano in porto solo per operazioni di carico e scarico, mentre, per il resto del tempo, restano in mare.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;organizzazione urbana dei centri Fenici, sappiamo che all&#8217;interno della cerchia muraria si trovano le case, le botteghe, gli impianti artigianali, e i numerosi edifici pubblici. Vi sorgono, anche, i templi, e, soprattutto nella parte più alta della città, denominata <em>acropoli</em>, generalmente, sorge un importante santuario.</p>
<p>Al di fuori dalle mura cittadine, vengono, invece, realizzate la<em>necropoli</em>, nelle quali seppellire i defunti in tombe a pozzo scavate nella roccia, con seppellimento sia ad inumazione che ad incinerazione; ed il <em>tofet</em>, il luogo destinato alla sepoltura dei bambini, con l&#8217;incinerazione ed il loro seppellimento in vasi i terracotta.</p>
<h4>La cultura fenicia</h4>
<p>I Fenici possiedono una notevole cultura. Parlano una lingua semitica affine all&#8217;ebraico ed hanno inventato l&#8217;<strong>alfabeto moderno</strong>, che fa corrispondere ad ogni suono un segno. Il loro alfabeto, come in tutte le lingue semitiche, manca delle vocali che verranno successivamente aggiunte dai Greci.</p>
<p>Utilizzano e diffondono la conoscenza del <strong>vetro</strong>, che i Greci ritengono addirittura sia stato inventato proprio da loro. Utilizzano inoltre la<strong>porpora</strong>, una sostanza rossa estratta dalla conchiglia di alcuni animali marini, per colorare le vesti. E portano, inoltre, alla diffusione, in tutto il Mediterraneo, del sistema babilonese di <strong>pesi e misure</strong>.</p>
<h4>Un&#8217;ipotesi sulla misteriosa origine dei Fenici</h4>
<p>È, però, improbabile che si tratti di un popolo nativo del Libano, perché, dopo l&#8217;invasione del 1200 che tutto distrugge e dalla quale si salva solo Atene, sarebbero occorsi secoli prima che una civiltà ivi residente potesse riprendere il suo splendore.</p>
<p>E d&#8217;altra parte, le conoscenze dei Fenici si ritrovano tutte nella precedente storia degli Shardana, per cui siamo portati a vedere i Fenici come eredi degli Shardana, rientrati, dopo la grande catastrofe del 1200 a.C., nel territorio dal quale, tanti anni prima, erano partiti per muoversi verso occidente. Questo porta a ritenere che la civiltà fenicia sia stata originata dalla fusione della popolazione locale cananea, con gli Shardana e gli altri Popoli del Mare, che arrivarono ad occupare le coste orientali del Mediterraneo, in seguito alle loro terribili incursioni del 1200 a.C.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/nave-b72.jpg" target="_new" title="Nave commerciale fenicia (850 a.C.)"></a>Delle navi Shardana riprodotte nei bronzetti votivi abbiamo già parlato, vi si possono forse riconoscere le navi dei Feaci di Omero, e vi riconosciamo le caratteristiche delle navi dei Fenici. Come abbiamo parlato della navigazione lungo le coste dell&#8217;africa degli Shardana alla ricerca dello stagno per produrre il bronzo, le cui rotte a loro ben note, sarebbero poi state seguite dai Fenici.</p>
<p>Ed essi, infatti, le seguono. su incarico del faraone <em>Necao</em>, nel VII secolo a.C.; da <em>Hiram il fenicio</em>, verso la mitica Hofir; nel viaggio voluto nel 900 a.C. da <em>Salomone</em>, il quale invia i Fenici a cercare metalli, fino alla mitica Tartesso. A loro i Greci attribuiscono anche il primo periplo dell&#8217;Africa.</p>
<h3>L&#8217;arrivo dei Fenici in Sardegna</h3>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/datazioni-355.jpg" target="_new" title="Datazioni dell'età del Bronzo"></a>Attirati dalla posizione geografica dell&#8217;isola, le cui coste costituiscono un&#8217;ottima base di transito verso l&#8217;occidente, dalla fertilità della terra e dalla ricchezza delle miniere, i Fenici cominciano a frequentare la Sardegna per scambiare i propri prodotti con quelli delle popolazioni locali. Offono vasi, tessuti, gioielli e profumi, in cambio sopratutto di metalli greggi, soprattutto il rame, l&#8217;argento ed il piombo.</p>
<p>La collocazione degli insediamenti Fenici in zone in cui non esistevano precedenti insediamenti locali, fa pensare che non si determini alcun conflitto fra i Fenici e gli abitanti dell&#8217;isola. I Fenici si insediano in luoghi a bassa densità abitativa da parte della popolazione, o in luoghi da cui i locali si erano allontanati da molto tempo. Preferiscono insediarsi nel sud dell&#8217;isola, perché il nord ha folti insediamenti locali.</p>
<p>Effettuano un insediamento progressivo, dove l&#8217;entroterra lo permette, ma con una espansione esclusivamente difensiva: si acquisisce il territorio solo per necessità di approvvigionamento agricolo, soprattutto nel Sulcis. Si presume, comunque, che tra la popolazione locale ed i Fenici si instauri un buon rapporto di collaborazione e di scambio commerciale. Grazie alla presenza dei Fenici viene introdotta la scrittura, e la cultura dell&#8217;isola si arricchisce, uscendo dai suoi confini naturali ed entrando nel più ampio contesto della cultura mediterranea.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/602/034.jpg" target="_new" title="Scavi di Nora-La famosa stele di Nora con in caratteri Fenici le parole SHRDN (Shardana) e B TRSHSH (in Tartesso)"></a>A Nora è stata rinvenuta una stele sepolcrale, nota appunto con il nome di <strong>stele di Nora</strong>, risalente al IX secolo a.C. ed oggi conservata al museo Archeologico di Cagliari, sulla quale una iscrizione fenicia ricorda l&#8217;erezione di un tempio al dio cipriota<em>Pumay</em>, e sulla quale compare per la prima volta la parola <em>SHRDN</em>, da alcuni interpretata come Shardana. Il che, starebbe a dimostrare l&#8217;origine Shardana dei Fenici.</p>
<p>Se fosse vera, come noi riteniamo, l&#8217;origine Shardana dei Fenici, ciò farebbe comprendere perché al loro arrivo in Sardegna vengano accolti così bene dalla popolazione locale, che consentirà loro la creazione dei loro scali commerciali. Cosa che non avverrà invece con i Cartaginesi, e meno ancora con i Romani, che verranno sempre contrastati dalla popolazione locale.</p>
<h4>I primi sbarchi dei Fenici in Sardegna nell&#8217;età del Bronzo Finale</h4>
<p>In base a ritrovamenti effettuati a Sulci, sappiamo che i primi Fenici iniziano a frequentare le coste sarde già dall&#8217;XI secolo a.C., nel periodo in cui il predominio di Tiro li fa iniziare a spostarsi lungo le coste del Mediterraneo, e la loro presenza sull&#8217;isola dura in tutto circa seicento anni. Il primo periodo della presenza fenicia in Sardegna, è quello che viene chiamato della <strong>fase precoloniale</strong>, e che si inquadra nell&#8217;età del Bronzo Finale, dal loro primo approdo sull&#8217;isola nell&#8217;XI secolo, fino a verso l&#8217;850 a.C.. Nella fase precoloniale, vengono creati da parte dei Fenici i primi insediamenti, che vengono indicati nella letteratura specialistica con il termine di <em>empori commerciali</em>. Si tratta di centri abitati di piccole dimensioni, a carattere solitamente non di tipo stanziale, creati con una duplice funzione. Da un lato, per instaurare, incentivare e regolamentare le relazioni commerciali con le popolazioni locali. D&#8217;altro canto, per offrire alle navi Fenicie un supporto per le necessità di sosta, per quelle di ricovero delle navi in caso di avverse condizioni atmosferiche, e per riparare i possibili danneggiamenti ai quali le navi potevano essere soggette.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/micenea-c04.jpg" target="_new" title="Tharros-Frammento di ceramica micenea"></a>I dati archeologici attestano, nel periodo precoloniale, contatti commerciali e culturali tra i Sardi, i Fenici, gli Egei ed i Micenei, che avvengono in diversi centri, come, ad esempio, nel villaggio di<em>Sant&#8217;Imbenia</em>, nella baia di Porto Conte, vicino ad Alghero, in provincia di Sassari. L&#8217;abitato si è rivalato un centro di smistamento dei prodotti minerari locali, argento, rame e ferro; ed almeno nella prima metà dell&#8217;VIII secolo a.C. è stata realizzata un&#8217;officina ceramica e forse anche metallurgica. Qui sono state rinvenute, accanto alle ceramiche realizzate dalla popolazione locale, anche altre di importazione, in particolare fenicie e greche dell&#8217;Eubea, la presenza delle quali ha portato gli studiosi a ipotizzare la presenza stabile di popolazioni di provenienza orientale. È stato anche ritrovato a Tharros un frammento di ceramica micenea databile addirittura 1300 a.C..</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/tripode-f36.jpg" target="_new" title="Oristano-Riproduzione di un tripode fenicio in bronzo"></a>Sono databili, nel periodo precoloniale, anche un tripode rinvenuto a Oristano, manici di specchi trovati a Santadi, un bronzetto a Galtellì. Riferibili esclusivamente ai Fenici sono alcuni reperti del X e del IX secolo rinvenuti nella Nurra, mentre materiali del IX ed VIII secolo, soprattutto bronzi figurati, sono stati trovati a Santa Cristina di Paulilatino, e un bronzetto a Mandas. Risalgono all&#8217;VIII secolo diverse torcere di bronzo rinvenute a Santa Giusta, a Serri, a Tadasuni ed a San Vero Milis. Della stessa epoca sono una fibbia bronzea trovata a Barumini, alcuni bacili di Sardara e un tripode di Santadi.</p>
<p> </p>
<h4>Nella prima età del Ferro la presenza dei Fenici diventa stabile</h4>
<p>I Fenici incominciano a installarsi stabilmente in Sardegna nell&#8217;<strong>età del Ferro</strong>, verso l&#8217;850 a.C., in un&#8217;epoca, comunque, antecedente il VII o nel VI secolo, come si pensava fino a qualche tempo fa. Si tratta dei primi insediamenti Fenici, che in seguito assumeranno i connotati di vere e proprie realtà urbane.</p>
<p>Infatti, dall&#8217;850 a.C., ha inizio la fase dell&#8217;insediamento fenicio indicata con il nome di <strong>fase coloniale</strong>. Con l&#8217;arrivo dei Fenici in Sardegna, la popolazione preistorica entra, per la prima volta, in contatto diretto con il modello urbano, che dà tempo si è affermato nel bacino del Mediterraneo.</p>
<h4>Il primo periodo della presenza fenicia sull&#8217;isola, chiamato periodo Geometrico</h4>
<p>Nel periodo che va dall&#8217;850 al 730 a.C. si sviluppa la prima fase dell&#8217;età coloniale, ossia quell&#8217;età che viene detta <strong>periodo Geometrico</strong>. In questa fase comincia a comparire il ferro, ma prosegue l&#8217;utilizzo da parte della popolazione locale del bronzo. Vengono realizzati gli ultimi bronzetti, ed anche le ceramiche hanno forti analogie con quelle dell&#8217;epoca precedente. Inoltre, molti nuraghi non vengono abbandonati, ma ristrutturati e utilizzati come templi, ed è importante sottolieare che essi mangono un ruolo fondamentale, come ben evidenzia anche la riproduzione dei tanti modelli di nuraghe in pietra, bronzo e argilla. Durante il periodo Geometrico, vengono esportati manufatti Sardi in quasi tutte le regioni mediterranee, come evidenzia la diffusione della ceramica sarda anche oltre l&#8217;isola.</p>
<p>Il primo periodo, chiamato <strong>Geometrico I</strong>, fa riferimento ad alcuni rinvenimenti nel nuraghe di Genna Maria, vano 17, a Villanovaforru, nel Medio Campidano. Altri ritrovamenti riconducubili a questo periodo, provengono dai contesti di Sant&#8217;Anastasia, di monte Zara, e dal sepolcreto a pozzetti di Antas, a Fluminimaggiore.</p>
<p>Il successivo periodo, chiamato <strong>Geometrico II</strong>, si riferisce ancora al contesto di Genna Maria, vani 11 e 12, ma viene definito Genna Maria II per distinguerlo dal precedente. Tra gli altri contesti dove sono stati rinvenuti reperti di questo periodo, c&#8217;è quello di Barumini, ed il sepolcreto a pozzetti, cippi-nuraghi e statue, rinvenuti a Mont&#8217;e Prama, in territorio di Cabras, vicino ad Oristano.</p>
<h4>Il periodo Orientalizzante Antico e Medio-Evoluto</h4>
<p>Ma è verso il 730 a.C. che la presenza dei Fenici in Sardegna diviene stabile, si insediano, fondano le principali città, e vi si insediano. Tra il 730 ed il 580 a.C., si sviluppa il <strong>periodo Orientalizzante</strong>. In questo periodo continua, pur riducendosi come numero, la presenza di manufatti Sardi in quasi tutte le regioni del Mediterraneo, che hanno apprezzato i loro manufatti del periodo geometrico.</p>
<p>Nella fase iniziale, durante il periodo <strong>Orientalizzate Antico</strong>, gli insediamenti e i depositi costieri nella parte meridionale dell&#8217;isola, usati come scali marittimi e commerciali, diventano veri centri abitati. In questo periodo, i Fenici realizzano città importanti e potenti, belle e molto decorate.</p>
<p>Nella seconda fase del periodo, chiamato <strong>Orientalizzante Medio-Evoluto</strong>, emerge un rapporto privilegiato con l&#8217;Etruria, ma con direttrice invertita. Infatti, sono gli Etruschi a viaggiare in direzione della Sardegna, ed influenzano in modo significativo la produzione ceramica locale.</p>
<p>I Sardi si trovano, inoltre, a subire l&#8217;intraprendenza commerciale e politica dei Fenici, che, insediatisi sulle coste, tendono ad estendere la loro influenza culturale e politica in porzioni sempre maggiori del territorio, soprattutto nell&#8217;area del Sulcis.</p>
<h4>L&#8217;ultimo periodo della presenza fenicia sull&#8217;isola, denominato periodo Arcaico</h4>
<p>Negli ultimi anni della presenza fenicia in Sardegna, tra il 580 ed il 510 a.C., si sviluppa il <strong>periodo Arcaico</strong>, ma questo periodo, assai breve, è molto meno conosciuto di quello precedente. Nel periodo Arcaico, la fondazione, da parte di profughi greci provenienti da <em>Focea</em>, in Turchia, delle colonie di <em>Massalia</em>, oggi Marsiglia, sulla costa francese, di <em>Alalia</em>, in Corsica, e dell&#8217;emporio di <em>Gravisca</em>, oggi nota come porto Clementino, presso Tarquinia in provincia di Viterbo, iniziano a spezzare, con la presenza greca, il duopolio etrusco-fenicio nel Tirreno.</p>
<p>Ha inizio la presenza di popolazioni greche, almeno in aree portuali, libere e non ancora controllate dai Fenici, in particolare a Cagliari e ad Olbia, scalo fondamentale, come <em>Alalia</em>, per la navigazione dei Sardi verso l&#8217;Etruria e la costa francese. La presenza fenicia nell&#8217;isola prosegue, comunque, fino all&#8217;occupazione cartaginese delle piane della Sardegna, intorno al 510 a.C., suggellata dal primo accordo tra Roma e Cartagine, in una data assai vicina a quella che in Grecia chiude la fase arcaica e inizia quella classica.</p>
<h3>L&#8217;influenza della presenza fenicia in Sardegna</h3>
<p>Il contatto con i Fenici porta alla popolazione locale numeroso vantaggi. Questi vanno dalla introduzione della <strong>scrittura</strong>, che rappresenta un evento rivoluzionario nello scenario culturale sardo, alla nascita del concetto di città del quale abbiamo già parlato.</p>
<h4>La struttura sociale della società fenicia</h4>
<p>I Fenici sono <em>frazionati politicamente</em>. Ogni città è sovrana, ed è governata da un monarca, in genere ereditario, affiancato da un consiglio di anziani, espressione dell&#8217;<em>oligarchia</em> di commercianti e armatori, che ne limita la sovranità.</p>
<p>Ma la vera conquista in quel periodo, secondo l&#8217;archeologo Giovanni Lilliu, è l&#8217;organizzazione politica, che ruota intorno al parlamento del villaggio, nel quale un&#8217;assemblea composta dai capi e dalle persone più influenti, si riunisce per discutere sulle questioni più importanti e sulla giustizia. Secondo Giovanni Lilliu, questa forma di governo, benché non originale ed esclusivo della Sardegna, si ritroverà ancora intatto, dopo duemila anni, nello spirito delle «Coronas» del periodo Giudicale.</p>
<h4>L&#8217;economia</h4>
<p>Dai Fenici la popolazione locale impara a sfruttare meglio le risorse naturali dell&#8217;isola: migliora lo sfruttamento dei giacimenti minerari, inizia la coltivazione della palma e dell&#8217;ulivo, la produzione del sale, migliorano le conoscenze per la pratica della pesca. Porta anche la conoscenza di divinità diverse rispetto a quelle che avevano adorato per secoli.</p>
<p>Con il prosperare dei commerci, i prodotti della metallurgia e i manufatti Sardi raggiungono ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste siro-palestinesi a quelle spagnole e atlantiche. Quanto alle merci importate dai Fenici, sono soprattutto oggetti di lusso o stoviglie destinate ai banchetti, e provengono principalmente dalle città dell&#8217;Etruria.</p>
<p>I Fenici utilizzano la <strong>porpora</strong>, una sostanza rossa estratta dalla conchiglia di alcuni animali marini, per colorare le vesti. La porpora, però, era già conosciuta prima dei Fenici, dato che secondo la Bibbia Mosè affidò la costruzione dell&#8217;arca dell&#8217;alleanza a <em>Ooliab</em> della tribù di Dan, che intesseva la porpora viola, rossa scarlatto e ricamava il bisso.</p>
<p>Come già detto, secondo Esichilo in Sardegna, nella località dove sorgeva Cornus, era fiorente l&#8217;industria della porpora che era esportata in tutto il Mediterraneo con il nome di «ba&#8217; mma Sardianica», ossia tinta scarlatta sarda, ed ancora oggi gli abitanti del luogo lo chiamano «Campu &#8216;e corra», dove <em>corra</em> è il nome che danno al mollusco della famiglia dei gasteropodi, dal quale essa veniva estratta.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/505/037.jpg" target="_new" title="Sant'Antioco-Chiara Vigo che conserva la tradizione della lavorazione del bisso"></a>Per non parlare del <strong>bisso</strong>, detto anche la seta di mare, che viene ricavato da un filamento che secerne un mollusco, la <em>Pinna Nobilis Setacea</em>, che si trova, tra l&#8217;altro, nei fondali dell&#8217;isola di Sant&#8217;Antioco. E proprio a Sant&#8217;Antioco ancora oggi vive ed opera <em>Chiara Vigo</em>, l&#8217;ultima persona al mondo che raccoglie, carda, fila, tesse il bisso, e che lo tinge secondo l&#8217;antichissima tradizione.</p>
<h4>Come cambiano i villaggi e si avvia la costruzione delle città fenicie</h4>
<p>Nella prima età del Ferro, in Sardegna vengono superati i nuclei abitativi dipendenti dalla residenza del capo, ubicati in prossimità e direttamente dipendenti dal nuraghe, oppure distanti da esso ma legati al terreno agricolo e pastorale. Avvengono, inoltre, notevoli cambiamenti nell&#8217;assetto di alcuni nuraghi, che subiscono ristrutturazioni, a volte addirittura il parziale smantellamento di alcune delle torri e dei bastioni, come testimoniato, tra l&#8217;altro, dal nuraghe <em>Genna Maria</em>, a Villanovaforru. Ed intorno ai nuraghi, sempre più complessi ed elaborati, aumenta il numero delle capanne e vi è un ampio incremento demografico. La trasformazione dei nuraghi, indica che, ormai, il centro della comunità è diventato il villaggio.</p>
<p>Cambia, anche, l&#8217;assetto dei villaggi preistorici, con il passaggio dalla capanna circolare, a un complesso di diversi ambienti delimitati da un unico perimetro murario. Si tratta dei cosiddetti isolati, che tendono ad affermarsi con la comparsa della cultura fenicia. Le case sorgono spesso a ridosso, o sopra, i resti delle cinte antemurali di quelle che erano le regge nuragiche, e sono costituite da isolati formati da più ambienti, in genere da 6 ad 8, disposti inttorno a un cortile centrale.</p>
<p>Già dall&#8217;inizio del periodo Geometrico, i villaggi Sardi tendono all&#8217;urbanizzazione, ma non è chiaro quanto sia sviluppato questo processo. Gli isolati abitativi sono costituiti da vani a sviluppo prevalentemente rettilineo, con tetti lignei a spiovente. Le case sono relativamente semplici e modeste, con i muri di mattoni di fango o di pietre di media e piccola pezzatura, che vengono poi intonacate con la calce, mentre nel Campidano sono realizzati con muri di mattoni di fango chiamati <em>ladiris</em>, ed i pavimenti sono in terra battuta. Le case possono essere a pian terreno o a un piano, hanno spesso un cortile su cui si affacciavano le varie stanze. I vani hanno diverse destinazioni: per la preparazione dei pasti, per il pernottamento, come laboratori; ed a volte alcuni isolati comprendono anche un piccolo ambiente circolare provvisto di bacile e vasca, con adiacente un forno, destinato ai lavacri con acqua fredda e calda, ad uso termale. Le case sono, spesso, provviste di una cisterna per raccogliere l&#8217;acqua piovana. Sono presenti i primi forni per la ceramica con colonnina centrale, forni per il pane, oltre a resti di fornaci per fonderia, ed anche torchi per la vinificazione. Si notano anche i primi segni di viabilità, e nell&#8217;abitato di San Sperate si trova una larga strada lastricata. Frequenti nei villaggi sono i pozzi idrici, ed a volte si trovano anche canalette per il deflusso dell&#8217;acqua.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/505/014.jpg" target="_new" title="Sant'Antioco-Oggetti trovati in un'abitazione fenicia"></a><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/505/013.jpg" target="_new" title="Sant'Antioco-Oggetti trovati in un'abitazione fenicia"></a>Nel periodo Orientalizzante Antico sono ancora in uso gli ambienti circolari con bacile e vasca, e nel Campidano continua l&#8217;uso di case ad ambienti rettangolari con muri di mattoni di fango. Ma i principali segni dell&#8217;evoluzione del villaggio verso la città, è la presenza, in essi, della sala del consiglio, uno o più templi ed il santuario, che sorgeva sull&#8217;<em>acropoli</em>. Sono le sedi, rispettivamente, dei rappresentanti politici e religiosi della comunità. C&#8217;è, inoltre, spesso una palestra, funzionale alla crescita dei giovani.</p>
<p>É scarsa la conoscenza dell&#8217;edilizia abitativa nel periodo Orientalizzante Medio-Evoluto, così come di quello Arcaico, a causa dei pochi scavi effettuati in aree abitative, e dell&#8217;assenza di contesti funerari relativi a questo periodo. Le case sono, comunque, a vani quadrangolari, realizzate con basamenti in muratura, sul quale si alzano i muri in mattoni di fango. In questo periodo gli insediamenti diminuiscono in numero, ma in compenso si nota la tendenza all&#8217;inurbamento anche nelle aree campidanesi.</p>
<p>Delle città e delle fortezze fenicie ci restano, oggi, solo le <em>necropoli</em> ed i tophet, dato che, sui loro centri abitati, verranno edificate le città puniche; e, successivamente, su queste, le città romane.</p>
<h4>Le ceramiche</h4>
<p>La lavorazione della ceramica da parte della popolazione locale, nell&#8217;età del Ferro, è la logica prosecuzione di quella che si era effettuata nell&#8217;ultima età del Bronzo. La ceramica, che era caratterizzata da decorazioni in stile geometrico, con l&#8217;età del Ferro si caratterizza ancora per l&#8217;ornato di tipo geometrico, ma anche per un trattamento delle superfici a volte molto più curato.  Le produzioni ceramiche tornano, infatti, ad essere riccamente decorate, con caratteristiche orientalizzanti.</p>
<p>Le principali forme dei vasi del periodo Geometrico I, sono le brocche con bocca a taglio obliquo, con il corpo che tende al globulare; anfore con il collo alto e con l&#8217;ansa a gomito rovescio; ed anche scodelloni lenticolari biansati e scodelline a calotta sferica; ciotole decorate con simboli in rilevo; e molte altre forme. Nelle ceramiche, la decorazione si limita a motivi simbolici in rilievo, a isolate fasce orizzontali impresse a stecca sulla spalla delle brocchette askoidi, e a grossi punti impressi sulle anse a bastoncello schiacciato inferiormente dei vasi potori.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/406/035.jpg" target="_new" title="Barumini-Nuraghe su Nuraxi: brocca askoide in ceramica a becco caratterizzata dal collo inclinato su un lato e da un'ansa a ponte fra il collo ed il corpo"></a>Forme tipiche del Geometrico II sono i vasi piriformi, tipici dell&#8217;età del Bronzo, con falso beccucciò, a volte decorati con figure umane e con disegni di nuraghi; brocche a collo largo; brocche <em>askoidi</em>; anfore ad alto collo con anse a gomito; fiasche; lucerne cuoriformi a spalla carenata; e poi lucerne a contorno piriforme con protome zoomorfa e pintaderas a disco. Nella ceramica, la decorazione geometrica occupa tutta la superficie delle brocche e delle anfore, con fasce anche verticali disegnate a impressioni superficiali della stecca, o a incisione, o stampigliate.</p>
<p>Nel periodo Orientalizzante Antico, le forme più comuni dei vasi sono le brocche <em>askoidi</em> a largo collo, a volte con anelli in rilievo sul collo; e le brocchette <em>askoidi</em> dal collo stretto a corpo ellissoide. Non si trovano più i vasi piriformi. La ceramica d&#8217;impasto è sovradipinta. In particolare un secchiello con una serie di linee piegate a gomito dette<em>chévrons</em> tra serie di tratti verticali dipinti, e la brocca askoide con la bocca trilobata, risentono del gusto della ceramica euboica e cicladica.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/308/029.jpg" target="_new" title="Antiquarium Arborense-Kantaray (vasi per bere vino) in bucchero etrusco 600-560 a.C. rinvenuti in tombe Fenicie a Tharros"></a>Nell&#8217;età Orientalizzante Medio-Evoluta, nella produzione dei vasi prevale la ceramica sub-geometrica, spesso con un decoro metopale inciso e impresso, che comprende brocche e brocche <em>askoidi</em>a bocca trilobata, secchielli, attingiti, fiasche ed altro. Si trova la ceramica d&#8217;impasto tornita sub-geometrica sovradipinta, e la ceramica tornita con decorazione geometrica dipinta. Iniziano ad arrivare sull&#8217;isola numerosi vasi in bucchero, un tipo di ceramica nera fine e leggerissima prodotta dagli etruschi, e ceramiche italo-corinzie. Notevole anche la presenza di vasellame fenicio.</p>
<h4>La metallurgia</h4>
<p>Il bronzo era usato per fare utensili, dato che il suo punto di fusione è più basso di quello dell&#8217;acciaio. L&#8217;età del ferro inizia con lo sviluppo di tecniche di fusione a temperature più alte.</p>
<p>Durante l&#8217;età del ferro, i migliori utensili e armi sono fatti d&#8217;acciaio, una lega costituita da ferro e carbonio. Le armi in acciaio e gli strumenti sono pressapoco dello stesso peso di quelli in bronzo, ma più robusti. Tuttavia, l&#8217;acciaio è difficile da produrre con i metodi allora disponibili. Perciò, molti utensili in ferro sono forgiati in ferro battuto.</p>
<p>Si è arrivati rapidamente all&#8217;adozione del ferro per la fabbricazione di utensili ed armi, continuando ad usare il bronzo per oggetti decorativi. Sono molte le armi di questo periodo, soprattutto le lunghe spade a nervatura che sono state rinvenute sugli altari dei templi, ma alcune delle quali sono provviste d&#8217;elsa e risultano utilizzate. Non mancano le spade di varia foggia, spesso simili a quelle impugnate dai guerrieri dell&#8217;età del Bronzo, ed anche, sul finire del periodo, le spade ad antenne come quella rinvenuta a Ploaghe. Si trovano, inoltre, i pugnali, dei tipi con manico ad elsa gammata, che spesso sono rappresentati fissati alla bandoliera di vari personaggi rappresentati nei bronzetti.</p>
<p>Diventa, inoltre, più consistente l&#8217;utilizzo dell&#8217;oro e dell&#8217;argento, utilizzati per la realizzazione di monili e di diversi oggetti d&#8217;ornamento. Difficile determinare la provenienza degli oggetti in oro, che potrebbero essere stati importati dai Fenici e dai Greci, ma anche prodotti dagli stessi Sardi.</p>
<h4>I bronzetti</h4>
<p>Anche la produzione dei bronzetti da parte della popolazione locale, nell&#8217;età del Ferro, è la logica prosecuzione di quella che si era effettuata nell&#8217;ultima età del Bronzo.</p>
<p>Comunque, a questo periodo da alcuni sono attribuiti i <strong>bronzetti in stile popolaresco o Mediterraneo</strong>, quello che viene chiamato anche<strong>stile Abini-Serri</strong>, di cui abbiamo visto diversi esemplari nella pagina dedicata all&#8217;età del Bronzo ed agli Shardana. Ed anche le sculture dei<strong>colossi in calcare di Mont &#8216;e Prama</strong>, rinvenute vicino a Cabras, anch&#8217;esse descritte nella pagina dedicata all&#8217;età del Bronzo ed agli Shardana. La cronologia è sostenuta dai confronti stilistici con i bronzetti dello stile Abini-Serri, datata in base all&#8217;utilizzo della necropoli a pozzetti, simili a quella di Antas, oltre che dalle ceramiche rinvenute nel corso degli scavi, ed infine da uno scarabeo ellittico di tipo Hyksos rinvenuto nella Tomba T 25, simile a un esemplare rinvenuto in una tomba di Tiro databile intorno al 760-740 a.C.. La loro datazione è, comunque, estremamente incerta, ed oscilla dall&#8217;VIII al IX o addirittura al X secolo a.C.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/501/003.jpg" target="_new" title="Fluminimaggiore-Tempio di Antas: statuetta di un eroe o una divinità nuda itifallica"></a>Al Geometrico I, ossia nell&#8217;VII secolo, è attribuita la realizzazione della statuina di un eroe o una divinità nuda itifallica, ossia con un evidente fallo in erezione, rinvenuta nel corso dei lavori di scavo effettuati nel tempio di Antas, a Fluminimaggiore.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/005-186.jpg" target="_new" title="Dorgali-Statuetta di un sacerdote pugilatore"></a>Alcuni attribuiscono alla fase del Geometrico II, ossia ai decenni intorno alla metà del VII secolo a.C., il bronzetto, connotato dagli occhi cerchiati, chiamato, secondo una definizione di Giovanni Lilliu, bronzetto del sacerdote pugilatore, rinvenuto a Dorgali. La definizione di pugilatore appare, presumibilmente, impropria, dato che più che uno scudo, di solito rigido, tiene in testa qualcosa di flosciò, e pugno ed avambracciò sono inguainati e rigidi. Quindi il bronzetto di Dorgali potrebbe raffigurare un fedele che, accostandosi alla divinità, si mette sul Capo un panno in segno di deferenza alla divinità stessa.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/804/049.jpg" target="_new" title="Oliena-Villaggio Sa Sedda e Sos Carros: &lt;em&gt;askos&lt;/em&gt; in lamina di bronzo con versatoio e protome bovina, ispirato a modelli ciprioti"></a>Nel periodo Orientalizzante Antico, la produzione bronzea inizia a risentire fortemente dell&#8217;influenza fenicia. Si diffondono diverse varianti di lucerne e diversi contenitori pregiati, come una brocchetta askoide in bronzo con palmetta, di imitazione fenicia, ed una brocca askoide con protome bovina.</p>
<p>Nell&#8217;Orientalizzate Medio-Evoluto, prosegue la produzione di bronzi figurati e di navicelle in stile orientalizzante, piuttosto manieristiche, in prevalenza a scafo trapezoidale, provviste di maniglia con un anello.</p>
<h4>L&#8217;artigianato dell&#8217;epoca fenicia</h4>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/505/015.jpg" target="_new" title="Sant'Antioco-Il Vaso della Vita trovato nel tophet fenicio (vaso nebulizzatore di profumo)"></a>L&#8217;artigianato dell&#8217;epoca fenicia produce ceramiche raffinate e strumenti sempre più elaborati, mentre aumenta la qualità delle armi. Di questo periodo della storia dell&#8217;isola ci resta soprattutto un&#8217;arte a carattere sacro, con piccole sculture dedicate alle divinità, cippi e steli votive. Ci restano, poi, raffinate ceramiche e vasetti per la conservazione dell&#8217;olio profumato.</p>
<p>In questo periodo i Santuari diventano le banche dei villaggi, che conservano le riserve comunitarie in metallo e di altro tipo, ed accumulano consistenti ricchezze. Per misurare le ricchezze si ricorre ai pesi da bilancia, che si presentano in forme diverse: discoidale, a botticella, parallelepipeda, a campana. Risultano realizzati in pietra, in bronzo ed in piombo, con segni numerali che ne indicano il valore. I segni numerali, ora geometrici ora letterari, appaiono oltre che nei lingotti in rame a pelle di bue, detti <em>ox-hide</em>, e si trovano incisi o impressi su recipienti fittili e su elementi architettonici.</p>
<p>Tra gli attrezzi più diffusi citiamo le asce a margini rialzati e le asce bipenni e piatte, scalpelli con immanicatura a cannone, e altri strumenti usati nella lavorazione del legno. Questo è il periodo in cui si diffondono nell&#8217;isola i grandi calderoni derivanti da esperienze metallurgiche cipro-fenicie, prima con attacchi a spirale e poi, verso la fine del periodo, con attacchi a fiore di loto. Come i tripodi ed altri manufatti in bronzo legati ai cerimoniali nei templi. Nei templi si trovano, con grande frequenza, i bottoni conici e le navicelle in terracotta e in bronzo, offerte alle divinità.</p>
<h4>La religiosità</h4>
<p>Nella religione dei Fenici sono personificate le forze della natura, che variano da regione a regione oltre a variare nel tempo. La cosmonogia fenicia ha inizio con l&#8217;unione del <em>caos primitivo</em> con una divinità chiamata <em>El</em>, un dio del pantheon dell&#8217;area semitica siro-palestinese e della mesopotamia, spesso presentato con caratteristiche del dio supremo. I Fenici credono che dà questa unione nasce un uovo, il <em>mot</em> ossia l&#8217;<em>uovo cosmico</em>, e che una sua rotazione violenta avesse separato terra e acque. Poi furono creati gli dei e fu fatto l&#8217;uomo, da cui ebbero origine la vita animali e quella vegetale.</p>
<p>I Fenici non hanno sviluppato mai il concetto di un dio solo, di una divinità suprema. Sono sempre stati politeisti. Nella loro religione esiste una trinità: <em>El</em>, <em>Baal</em> e <em>Astarte</em>. Il dio <em>El</em> è, come già detto, il padre degli dèi, un dio inafferrabile, lontano dall&#8217;uomo. Ma, oltre ad esso, anche i Fenici, come i Sardi, adorano i due principi della vita, quello maschile e quello femminile.</p>
<p>La principale divinità maschile è <em>Baal</em>, padre di tutte le cose, che ogni anno a febbraio muore e poi risorge, richiamando il ciclo delle stagioni: si sacrifica per l&#8217;uomo morendo e risorgendo per lui. Il termine <em>Baal</em> si trova anche nella bibbia, ed in ebraico vuol dire signore, possessore o marito.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/503/024.jpg" target="_new" title="Carbonia-monte Sirai: il Tempio di Ashtart"></a><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/astarte-2b4.jpg" target="_new" title="Carbonia-monte Sirai: statua di Ashtart (&lt;em&gt;Museo Archeologico Nazionale&lt;/em&gt; di Cagliari)"></a>La divinità femminile è <em>Astarte</em> o <em>Ashtart</em>, che verrà chiamata <em>Tanit</em> a Cartagine, è la grande Madre, la dea della fecondità e del piacere, colei che dà calore, che dà fertilità ed anche sicurezza all&#8217;uomo. E, come auspiciò per la fertilità, presso i Fenici si celebra il rito della<em>prostituzione sacra</em>, per il quale ogni donna, solo una volta l&#8217;anno, in occasione di particolari feste, concede all&#8217;uomo il proprio corpo, per consentirgli di corrispondere direttamente con la divinità.</p>
<p><a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2013/09/bes-00d.jpg" target="_new" title="Carbonia-monte Sirai: Lastrina in osso raffigurante il dio Bes, divinità guaritrice"></a>Oltre a questi dei, nelle varie città ne sono presenti altri, come soprattutto <em>Melqart</em> o <em>Melkart</em>, una divinità maschile di Tiro che rappresenta un punto di contatto nella mitologia di culture adiacenti, protettore dei naviganti, il cui nome significa «re della città». La religiosità popolare si avvale di ulteriori divinità, ciascuna preposta a tutelare da un singolo male, per cui ad esempio il dio <em>Bes</em>, nano deforme di origine egizia cui sono dedicate la Sardegna e le isole Baleari, ha la fama di proteggere dai morsi dei serpenti velenosi o degli scorpioni, che infatti non esistono in queste isole.</p>
<p>Inoltre i Fenici avevano in comune con i Sardi il culto dei betili, cioè le pietre o pilastri sacri nei quali si credeva scendesse ad abitare la divinità. Già dal periodo Geometrico, fanno la loro comparsa i Santuari. In alcuni villaggi, di grande rilevanza politica e religiosa e da considerare come ossero i capoluoghi distrettuali, i templi dell&#8217;età del Bronzo Recente e Finale, vengono inseriti in grandi aree sacre che comprendono nuovi edifici sacri. Continuano ad essere utilizzati anche i templi dedicati al culto delle acque, e forse ancora costruiti nella primissima fase dell&#8217;età del Ferro.</p>
<p>I luoghi di culto delle città fenicie si trovano sempre in un luogo sacro, in posizione elevata, l&#8217;<em>acropoli</em>, un luogo dove sorge il santuario, e dove si prega e si offrono agli dei pani, frutta, fiori, profumi, e si effettua pure il sacrificio degli animali.</p>
<h4>Il culti dei morti con la realizzazione delle necropoli e dei tophet</h4>
<p>Allo stato attuale sono poche le aree sepolcrali del Geometrico investigate, ma di grande rilevanza. Le sepolture non sono più collettive, ma individuali. Si tratta di una vera rivoluzione per la Sardegna, che era stata una delle patrie dei sepolcri collettivi. Già all&#8217;avvio del primo Ferro le tombe sono caratterizzate da pozzetti, in cui gli inumati sono deposti seduti, forse nella posizione del banchetto. In questo periodo sono note anche altre tipologie di tombe individuali: a fossa ed in tafoni. Si mantiene, comunque, in alcune tombe di giganti l&#8217;antico rito dell&#8217;inumazione collettiva.</p>
<p><a href="http://www.lamiasardegna.it/images/503/025.jpg" target="_new" title="Carbonia-monte Sirai: la necropoli Fenicia con una settantina di fosse di incinerazione"></a>Nel periodo Orientalizzate inizia la costruzione delle città. Ogni città fenicia ha una <strong>necropoli</strong>, la città dei morti, che sorge al di fuori delle mura cittadine. La sepoltura è per incinerazione, cioè la cremazione del corpo le cui ceneri vengono raccolte e sistemate in vasi di terracotta e quindi seppellite. L&#8217;inumazione, cioè la sepoltura semplice nella nuda terra, si viene ad affermare solo successivamente, per i contatti con i Cartaginesi. Sono stati rinvenuti diversi tipi di sepoltura, che variano probabilmente a seconda del rango sociale del defunto: semplici fosse di incinerazione, urne cinerarie sepolte nella terra, sarcofaghi scavati nella pietra calcarea e ricoperti da tegole in terracotta o da una lastra in pietra calcarea. Nell&#8217;area sulcitana ha inizio un intenso processo di osmosi tra la cultura locale e quella fenicia, e non è da escludere che sia stata adottata la sepoltura ad incinerazione anche dà parte della popolazione sarda.</p>
<p>Caratteristica delle città Fenicie sono inoltre i <strong>tophet</strong>, luoghi sacri per i sacrifici alle divinità, dove vengono bruciate le salme dei defunti che, non avendo ancora affrontato i riti di iniziazione, non possono venire sepolti nella necropoli. Si tratta quindi delle sepolture dei bambini. In Sardegna resti di un tophet si vedono tra le rovine di Tharros e sul monte Sirai, ma il più noto è il tophet di Sant&#8217;Antioco, dove sono stati trovati vasi di terracotta contenenti le ceneri di oltre 5.000 bambini, spesso in compagnia di piccoli animali domestici, e molti altri sono ancora sepolti.</p>
<p>In base ai resoconti degli antichi Romani, che però ne erano avversari e quindi ne davano un giudizio non sempre imparziale, si è ritenuto che si trattasse di <em>cruenti sacrifici dei primogeniti</em> delle più alte classi sociali: questo a dimostrazione che gli avversari dei Romani erano incivili e crudeli. Oggi una interpretazione storica più attendibile ci fa escludere questa interpretazione, dato che si ritiene improbabile che, in un&#8217;epoca nella quale solo una minima percentuale dei bambini sopravvive alle malattie della prima infanzia ed arriva alla maggiore età, vengano offerti in sacrificio i primogeniti, e soprattutto quelli delle famiglie più abbienti.</p>
<p>Da analisi effettuate in questi ultimi anni proprio sui reperti del tophet di Sant&#8217;Antioco, si è infatti visto che molti erano feti, per cui oggi si tende a ritenere che in gran parte si sia trattato proprio di <em>aborti</em> o di<em>morti premature</em> avvenute prima delle cerimonie di iniziazione. I corpi dei neonati o di piccoli animali sacrificati, venivano bruciati, e le loro ceneri venivano collocate in un&#8217;urna di terracotta che, coperta con un piattino, veniva sistemata negli anfratti naturali del terreno. Li vicino si trova un altare, che alcuni studiosi hanno ipotizzato come il luogo dove avvenivano i sacrifici, e dal quale, poi, partiva la processione che portava i resti al tophet. I piccoli animali domestici venivano probabilmente sacrificati alla divinità per scongiurare il ripetersi di un simile luttuoso evento. Ed una stele funeraria veniva posta sul luogo dove era sepolta l&#8217;urna con le ceneri del defunto, per ringraziare la divinità, probabilmente dopo la nascita di un nuovo figlio.</p>
<p> </p>
<h4>Lo scontro tra Fenici e Cartaginesi</h4>
<p>L&#8217;incontro nell&#8217;isola, avvenuto intorno alla metà del VI secolo a.C., tra Fenici e Cartaginesi, dunque tra due culture che si riconoscono nello stesso modello politico, economico e sociale, provoca un conflitto che non si era manifestato all&#8217;arrivo nell&#8217;isola dei Fenici, che erano stati ben accolti dalla popolazione locale.  l&#8217;esito finale di questo scontro, è il passaggio della Sardegna sotto il controllo di Cartagine.</p>
<h3>Le principali città fenicie in Sardegna</h3>
<p>Nel periodo Orientalizzante, i Fenici passano dagli insediamenti e depositi costieri alla edificazione di vere e proprie città. La nascita del concetto di <strong>città</strong> costituisce una organizzazione della comunità per la popolazione del tutto nuova, rispetto a quella che era la vita dei villaggi.</p>
<p>Le principali città realizzate dai Fenici sono <em>Sulki</em>, con più all&#8217;interno la città fortificata di <em>monte Sirai</em> e la fortezza di <em>Pani Loriga</em>, e di <em>San Giorgio</em>, vicino a Portoscuso, tutti nel Sulcis. Sorgono, poi, le installazioni di <em>Tharros</em> e di <em>Othoca</em>, nell&#8217;Oristanese, quelle di <em>Bythia</em>, di<em>Nora</em>, e di <em>Karalis</em>, nel Cagliaritano; e probabilmente anche di Olbia. Vengono realizzati anche diversi centri minori.</p>
<h4>Tharros, oggi San Giovanni di Sinis</h4>
<p>Nel comune di Cabras, vicino a San Giovanni di Sinis, sul promontorio che chiude verso nord l&#8217;ampio golfo di Oristano, si trova la laguna di Mistras. Durante uno scavo in questa laguna, è stato rinvenuto un muro sommerso lungo circa cento metri, che sembra facesse parte di una struttura portuale molto antica, e, dato che solo nel 1200 a.C. il livello del mare è salito inghiottendo tutte le pre-esistenti costruzioni, si ritiene oggi che fosse collocato fra gli insediamenti costieri degli Shardana.</p>
<p>Su questo insediamento, viene fondata dai Fenici, a partire dalla seconda metà dell&#8217;VIII secolo a.C., la città di <strong>Tharros</strong>, sulla quale è stata successivamente edificata la città punica ed in seguito quella romana. I Fenici trovano, nelle caratteristiche della penisola, le condizioni ideali per l’insediamento di una cittā portuale, grazie ai due possibili approdi naturali alternativi, a nord ed a sud del promontorio.</p>
<p>Della Tharros fenicia resta assai poco, e quel che resta è legato soprattutto all&#8217;ambito funerario e votivo. Sono stati rinvenuti i resti di due necropoli a incinerazione di epoca fenicia: la necropoli sud, situata a Capo San Marco; e l&#8217;altra, la necropoli nord, a San Giovanni di Sinis, vicino ai resti dell&#8217;abitato fenicio. Proprio accanto a quest&#8217;ultima, nell&#8217;area di Murru Mannu, si trovano i resti del tophet fenicio, circondato da un recinto sacro e contenente all&#8217;interno le urne con i resti ridotti in cenere dei bambini e degli animali sacrificati.</p>
<h4>Othoca, oggi Santa Giusta</h4>
<p>Dove sorge l&#8217;odierna Santa Giusta, situata sulla riva dell&#8217;omonimo stagno poco a sud di Oristano, nella seconda metà dell&#8217;VIII secolo a.C. i Fenici, più o meno contemporaneamente a <em>Tharros</em>, hanno costituito un emporio commerciale del quale ignoriamo il nome fenicio, ma che verrà successivamente denominato dai Cartaginesi<strong>Othoca</strong>. Il geografo Claudio Tolomeo, nel II secolo d.C. menziona la città nella forma alterata <em>Othaia</em>, indicandone le coordinate geografiche.</p>
<p>L&#8217;attribuzione dell&#8217;origine di <em>Othoca</em> ai Fenici è frutto degli scavi archeologici degli ultimi 130 anni, ed è noto che il centro sorge su un precedente insediamento sardo del Bronzo recente e della prima età del Ferro. È molto significativo, a tale proposito, il fatto che in una tomba a fossa nella necropoli, qualche decennio fa, è stata rinvenuto un defunto, nel cui corredo c&#8217;erano pure due stiletti in ferro, che potrebbero costituire le insegne di rango di un personaggio sardo.</p>
<p>Nell&#8217;insediamento, al quale se ne è sovrapposto uno successivo punico, sono stati rinvenuti importanti materiali di produzione fenicia della seconda metà dell&#8217;VIII secolo a.C., e dei primi decenni del VII secolo a.C..</p>
<p>La necropoli Fenicia di Othoca, che si sviluppava a sud dell&#8217;abitato, documenta il rito della cremazione, ed ha restituito materiali dalla seconda metà del VII agli inizi del VI secolo a.C.. Essa, che è prevalente, e dell&#8217;inumazione. I corredi funebri presentano anche vasi d&#8217;importazione etrusca e greca, il che sta a documentare l&#8217;apertura commerciale dell&#8217;insediamento.</p>
<h4>Sulki o Sulci, oggi Sant&#8217;Antioco</h4>
<p>Nell&#8217;estremo sud occidentale dell&#8217;isola, nell&#8217;isola di Sant&#8217;Antioco presso la città omonima, sono stati rinvenuti i resti della città fenicia di <strong>Sulki</strong>, chiamata anche <strong>Sulci</strong>. La più antica ceramica fenicia trovata, quella più arcaica, anche di fattura orientale, è associata a vasellame greco realizzato in stile tardogeometrico. In base a questi ritrovamenti, si ritiene che la realizzazione di Sulky sia iniziata nella prima ondata della colonizzazione fenicia, verso la metà del VII secoloa.C., nel periodo geometrico II. A favore di questa ipotesi gioca anche il ritrovamento di recipienti di chiara fattura libanese.</p>
<p>Dei resti di Sulki, è stata rinvenuta solo una sovrapposizione di ambienti rettangolari e quadrangolari, disposti come in tutte le città fenicie secondo uno schema ortogonale, edificati con pietre di piccole e medie dimensioni, legato con malta di fango, con un alzato in mattoni in terra cruda, ed i piani di calpestio sono in terra battuta ed in argilla. In uno di questi ambienti è stato rinvenuto un silos contenente i resti di derrate alimentari, probabilmente di cereali É stata rinvenuta anche una cisterna di forma quadrangolare, nella quale sono state rinvenutoe diversse ceramiche, riferibili a varie epoche, ma per la maggior parte riconducibili al periodo cartaginese.</p>
<p>Per quanto riguarda la necropol fenicia, la si può localizzare probabilmente sulla costa, sotto l&#8217;area portuale. Ma più importatne è, invece, il <em>tofet</em>, situato all&#8217;estremità settentrionale dell&#8217;abitato, in<em>località Guardia de Is Pingiadas</em>, da sempre indicata dalla gente del posto con il nome di <em>Vedetta delle Pignatte</em>. Nel tophet di Sant&#8217;Antioco, sono presenti sepolture a <em>enchytrismos</em>, ossia all&#8217;interno di anfore; sono stati trovati, infatti, vasi di terracotta contenenti le ceneri di oltre 5.000 bambini, spesso in compagnia di piccoli animali domestici, e molti altri sono ancora sepolti. È stato attivo dall&#8217;VIII al I secolo a.C. ed è il più importante tophet di tutta la Sardegna ed uno dei principali al mondo, dato che solo quello di Cartagine è superiore come numero di urne e steli funerarie. Il primo impianto del tophet risale al primo periodo di vita dell&#8217;insediamento fenicio, dato il rinvenimento di tegami monoansati di chiara fattura fenicia ma di derivazione nuragica, sintomo di un integrazione pacifica dei nuovi venuti con le popolazioni locali. Al tophet di Sulki è dedicata un&#8217;ampia descrizione più avanti.</p>
<h4>La città fortificata di monte Sirai</h4>
<p>Proprio di fronte alla città di Carbonia, in posizione dominante a 194 metri sul mare in modo da controllare dall&#8217;alto tutta la costa sottostante, dagli abitanti di Sulki o forse da quelli dell&#8217;<em>emporio commerciale</em> di Portoscuso, ove è stata rinvenuta di recente una necropoli Fenicia, viene edificata intorno al 725 a.C. la città fortificata di <strong>monte Sirai</strong>.</p>
<p>L&#8217;abitato di monte Sirai si sviluppava attorno ad un vecchio nuraghe, ed era costruito intorno a un luogo sacro chiamato <em>Mastio</em>, poiché si era pensato che avesse scopo militare e difensivo, ma che in realtà era un luogo di culto chiamato <em>Tempio di Astarte</em> o <em>Ashtart</em>. Qui è stata rinvenuta la statua della dea <em>Ashtart</em>, oggi conservata nel Museo Nazionale di Cagliari, oltre ad arredi di culto, statuette in bronzo e placchette di osso, tra l&#8217;altro una rappresentante il dio <em>Bes</em>, maschere in terracotta, ed altro masteriale. Il Tempio, la statua e le placchette, verranno descritti più avanti.</p>
<p>Le abitazioni si trovavano sulla dorsale rocciosa dal Mastio, verso sud ovest, poi occupato dagli edifici punici, tra i quali emerge solo piccola parte delle strutture murarie fenicie. Si può ipotizzare, comunque, che le abitazioni di epoca fenicia fossero formate da più ambienti raccolti attorno ad un cortile centrale.</p>
<h4>La città fortificata di Pani Loriga</h4>
<p>Più all&#8217;interno, nel comune di Santadi, viene edificata in posizione dominante, in modo da controllare dall&#8217;alto tutta la zona circostante, la fortezza di <strong>Pani Loriga</strong>. L&#8217;insediamento sorge su un rilievo isolato all&#8217;incrocio tra due vie al centro della piana di <em>Su Pranu</em>: una verso il Campidano e l&#8217;altra, lungo il corso del fiume <em>Riu Mannu</em>, verso il Cagliaritano. È evidente l&#8217;importanza strategica del sito, che si trova in rapporto visivo con l&#8217;abitato di Sulki, i collegamenti con il quale erano facilitati dal corso del <em>Rio Palmas</em>, che era allora navigabile.</p>
<p>La città fortificata è stata fondata nel VII secolo a.C. da coloni Fenici insediatisi lungo la costa sud-occidentale. L&#8217;insediamento, forse fortificato fin dall&#8217;inizio, si sviluppa a partire dai primi anni del VI secolo a.C., e successivamente nell&#8217;età punica. La struttura dell&#8217;abitato doveva avere una forma interna che prevedeva, fin dalla prima concezione, una griglia di abitazioni, intervallate da un sistema di vie rettilinee perpendicolari.</p>
<p>Oltre all&#8217;abitato, è presente una necropoli, il tophet fenicio ed un santuario. La necropoli comprende circa 150 tombe di due diverse tipologie, essendo stata frequentata in epoca fenicia e successivamente in età punica. Le tombe fenicie sono tipiche tombe a fossa, che documentano il rito dell&#8217;incinerazione. Da esse provengono corredi funebri che hanno restituito bocchette con orlo a fungo o con orlo bilobato, orecchini a cestello, scarabei, piatti e tazze, e che appartengono ad epoche che hanno inizio nel VII secolo a.C., data di prima edificazione della città fortificata.</p>
<h4>San Giorgio di Portoscuso</h4>
<p>In <strong>località San Giorgio</strong>, vicino a Portoscuso, a solo sette chilometri verso nord ovest rispetto all&#8217;insediamento fortificato di monte Sirai, è stata rinvenuta una piccola necropoli Fenicia, che comprende undici sepolture databili intorno alla metà del VII secolo a.C..</p>
<p>Le sepolture sono ad incinerazione, con le tombe del tipo a cassetta litica, ed i resti cremati dei defunti sono deposti all&#8217;interno di anfore commerciali, normalmente adibite al trasporto marittimo di derrate alimentari. Il corredo funerario è composto da brocche rivestite di vernice rossa, coppe a un&#8217;ansa, in alcuni casi anche gioielli d&#8217;argento e armi di bronzo.</p>
<p>Non è stato ancora rinvenuto il centro abitato cui apparteneva la necropoli, ma è verosimile che sia localizzato verso nord, nell&#8217;area di Portovesme.</p>
<h4>Bythia, oggi Chia</h4>
<p>A Chia, in territorio di Domus de Maria, sono stati rinvenuti i resti della città fenicia di <strong>Bythia</strong>, che è conosciuta soprattutto grazie ai rinvenimenti effettuati nell&#8217;area della necropoli e del tofet.</p>
<p>Sull&#8217;isolotto di <em>Su Cardolinu</em>, l&#8217;isolotto del fungo, che chiude a sinistra la <em>spiaggia de su Portu</em>, si trovava il tophet fenicio, di cui non è, però, più visibile praticamente nulla. Sull&#8217;isolotto sono presenti anche poche tracce delle mura a pseudo-telaio, che delimitavano l&#8217;area sacra della citta.</p>
<p>Alla destra della spiaggia di Chia, sul promontorio sul quale si trova la Torre di Chia, sono presenti alcuni altri resti. Ma le necropoli, databili tra la fine del VII secolo e l&#8217;ultimo quarto del VI secolo a.C., sono localizzate nella fascia sabbiosa del litoraneo, ad ovest del promontorio, a ridosso della chiusura a sinistra della <em>spiaggia di Sa Colonia</em>, dove aveva sede anche l&#8217;abitato. La tipologia degli interramenti attesta la predominanza delle incinerazioni, sia in fossa scavata nel terreno sia in cista litica, ma si trova, sia pure in misura inferiore, anche la pratica dell&#8217;inumazione, che è stata probabilmente introdotta dai Cartaginesi.</p>
<p>I resti dell&#8217;antica città sono molto difficili da individuare, sia perchè è rimasto molto poco, sia per la particolare struttura della città, priva di un centro urbano vero e proprio.</p>
<p>Gli scavi svolti in diverse aree hanno comunque permesso di localizzare le aree più importanti della città e hanno portato alla luce grandi quantità di reperti dell&#8217;età fenicia.</p>
<h4>Nora</h4>
<p>Il primo insediamento abitativo fenicio in Sardegna è stata <strong>Nora</strong>, situata vicino a Pula, nel comune di Domus de Maria, lungo la costa meridionale dell&#8217;isola. Sono numerose le testimonianze storiche sull&#8217;origine di Nora. Lo scrittore greco Pausania racconta che gli Iberi, sotto la guida di Norace, vennero in Sardegna e vi fondarono Nora, la prima città dell&#8217;isola; tradizione poi ripresa dallo scrittore romano Solino, che specifica la loro provenienza da Tartesso. Si è, comunque, interpretato che gli Iberi guidati da Norace fossero invece i Fenici. A Nora è stata rinvenuta la famosa <em>stele di Nora</em>, che abbiamo già descritta.</p>
<p>I primi scavi effettuati hanno fornito solo poche indicazioni relative alla fase fenicia della città. Nelle case sul litorale è stata rinvenuta ceramica protocorinzia e rodia, e all&#8217;inizio del secolo è stata appena sfiorata una necropoli ad incinerazione fenicia, da cui provengono reperti databili tra la fine del VII e l&#8217;inizio del VI secolo a.C.. Altre testimonianze sono stati pavimenti in terra battuta nella zona a mare, dove si sono trovati di recente materiali della prima metà del VI secolo a.C.. Gli scavi eseguiti a partire dal 1990 hanno permesso di acquisire nuovi importanti dati archeologici, infatti dalle indagini condotte sulle pendici del Coltellazzo e nel foro romano provengono numerosi frammenti fittili databili tra la fine dell&#8217;VIII e la prima metà del VI secolo a.C.. Sono state poi rinvenute alcune strutture riferibili alla tarda età fenicia: un importante complesso sacro nell&#8217;area del Coltellazzo, e un quartiere abitativo e produttivo sotto il foro.</p>
<p>Testimonianza dell&#8217;età fenicia sono anche i suoi tre porti, posti nelle insenature di nord est, nord ovest e sud est, che risultano, comunque, oggi in massima parte sommersi.</p>
<h4>Karalis o Caralis, oggi Cagliari</h4>
<p>Dove successivamente sorgerà la città di Cagliari, viene realizzato nel X o nel IX secolo a.C. un primo scalo fenicio, forse improvvisato. Lo scalo si trova nella zona di San Paolo, all&#8217;interno della laguna di Santa Gilla, che allora era navigabile e facilmente difendibile, e diventa col tempo un approdo stabile per la flotta fenicia, ma non doveva avere strutture permanenti.</p>
<p>In seguito, lo scalo si rende autonomo, viene denominato <strong>Karalis</strong>, chiamato anche <strong>Caralis</strong>, e si pensa che venga spostato al di fuori dello stagno, all&#8217;interno della città, dove si trova adesso la banchina di via Roma. La fondazione urbana risale presumibilmente tra la fine del VII e l&#8217;inizio del VI secolo a.C., quando, da semplice emporio e scalo per merci in transito, diventa il porto naturale della Karalis fenicia, diventando successivamente di importanza primaria e insostituibile per gli scambi commerciali con il Mediterraneo orientale.</p>
<h4>Olbia</h4>
<p>Il maggior numero di resti del periodo punico hanno fatto supporre, sino a un decennio fa, la fondazione di <strong>Olbia</strong> nel IV secolo a.C., ma la presenza di materiali risalenti alla seconda metà del VII secolo, fa ipotizzare un primo insediamento realizzato già dai Fenici.</p>
<p>Dalla seconda metà dell&#8217;VIII alla prima metà del VII secolo a.C., ad Olbia si assiste, infatti, all&#8217;insediamento dei Fenici, dimostrato dal rinvenimento di un frammento di anfora, di un frammento d&#8217;ansa di anfora dipinta, e da una statuetta lignea. Non è provata, ma è possibile, la presenza sull&#8217;acropoli di un santuario dedicato a Melqart, divinità maschile fenicia nume tutelare della città di Tiro, corrispondente all&#8217;Eracle greco; e presso il porto di un santuario dedicato ad Ashtart o Astarte, la Grande Madre fenicia legata alla fertilità, alla fecondità ed alla guerra.</p>
<p>Ma dalla metà del VII fino al VI secolo a.C. provengono solo materiali di <strong>origine greca</strong>, prodotti corinzi ed anche materiali ionici. Dalla presenza nella zona di una colonia greca sarebbe derivato il nome Olbia, da Olbiòs ossia felice, ad indicare la sua felice posizione geografica, poi mutato, per i fonemi della prima lingua sarda, in Ulbia. Nel 535 a.C. nelle acque tra il golfo di Olbia e la Corsica, una flotta di 60 navi dei greci Focesi stanziati nella colonia di <em>Alalia</em> in Corsica, si scontrano con una flotta di navi etrusche e cartaginesi, coalizzate per bloccare la penetrazione greca nel Tirreno. Lo scontro, noto come la battaglia di <em>Alalia</em> o battaglia del Mare sardonio, viene ritenuto da molti studiosi la prima battaglia navale avvenuta nei mari dell&#8217;occidente.</p>
<h4>Altri centri minori</h4>
<p>Probabilmente, oltre alle città già descritte, i Fenici costruiscono diversi altri empori commerciali e centri abitati di più piccole dimensioni, lungo le coste centro e sud occidentali dell&#8217;isola.</p>
<p>Secondo lo storico romano Tito Livio ed il geografo greco Claudio Tolomeo, sulle coste di Cuglieri approdarono i Fenici, che vi costituirono un emporio commerciale, probabilmente in prossimità di<em>s&#8217;Archittu</em>, dove sorse quello che verrà in seguito denominato il<em>Coracodes Portus</em>. All&#8217;interno, nella zona denominata «Campu &#8216;e Corra», sorse la città di <strong>Cornus</strong>, successivamente cartaginese. Del periodo fenicio rimangono, nei resti della necropoli, alcune sepolture ad incinerazione. Secondo Esichilo nella località era fiorente l&#8217;industria della porpora, ed il nome <em>Campu &#8216;e Corra</em> deriva dalla parola <em>Corra</em>, che è il nome che danno al mollusco della famiglia dei gasteropodi, dal quale essa veniva estratta.</p>
<p>Nei dintorni del sistema lagunare formato dagli stagni di Marceddì, San Giovanni e Santa Maria, nella parte sud del golfo di Oristano, si trovano le rovine della città di <strong>Neapolis</strong>, il cui centro portuale fondato alla popolazione locale ha visto la frequentazione di genti orientali già in una fase precoloniale, ma la componente etnica di queste genti non è fenicia, bensì filistea. L&#8217;ipotesi della presenza di filistei residenti in quest&#8217;area è basata, principalmente, su un frammento di sarcofago antropomorfo rinvenuto in quella che probabilmente era la necropoli a nord ovest della città.</p>
<p>Vicino a Villasimius, su quattro colline che si distendono parallele alla costa, nella parte est del golfo di Carbonara, nella metà del VII secolo a.C.è stato realizzato il porto fenicio di <strong>Cuccureddus</strong>, con un magazzino commerciale e con un santuario probabilmente dedicato alla dea <em>Astarte</em>. Le caratteristiche del territorio circostante erano di forte interesse per i Fenici, infatti l&#8217;estuario del <em>rio Foxi</em> costituiva l&#8217;unico porto naturale della Sardegna sud orientale, e in breve costituì una tappa fondamentale sulle rotte da e per l&#8217;Etruria, la penisola iberica, la Sicilia e la costa africana.</p>
<p>In territorio di Villaputzu, sulla sommità di un rilevo denominato<em>Cuccuru Santa Maria</em>, situato presso una larga ansa del fiume Flumendosa a circa tre chilometri dalla foce, è stato fondato l&#8217;abitato fenicio di <strong>Sarcapos</strong>. L&#8217;abitato, del quale restano le successive costruzioni puniche, si trova in una posizione rispetto al Flumendosa che induce a ipotizzare la presenza di un porto fluviale, per consentire alle navi di trovare un rifugio sicuro. Il porto poteva venire utilizzato per l&#8217;imbarco del minerale d&#8217;argento, proveniente dalle miniere del medio corso del Flumendosa.</p>
<p>Forse risale a epoca fenicia anche <strong>Bosa</strong>, nell&#8217;Oristanese, dato che a Bosa è stato trovato un frammento di una iscrizione fenicia, incisa su una lastra di roccia effusiva compatta. Il frammento è stato rinvenuto nel XIX secolo, ma è poi andato perduto, per cui non se ne hanno troppe certezze. La grafia del testo sarebbe stato confrontabile con quella della stele di Nora, e l&#8217;iscrizione, secondo alcuni, avrebbe contenuto il poleonimo <em>BS&#8217;N</em> ad indicare Bosa, ma recentemente è stata proposta in sua vece la lettura <em>BM&#8217;N</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ritapinna.it/2013/09/08/tra-lxi-ed-il-vi-secolo-sbarcano-in-sardegna-i-fenici-ben-accolti-dalla-popolazione-locale/">Tra l&#8217;XI ed il VI secolo sbarcano in Sardegna i Fenici, ben accolti dalla popolazione locale</a> proviene da <a href="https://ritapinna.it">Rita Pinna</a>.</p>
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		<title>Messaggi dal passato</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2012 17:24:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono andata alla Tomba di Giganti di Is Concias (Quartucciu – Cagliari) la prima volta nel mese di settembre, pochi anni fa. Era una giornata ventosa, il posto è bellissimo, il verde della macchia mediterranea è addirittura insultante, il cielo azzurro, pulito dal maestrale, pareva appena lavato a secchiate. Ho</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono andata alla Tomba di Giganti di Is Concias (Quartucciu – Cagliari) la prima volta nel mese di settembre, pochi anni fa. Era una giornata ventosa, il posto è bellissimo, il verde della macchia mediterranea è addirittura insultante, il cielo azzurro, pulito dal maestrale, pareva appena lavato a secchiate. Ho ammirato la bellezza del sito archeologico, gironzolando un po’ nei dintorni, ma fu una visita breve.<br /> L’unica cosa insolita che ho notato dopo, è stato che dal momento della mia visita, mi si è bloccato il ciclo mestruale. Ne ho parlato con un amico, che mi ha spiegato che il bio – magnetismo di questi luoghi può avere effetti sul ciclo. Ne ho preso atto, visto che non ci avevo sicuramente pensato, e non ci credevo neppure, prima di verificarlo personalmente.<br /> La seconda visita, un mese dopo, con delle amiche, venne organizzata come una gita, per regalarmi un momento di spensieratezza dopo il lutto. Pochi giorni dopo la mia prima visita, infatti, mio fratello è morto, investito da un’auto. Sapendo quanto mi era piaciuto quel posto, le amiche, che non c’erano mai state, mi hanno chiesto di accompagnarle.<br /> A differenza della volta precedente, sono entrata dentro il monumento. Da sola. Mi sono seduta su una grossa pietra vicina all’ingresso, ho poggiato la schiena alla parete di pietra e ho raccolto dal pavimento di terra un frammento di roccia, grande come una mandorla.<br /> L’ho stretto tra le mani, ho chiuso gli occhi e, per la prima volta da un mese, mi sono sentita in pace. Pensavo a mio fratello ma senza dolore: una grande conquista. Sentivo quel sassolino pulsare fra le mani, e stavo bene.<br /> Che sia stato il sito, o il piacere della gita, i bei momenti con le amiche, ma sono stata meglio.<br /> Poi ho parlato del posto con un amico, appassionato anche lui di archeologia, e abbiamo concordato di andarci insieme, quando fosse tornato in Sardegna un suo amico, che io non conoscevo, col quale aveva visitato a settembre una Tomba di Giganti nella provincia di Nuoro.<br /> L’appuntamento coi ragazzi, a novembre, era per le due del pomeriggio. Quando ci siamo ritrovati sulla piazzola, abbiamo liquidato frettolosamente i convenevoli e le presentazioni di rito, mentre prendevamo i nostri zaini dal bagagliaio, e subito ci siamo fiondati oltre l’ingresso della zona archeologica.<br /> Breve pausa per estrarre le macchine fotografiche dagli zaini, e poi subito ad annusare il terreno intorno, come cani da caccia.<br /> Ricognizione del perimetro, misurazione, verifica con la bussola. Appena posizionata sulla parte terminale della Tomba, la bussola pare impazzita. Il nord varia di volta in volta di 30°. Si ferma ogni volta in un punto diverso.</p>
<p> </p>
<p>Ci allontaniamo di alcuni metri, inoltrandoci nel sentiero circondato da corbezzoli. Arrivati a un certo punto, che ricordavo dalla precedente escursione, chiedo al gruppetto di osservare la roccia di fronte a noi. Voglio tentare un esperimento, simile al test delle macchie di Rorschach.<br /> Nel blocco di granito che sovrasta un breve strapiombo, S. vede la stessa cosa che vedo io, un avvoltoio appollaiato. G. e M., invece, vedono un elefante.<br /> Alle nostre vigorose proteste, M. si mette in precario equilibrio su uno spuntone di roccia, più in alto, per osservare da un altro punto di vista il nostro avvoltoio. Col suo plaid frangiato piegato e buttato sulla spalla come un poncho, magro e dinoccolato com’è, sembra il Clint Eastwood del Marghine, sghignazzo. Continuando a litigare sulle forme animali, rientriamo verso la Tomba.<br /> Altre verifiche con la bussola, sopra l’ingresso e davanti all’esedra. Sempre lo stesso risultato: il nord continua a variare di 30°, avanti e indietro. Foto del betile aniconico e dei focolari, che sono stati usati recentemente per qualche spuntino.<br /> Senza dire nulla, M. stende il suo plaid sotto la volta del bassissimo ingresso, ed entra carponi. Avanza di poco e subito dopo io lo seguo. Quindi è la volta di G. e poi di S., che ha riposto la macchina fotografica e la bussola nello zaino, là fuori.<br /> Ci alziamo in piedi, facciamo un giro su noi stessi per guardarci attorno, poi ci sediamo. Tutti e quattro, sul plaid piegato, davanti all’ingresso, da cui filtra la luce.<br /> Appena fuori dell’ingresso, abbiamo lasciato occhiali, orologi, anelli, braccialetti, tutti gli oggetti metallici che avevamo addosso. Dapprima, osserviamo distrattamente i graffiti dei soliti fessacchiotti. Ci sentiamo protetti, come in un guscio senza tempo. Sempre con un tono di voce sommesso, parliamo di nostre impressioni, di cose avvenute nel passato.<br /> Poi la mia amica G. si lamenta del freddo, non sente più le mani. S. ride, lui invece sente molto caldo. Le sue mani sono caldissime. Allora le impone su quelle di G. Sotto la guida di M., le mani di S. funzionano meglio di un termoforo a sabbia.<br /> G. sorride, si rinfranca, ride di cuore insieme a me, quando M., nel guidare S., gli fa cambiare posizione dei palmi delle mani e lo rimprovera: “Attento, sennò così mi bruci la donna!”<br /> Dopo alcuni contorcimenti e manovre per evitare di cavarci un occhio o pestarci gli alluci, dato lo spazio ristretto – M. puntualizza che, tecnicamente, la nostra si chiama ammucchiata – G. ed io ci scambiamo di posto.<br /> È il mio turno al termoforo, ridacchio. Ero diffidente, ma devo ricredermi. Percepisco distintamente il calore che emana da S..<br /> Dopo un po’, su indicazione di M., impone le mani sul mio ginocchio matto. Pochi minuti, e il ginocchio sembra voler prendere fuoco.</p>
<p> </p>
<p>Quando chiedo a S. di fermarsi, lui ed io cominciamo uno strano esercizio di “scarico” e “carico” di forze. Ci teniamo per una mano, e con l’altra tocchiamo la parete di pietra di fronte a noi. G. allunga le gambe davanti a sé, sfiorando M., che sfiora me: una catena, un circolo chiuso. Pensiamo di esser là dentro da una trentina di minuti al massimo. Usciamo, e il sole basso ci fa capire che siamo stati dentro più di due ore. Ci precipitiamo sugli zaini, e cominciamo a mangiare.</p>
<p>Mentre divoriamo le provviste, arrivano quattro persone. Un uomo anziano, e due donne e un uomo di mezza età. Ci salutiamo cortesemente.</p>
<p>Noi proseguiamo a lavorare di mandibole. I nuovi arrivati si avvicinano all’ingresso della Tomba, il vecchio fa chiaramente da guida. Qualcosa di ciò che dice ai suoi tre ospiti ci incuriosisce. Ci avviciniamo per sentire meglio. Ci basta un attimo per capire. Il vecchio è lo scopritore della Tomba!</p>
<p>Ci racconta l’incredibile scoperta, nel 1954, durante una battuta di caccia. Quel giorno, per seguire il suo cane, si arrampicò su un rilievo del terreno coperto da una fitta vegetazione.</p>
<p>Il cane era sparito. Ma lo sentiva abbaiare. Dove era andato a finire? Avanzando nella macchia, seguì l’abbaiare del cane, rischiando di precipitare nel vuoto. Riuscì a scendere, e a trovare il segugio. Era entrato in una grotta, o forse un nuraghe, fatto di pietre squadrate. C’erano tante ossa… teschi e femori.</p>
<p>L’indomani, corse all’università a segnalare il ritrovamento. Su richiesta del prof. X., al cacciatore venne assegnato il compito di scavare e liberare dalla vegetazione il monumento.</p>
<p>Ridacchiando, il vecchio ci mostra il betile a fianco all’ingresso. Ci ripete le tesi degli archeologi sul betile a guardia dei sepolti. Poi, con un sorrisetto complice, ci svela un segreto. Il betile non era lì. Era a qualche metro dall’ingresso, per terra, di sbieco. Quel masso lungo e cilindrico disturbava l’andirivieni delle carriole con la terra scavata, così lui e l’amico che lo aiutava nei lavori di disboscamento e scavo, lo misero in piedi e lo piantarono al lato, per non doverlo circumnavigare ogni volta. Ci mostra i due sassi di rincalzo che gli misero per tenerlo in piedi.</p>
<p>Sempre con un sorriso che gli illumina il volto segnato da rughe, ci racconta di quando il Prof. Y., entrato dentro la Tomba finalmente accessibile, corse il rischio di farsi spatassare la faccia da un gatto selvatico, non contento di avere compagnia…</p>
<p>La nostra guida ricorda che portarono via tre casse piene di costole, femori, i teschi che si sbriciolavano appena all’aria, e poi, con il suo campidanese doc, scherza: “Ma cali Tomba di Giganti! Innoi fiant totus pipius!” (Ma quale Tomba di Giganti! qui erano tutti bambini!).</p>
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<p>Si è fatto tardi, dobbiamo andare. Ci piange il cuore lasciarlo lì, in penombra, solo con i suoi animali e i suoi studi. Dopo calorosi ringraziamenti, ci congediamo, con la solenne promessa di tornare a trovarlo.<br /> In macchina, risalendo il tratturo, parliamo solo del nostro incredibile incontro. Chi avrebbe mai immaginato una fortuna simile? Esprimo la mia sorpresa: alla mia terza visita al sito, trovarvi proprio lo scopritore? S. ammira la lucidità del vecchio signore, e G. pone l’accento sull’altissimo senso morale e civico, e di istintiva tutela per il patrimonio archeologico, che un semplice apicoltore mostra, in misura perfino maggiore di parecchi studiosi e cattedratici.<br /> M., che vive in una nebbiosa città del nord, ammette la sua bonaria invidia per la vita sana e in un luogo incontaminato, dove riesci ancora a pensare, concentrarti, e non sai cosa sia lo stress della vita moderna. Io, stordita ed emozionata, sono silenziosa, non parlo molto, se non per convenire con i miei compagni d’avventura.<br /> L’indomani, al telefono con S., casualmente viene fuori che sia io, che lui, la notte prima abbiamo stranamente sofferto d’insonnia. Sarà effetto del magnetismo del sito, ipotizza S.. Eravamo carichi come pile, addirittura euforici. Ci lasciamo con il progetto di indagare coi nostri rispettivi amici e compagni di seduta terapeutica, se anche a loro il sito ha fatto quell’effetto.<br /> Breve giro di telefonate, ma G. e M., a 200 km di distanza, hanno dormito come sassi. Forse non erano carichi d’aspettativa come noi due, deduce S.<br /> Parlando con lui, ho come un flash improvviso. Giusto la settimana precedente, avevo sognato per la prima volta mio fratello, da quando era morto in un incidente d’auto due mesi prima.<br /> Appena sveglia, non capivo perché avessi sognato che la strada bianca che porta alla nostra tenuta fosse così disastrata e scoscesa, pareva un tratturo di montagna. E il tavolo cui era seduto mio fratello nel sogno non era affatto quello della nostra casa, per giunta illuminato da candele.<br /> Solo ora riconoscevo la stradina e la casa: avevo sognato mio fratello a casa del cacciatore, senza neppure sapere della sua esistenza! Ero già stata nel sito, per la prima volta proprio due mesi prima, ma non potevo immaginare che ci fosse quella stradina nascosta, che dopo chilometri portava alla casa del vecchio!<br /> Quel che è certo è che da quella visita e da quell’incontro noi quattro siamo sicuramente usciti arricchiti, di qualcosa che nessuna cifra potrà mai comprare.<br /> <a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/PICT3415-6a0.jpg"><img  title=""  alt="PICT3415-6a0 Messaggi dal passato" fetchpriority="high" decoding="async" src="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/PICT3415-6a0.jpg" border="0" width="296" height="222" /></a></p>
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<p>Ai primi di luglio abbiamo organizzato una nuova visita.<br /> Siamo entrati dentro, dopo aver strisciato per oltrepassare la bassa architrave. E lì, è stato come entrare in un altro mondo. Era fresco, la luce del sole riflessa sulla terra davanti all’esedra dava un meraviglioso riflesso all’interno.<br /> Abbiamo steso un telo di cotone. Ci siamo tolti i sandali, abbiamo lasciato in auto gli orologi, i cellulari, che comunque non prendevano.<br /> Abbiamo cercato una posizione comoda, ma il posto è davvero ristretto. Non riuscivo a star seduta troppo a lungo, anche se all’inizio poggiare la schiena sulle pareti di pietra era piacevole.<br /> Così, visto che sono piccina, mi sono sdraiata in terra, di sbieco e ho posato i piedi sulla parete di fronte, davanti a M.<br /> Abbiamo ripreso fiato per un po’, senza parlare, poi ho preso un sassolino che stava in terra nello spazio limitato che c’era tra me e lui, lo stringevo in mano.<br /> M. ad occhi semichiusi mi ha detto di non intrecciare le mani.<br /> Così ho posato il sassolino sulla fronte, e ho disteso le mani, una l’ho posata sul cuore.<br /> Anche M. ha avuto difficoltà a restare seduto lungo la parete, come me prima.<br /> Allora, visto che avevo le gambe ancorate alla parete, si è voltato e ha poggiato la schiena sulle mie ginocchia.<br /> Non so per quanto siamo rimasti così. Io sono riuscita a estraniare quasi tutti i pensieri, sentivo solo il rumore del vento e delle foglie che vorticavano in terra: era come se il vento mi parlasse.<br /> Sentivo un odore particolare, (dopo anche M. mi ha detto di aver sentito un odore dolciastro che gli ricordava le viole) ma non saprei dire cosa fosse.<br /> Sono perfino riuscita a pregare, confusamente, non so chi o cosa… ma stavo bene.<br /> Provavo delle sensazioni che non ricordavo di aver mai provato, o comunque non così nitide. Ero sdraiata e mi pareva di non avere più la mente carica di pensieri, ma di esser solo un corpo. Sentivo il battito del mio<br /> cuore, e il rumore del sangue che scorreva nelle vene, il ronzio di un insetto.<br /> Mi sentivo ancorata al suolo, come se fossi fatta della stessa materia del terreno.<br /> Anche se avevo gli occhi chiusi, mi pareva di vedere, attraverso i pori della pelle, l’aria soffusa di luce aranciata<br /> della tomba, il cielo blu fuori, il verde delle querce e dei cespugli, le pietre sopra di me. E la sensazione del cuore che batteva, dei nostri respiri come amplificati dallo spazio ristretto.<br /> Sono rimasta sdraiata, ancora per un pochino. Stavo bene, in pace e senza dolore spirituale o fisico. Quando mi sono voltata, M. ha proposto di andare in fondo alla tomba.<br /> Ha spostato il telo sulla pietra che fungeva da altare e mi ha detto: “Sei così piccina che ci stai anche seduta”. Quindi mi ha issato sull’altare. Si è seduto ai miei piedi.<br /> Però, lì non ero altrettanto a mio agio, avevo quasi malessere.<br /> Mi sono alzata e siamo usciti dalla Tomba. Abbiamo fatto un breve giro intorno al monumento, ma faceva un caldo pazzesco.<br /> Siamo tornati davanti alla tomba, e a quel punto abbiamo lasciato il sito.<br /> Sono felice di esserci andata. Io lì mi sento “a casa”.<br /> <a href="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/PICT3408-59c.jpg"><img  title=""  alt="PICT3408-59c Messaggi dal passato" decoding="async" src="https://ritapinna.it/wp-content/uploads/2012/11/PICT3408-59c.jpg" border="0" width="296" height="222" /></a></p>
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